
Un romanzo sulla storia della fisica e sulle vite straordinarie dei suoi protagonisti
"Realtà e finzione si intrecciano tra i battibecchi degli scienziati che cambiarono il mondo" - La Lettura, Corriere della Sera
"Uno stile del tutto nuovo e più profondo di raccontare la scienza" - GQ
"Leggermente romanzato, però attendibile, perché frutto di molte ricerche e basato su documentazioni" - Il Giornale
Hotel Copenaghen. Così veniva affettuosamente chiamata la casa di Niels Bohr. La porta di Niels e di sua moglie Margrethe era sempre aperta per accogliere allo stesso modo premi Nobel e giovani studenti, che lì trovarono il luogo prediletto per le discussioni e i confronti che condussero alla nascita della fisica quantistica. È proprio la voce di Margrethe a narrare la vita straordinaria di Bohr e i retroscena delle scoperte scientifiche che hanno cambiato le sorti del mondo. In un arco di tempo che copre un’intera esistenza, il suo racconto porta alla luce il lato umano di quelle menti geniali: come bussava alla porta Paul Dirac? E come sedeva sul divano Lise Meitner? Qual era il piatto preferito di Wolfgang Pauli? Oltre agli aneddoti e alle curiosità, però, scopriamo anche il difficile rapporto tra Bohr ed Einstein, fatto di forti contrasti ma anche stimolo fondamentale al ragionamento. E, soprattutto, entriamo in contatto con una delle figure più controverse nella storia di Niels Bohr e del Novecento in generale: Werner Heisenberg, ambizioso, brillante, adorato allievo che presto diventerà la fonte di tanti dubbi e dolori. Nel 1941, durante l'occupazione nazista della Danimarca, Heisenberg torna all’Hotel Copenaghen, ha bisogno di parlare con Bohr. Ma l’argomento ha ben poco a che fare con il progresso della scienza: i tedeschi gli hanno chiesto di costruire la bomba atomica. Niels e Margrethe lo congedano con freddezza, ma il dubbio di non avere compreso le sue intenzioni si farà strada negli anni e condurrà a conclusioni sorprendenti. Come già nell’Incredibile cena dei fisici quantistici, Gabriella Greison racconta la nascita della fisica quantistica in modo coinvolgente e ricchissimo di dettagli, accompagnando il lettore nella vita quotidiana dei personaggi descritti, tanto da dare l'impressione di averli conosciuti di persona.
Ci avete fatto caso? Le tariffe crescono sempre di più: l'acqua dell'89 per cento negli ultimi 6 anni, i trasporti del 30 per cento negli ultimi 13 anni, alcune autostrade addirittura del 200 per cento negli ultimi 14 anni. Eppure in cambio abbiamo servizi sempre peggiori: treni insicuri e superaffollati, autobus in ritardo, rubinetti a secco, cumuli di immondizia sotto casa, discariche a cielo aperto, ponti che crollano in autostrada. I cittadini, ormai, ne hanno le tasche piene dei disagi. E intanto gli Avvoltoi, quelli che si divorano il Paese alla faccia nostra, hanno le tasche piene dei nostri soldi. Dietro i servizi che non funzionano, infatti, non ci sono solo la casualità e la solita italica propensione all'inefficienza. Ci sono anche tante persone che si arricchiscono. Ed è proprio per questo che i servizi continuano a non funzionare: perché a troppi conviene che vada avanti così. Avvoltoi è un viaggio inedito e clamoroso tra le vere ragioni dei nostri disagi quotidiani. I treni non funzionano? Il ras delle ferrovie pugliesi, però, ha accumulato un tesoro di 180 milioni di euro. I rifiuti sono un problema? Ma all'intermediario del Veneto rendono 3,5 milioni di euro in pochi giorni. I rubinetti sono a secco? Eppure i liquidi continuano a scorrere nelle tasche dei manager romani che guadagnano anche 200.000 euro al mese. Per i trasporti pubblici spendiamo 6000 euro al minuto come contribuenti, più i biglietti che paghiamo da utenti. Com'è possibile che il servizio sia poi così scadente? Com'è possibile che ogni anno mettiamo in circolazione nelle nostre città 200 autobus usati? Perché noi dobbiamo avere gli autobus usati e altri Paesi europei, invece, quelli nuovi? Forse perché noi buttiamo i soldi in consulenze d'oro, per esempio i 3 milioni di euro che hanno arricchito l'allegra famigliola (mamma, padre e figlio) incaricata di sistemare l'archivio storico delle malandate Ferrovie del Sud Est? Com'è possibile che in Sicilia l'acqua passi da una società privata all'altra senza mai arrivare nelle case? Chi sono i fortunati che invece non si trovano mai con le tasche a secco? E perché dobbiamo continuare ad arricchire i Paperoni delle autostrade, da Gavio a Benetton, che ogni anno per gentile concessione dello Stato ci sfilano dal portafoglio 5 miliardi di euro? Perché continuiamo a regalare loro il casello dalle uova d'oro? Questa inchiesta svela per la prima volta, e con un linguaggio comprensibile a chiunque, gli interessi nascosti che stanno depredando la nostra vita quotidiana. Quello, insomma, che ogni giorno ci ruba tempo, salute, soldi e serenità. Il libro è stato scritto con una speranza: se tante persone lo leggeranno e ne parleranno, forse qualcosa potrebbe cominciare a cambiare. Gli Avvoltoi di tutti i luoghi e di tutte le epoche, infatti, hanno un unico grande alleato: l'oscurità. Portarli alla luce e guardarli in faccia significa già cominciare a sconfiggerli. O, per lo meno, cominciare a sconfiggere la tentazione di diventare come loro.
Daniel Mendelsohn da bambino restava seduto per ore ad ascoltare i racconti del nonno. Erano storie di un tempo lontano e quasi magico, di un piccolo villaggio della Polonia, Bolechow, in cui la vita scorreva felice. C'era però un punto in cui la voce del nonno si rompeva, oltre il quale non riusciva ad andare, come volesse nascondere un segreto troppo doloroso. Che ne era stato durante l'Olocausto del fratello Shmiel, della moglie e delle loro quattro bellissime figlie? Molti anni dopo Daniel scopre una serie di lettere disperate che il prozio Shmiel aveva indirizzato al nonno. Quelle lettere custodiscono frammenti del passato di una generazione perseguitata e cancellata per sempre, che in queste pagine ritorna a vivere davanti ai nostri occhi.
«Mentre io, prima che Karrer impazzisse, camminavo con Oehler solo di mercoledì, ora, dopo che Karrer è impazzito, cammino con Oehler anche di lunedì... ho salvato Oehler dall'orrore... perché non c'è nulla di più orribile del dover camminare da soli di lunedì»: bastano poche frasi, ad apertura di pagina, a immergerci nel flusso ipnotico della scrittura di Thomas Bernhard. Ma perché, e quando, Karrer è impazzito? Forse, dice Oehler (che come molti personaggi di Bernhard è contagiato da una «micidiale tendenza al soliloquio» e al «meditare sino allo sfinimento su cose insolubili»), c'entra il suicidio dell'amico Hollensteiner - il chimico annientato dalla «bassezza» dello Stato austriaco, che «nulla odia più profondamente di chi è fuori dall'ordinario». O forse l'aver esercitato sino in fondo «l'arte di esistere contro i fatti» - di esistere, cioè, «contro ciò che è insopportabile e contro ciò che è orribile». Al momento in cui Karrer ha varcato «il confine della pazzia definitiva», Oehler ha assistito personalmente: ed è, quella che racconta con precisi, ossessivi, grotteschi dettagli, una sequenza di irresistibile e insieme tragica comicità che fa pensare a certe pagine di Kafka.
È il 1437 quando per la prima volta Isotta degli Atti posa lo sguardo su Sigismondo Pandolfo Malatesta. Lui, ventenne, è il turbolento e ambizioso signore di Rimini e di Fano, lei, una bambina di soli cinque anni, figlia di un piccolo nobile della zona. Isotta cresce nel mito di Sigismondo e grazie alla carica del padre, consigliere economico del signore di Rimini, ha la possibilità di rivederlo. Dopo sette anni dal primo incontro comincia a nascere in loro un sentimento fortissimo. Ma Sigismondo è sposato con Polissena Sforza, e Isotta è stata cresciuta per essere moglie e non amante. Questo il conflitto che renderà tortuoso il percorso di due anime complementari, lei nella perenne ricerca di conferme, lui disposto a dimostrarle i propri sentimenti attraverso l'arte, la parola e l'idea. Quando, dopo la morte di Polissena Sforza, la ragion di Stato sembra volere una nuova nobile moglie accanto a Sigismondo, anche le ultime certezze dei due innamorati paiono vacillare. Inoltre, la vita e lo stesso ruolo del signore di Rimini sono ostacolati da intrighi, avidità, inganni, legami di sangue e di morte, a cui si aggiunge l'odio dei suoi due più acerrimi e potenti nemici: Federico da Montefeltro e papa Pio II, che usa lo splendore umanista del Tempio Malatestiano per condannare il signore di Rimini. Sarà proprio nel momento più difficile della vita di Sigismondo - abbandonato anche dai più fedeli alleati - che l'amore incondizionato e gratuito di Isotta si rivelerà salvifico e porterà a cambiare il destino delle loro vite.
«Il racconto di una giovane siriana in cerca di pace e salvezza è il libro del nostro tempo. A ogni pagina, speranza e perdita si susseguono, a ogni pagina il tributo umano di una immensa crisi umanitaria risuona doloroso e commovente, e così vicino a noi. Questa è una lettura che suscita emozioni, ma è soprattutto un toccante inno alla speranza, alla resilienza e alla capacità di generosità e grazia che risiede nel cuore umano. » Khaled Hosseini L'esile salvagente intorno alla vita tiene a galla Doaa e due bambine, una di pochi mesi, l'altra di nemmeno due anni, a lei affidate dai genitori prima di scomparire per sempre nelle acque, come altre centinaia di persone. Doaa ha paura, lei ha sempre odiato l'acqua, sin da piccola, e solo la guerra e la disperazione che l'accompagna l'hanno convinta a lasciare la sua famiglia e la sua casa in Siria e mettersi su quel barcone. Aveva tanti ricordi felici e tanti sogni da realizzare, che ora galleggiano intorno a lei insieme ai relitti dell'imbarcazione e ai pochi superstiti dei 500 che si erano messi in viaggio. Erano quasi arrivati, solo poche ore di mare li separavano dall'Italia, risate liberatorie cominciavano a levarsi dal ponte, quando un peschereccio si dirige contro di loro, una, due volte. Per farli affondare. Il barcone non regge e tutti si gettano in acqua. Molti annegano subito. Anche Doaa non sa nuotare e solo il salvagente che le porta il marito la tiene a galla. E lo farà per i successivi quattro giorni, in cui le voci e i lamenti intorno si spengono uno dopo l'altro. La tentazione è di lasciarsi andare, ma le due bambine che si aggrappano a lei reclamano la vita. Per loro deve lottare e resistere un'ora di più, poi un'altra, e cantare, e pregare, fino a quando qualcuno arriva. Solo undici vengono tratti in salvo. Doaa ha diciannove anni, ma la sua vita comincia da quei quattro giorni alla deriva. Perché la prima volta nasci al mondo, ma è quando capisci quanta forza si cela in te, e quanto la speranza può
Quando incontra Jason Powell, Angela non immagina che il loro flirt possa diventare qualcosa di serio: gli uomini li conosce, e non si aspetta molto da questo professore di Economia della New York University, corteggiatissimo e con una brillante carriera davanti a sé. Eppure, pochi anni dopo, eccoli sposati, con un figlio da crescere. Quando però Jason viene accusato da una studentessa di averla molestata, e poco dopo un'altra donna avanza accuse simili, tutto sembra sul punto di spezzarsi e Angela è costretta a guardare da vicino la persona che ha accanto, divisa tra l'istinto di proteggere la sua famiglia, e la sensazione di essere vittima di un terribile tradimento. Divisa tra la giovane poliziotta idealista che vuole aprirle gli occhi nei confronti del marito, e l'avvocatessa di Jason determinata a portare a casa una vittoria. Eppure chi è lei per giudicare? Perché anche Angela, la moglie perfetta, ha un segreto. Un segreto che nessuna donna sposata dovrebbe nascondere al proprio marito. Un segreto che potrebbe rovinare per sempre la sua vita, e quella della sua famiglia. E che a maggior ragione non deve venir fuori adesso. Con lo stesso ritmo irresistibile de "La ragazza nel parco", Alafair Burke costruisce intorno alla sua protagonista, e ai suoi lettori, una realtà che non è mai quella che appare. Lasciando a chi legge una sola certezza: non c'è nulla di più pericoloso di una bugia detta bene.
Sybille, a cui la giovinezza prometteva un avvenire brillante, ha visto la sua vita disfarsi sotto i suoi occhi. Come è arrivata a quel punto? Come ha potuto lasciarsi sfilare la vita dalle mani? Se pensa di aver sbagliato tutto fino a oggi, è invece decisa a impedire a suo figlio Samuel di sprofondare senza tentare nulla.
Ha il folle progetto di partire qualche mese con lui a cavallo sulle montagne del Kirghizistan, per salvare il figlio che sente ogni giorno più lontano, e forse per ritrovare il filo della propria storia.
Nel 1947, dopo dieci anni di lavoro e rifiuti editoriali, di sbornie furiose e disavventure assortite (compreso un incendio dove il manoscritto rischiò di andare perduto), usciva sul mercato anglosassone il secondo libro di uno scrittore inglese poco noto. L’autore era Malcolm Lowry e il romanzo s’intitolava Sotto il vulcano. Venne subito acclamato come un capolavoro e, nel giro di poco tempo, diventò prima un classico moderno e poi un film di John Huston. Raccontava la storia maledetta di un ex Console britannico di stanza in una città immaginaria del Messico e delle sue ultime ore di vita – nel Giorno dei Morti del 1938 – insieme a una moglie, innamorata ma infedele, e a un fratellastro, idealista ma sleale. Ma soprattutto, con uno stile epico e modernista insieme, raccontava una vita in compagnia dei demoni dell’alcol e dei fantasmi del passato, all’ombra di un minaccioso vulcano e del fatalismo messicano. Dopo anni, questo libro di culto, un grande romanzo di amore e di morte, lirico e abissale come solo le opere di Melville o Joyce hanno saputo essere, torna nelle librerie, per ammaliare e commuovere una nuova generazione di lettori.
M.R.
“‘Ma davvero ti piace?’ gli domandò Laruelle, mentre il Console, succhiando una scorza, sentiva il fuoco della tequila scorrergli lungo la spina dorsale come un fulmine che colpisce un albero e un attimo dopo l’albero, come per miracolo, fiorisce.”
Malcolm Lowry, nato a Birkenhead, in Inghilterra, nel 1909, da una ricca e morigerata famiglia di commercianti metodisti, nutrì da subito la passione per la vita di mare e per la letteratura marinaresca. A diciott’anni fece un viaggio in Cina e da qui trasse ispirazione per il suo primo romanzo, Ultramarina (1932). Si laureò a Cambridge. Viaggiò molto e soprattutto in Messico, a Hollywood, in Canada. Lowry cominciò a scrivere Sotto il vulcano nel 1936, ma lo pubblicò solo nella sua terza stesura nel 1947. Morì improvvisamente nel 1957, per un attacco di etilismo. Feltrinelli ha pubblicato Sotto il vulcano (1961; nuova traduzione, 2018), Ultramarina (1963), Ascoltaci Signore (1969), oltre a Malcolm Lowry: Salmi e Canti (2004).
Esiste una generazione di calabresi cresciuta fra cunti, miracoli di santi e dèi. A quei tempi il furto era vergogna, il sopruso arroganza, e nelle rughe di Africo insegnavano a non frequentare i peggiori. La mafia, che c’era stata, che c’era, vedeva restringersi rancorosa il proprio spazio.
A quei tempi cresce Nicola, e con lui gli amici Filippo e Antonio, compagni di avventure. Ragazzini che vanno a scuola – o meglio, che la marinano – e, all’insaputa delle famiglie, si avvicinano alla piccola criminalità. Ma l’arrivo improvviso di Papula, un ragazzo più grande che lavora in Germania e torna in paese parlando di rivoluzione, solleva un vento nuovo per tutto l’Aspromonte e fa sognare gli uomini, le donne e i ragazzini. E allora prende a pulsare la protesta operaia e si diffonde il cooperativismo contadino. È il Sessantotto aspromontano – in pochi lo conoscono, ma c’è stato. Fa nascere la speranza di fondare un mondo nuovo, di ottenere diritti: i poveri scoprono di avere bocca e idee; le donne trovano il coraggio di scioperare contro gli gnuri e si legano le une alle altre, di paese in paese, in una sorta di sorellanza del sudore; i figli si rivoltano contro i padri, i fratelli contro i fratelli. E poi tutti, insieme, contro i compari.
Lo Stato, invece, si mette dalla parte del potere locale, dei malandrini, di coloro che per mantenere i propri privilegi sono pronti ad azzannare alla gola i migliori.
È così che nell’Aspromonte arriva la maligredi, ossia la brama del lupo quando entra in un recinto e, invece di mangiare la pecora che gli basterebbe per sfamarsi, le scanna tutte. E quando arriva, racconta Criaco, la maligredi “è peggio del terremoto, e le case che atterra non c’è mastro buono a ricostruirle”.
Quando arriva, la maligredi spacca i paesi, le famiglie, fa dei fratelli tanti Caini e avvelena il sangue fino alla settima generazione.
“Una sorta di inchiesta d’epoca su come si viaggiava nel Trecento. Concretezza, brio, realismo: il viaggio come avventura”
Nella primavera del 1358 Petrarca ricevette l’invito da Giovanni Mandelli, uomo d’arme ma di buona cultura, di recarsi con lui in Terra Santa in pellegrinaggio. Il poeta, che tra le altre cose soffriva il mal di mare, non se la sentì di affrontare il viaggio, che all’epoca era lungo e periglioso. Per accompagnarlo nell’avventura scrisse allora questa lettera. In realtà si tratta di un itinerario suddiviso in due parti. Una prima parte, da Genova a Napoli, che descrive luoghi effettivamente visitati da Petrarca nel corso della sua vita; una seconda, da Napoli a Gerusalemme e Alessandra d’Egitto, ricostruita esclusivamente sui testi degli storici e dei geografi. Nonostante questa eterogenea origine, il testo petrarchesco presenta comunque una sua compatta omogeneità. Di particolare interesse le pagine dedicate alla Campania, in cui il poeta si sofferma con cura a consigliare l’amico di visitare la grotta di Posillipo, l’antro della Sibilla e gli affreschi di Giotto (oggi perduti) presenti nella cappella reale di Castelnuovo. In questa occasione Petrarca definisce Giotto “il principe dei moderni pittori”.
Un testo nel complesso importante, che dà modo a Petrarca di fare i conti con la tematica del viaggio, da sempre al centro delle sue epistole e delle sue preoccupazioni terrene.
Francesco Petrarca, figlio del notaio ser Petracco, guelfo bianco, amico di Dante, esiliato da Firenze e rifugiatosi ad Arezzo, nacque ad Arezzo nel 1304, ma si trasferì con la famiglia l’anno seguente all’Incisa, quindi a Pisa nel 1311 e a Carpentras, presso Avignone dove stava la corte papale di Clemente V, nel 1312. Petrarca compie gli studi grammaticali con Convenevole da Prato e inizia gli studi di diritto a Montpellier. Nel 1318 muore la madre Eletta e Petrarca scrive il suo primo componimento poetico, un’elegia in versi latini. Si reca col fratello Gherardo a Bologna a completare gli studi di diritto. Nel 1325 acquista una copia del De civitate Dei di Agostino e per tutta la vita collezionerà testi classici e manoscritti. Nel 1326 muore il padre e Petrarca lascia Bologna per tornare ad Avignone, dove il 6 aprile del 1327 incontra Laura, nella chiesa di Santa Chiara. Nel 1330 si volge alla carriera ecclesiastica; accompagna in un viaggio Giacomo Colonna, assieme a Lello di Pietro Stefano dei Tosetti soprannominato Lelio e Ludwig van Kempen soprannominato Socrate; entra a servizio di Giovanni Colonna come cappellano di famiglia. Nel 1333 compie un viaggio nell’Europa settentrionale. Nel 1335 Benedetto XII gli concede il beneficio di un canonicato nella cattedrale di Lombez e Petrarca scrive una lunga lettera in versi latini al papa perché riporti la sede papale a Roma. Il 26 aprile del 1336 sale sul monte Ventoso. Nel 1337 acquista una casa in Valchiusa; gli nasce il primo figlio naturale, Giovanni; inizia il De viris illustribus. L’anno seguente ha l’ispirazione dell’Africa, continua le epistolae metricae e inizia i Trionfi. Nel 1340 il senato di Roma gli offre la laurea poetica, Petrarca si reca a Napoli presso il re Roberto d’Angiò per sottoporsi a un esame di tre giorni, dove legge brani dell’Africa, viene poi incoronato poeta in Campidoglio nel 1341. Mentre vive tra Valchiusa e Avignone, inizia a scrivere il Canzoniere e ottiene da papa Clemente VI un canonicato a Pisa. Nel 1343 il fratello si fa monaco certosino a Montrieux e a Petrarca nasce la figlia naturale Francesca. Scrive il primo abbozzo del Secretum, sette Psalmi poenitentiales e inizia i Rerum memorandarum libri. Tra 1344 e 1345 è a Parma, da cui ripara a Verona per l’assedio dei Gonzaga, poi fa ritorno in Provenza. A Valchiusa scrive il De vita solitaria, nuove epistolae metricae, alcune egloghe del Bucolicum carmen, e dopo una visita al fratello a Montrieux il De otio religioso. Mentre si acuisce il dissenso del poeta con l’ambiente della curia, nel 1347 Cola di Rienzo dà il via alla sua “rivoluzione” a Roma e Petrarca che si accinge a raggiungerlo gli scrive lettere di conforto. Fallita l’impresa di Cola, Petrarca da Genova si dirige a Verona, dove sarà nel 1348, l’anno della peste. Si reca quindi a Parma dove riceve la notizia della morte di Laura e di molti amici e protettori, fra cui il cardinale Colonna. Nel 1349 è accolto a Padova da Jacopo da Carrara e lavora alle Familiari e alle epistolae metricae. Intanto stringe amicizia a Firenze con Boccaccio, Lapo da Castiglionchio, Zanobi da Strada, Francesco Nelli. Tornato a Valchiusa, comincia il Sine nomine. Nel 1352 Petrarca decide di lasciare Avignone per l’ostilità del nuovo papa Innocenzo VI e non farà più ritorno in Provenza. Si stabilisce a Milano dall’arcivescovo Giovanni Visconti, considerato da molti un tiranno, cui succederanno i nipoti Matteo, Galeazzo e Bernabò, e compie per i signori importanti missioni. Scrive intanto il De remediis utriusque fortunae. Nel 1354 incontra a Mantova Carlo di Boemia che si reca a Roma a farsi incoronare imperatore. La speranza di Petrarca che l’imperatore resti in Italia va delusa. Nel 1356 inizia la terza stesura del Canzoniere e nel 1359 la quarta. Rivede e ritocca i suoi vari componimenti, scrive l’Itinerarium syriacum. Conosce a Padova Leonzio Pilato da cui vorrebbe imparare il greco per leggere Omero in originale. Nel 1361 scrive una lettera all’imperatore perché torni in Italia e stabilisca la sede di papato e impero a Roma. Intanto il figlio Giovanni muore di peste. Petrarca inizia le Senili. Nel 1362 si trasferisce a Venezia dove ottiene una casa in cambio della promessa di lasciare in eredità alla città la sua biblioteca. Prende a servizio Giovanni Malpaghini di Ravenna per ricopiare i suoi testi. Scrive al nuovo papa Urbano V una lettera per esortarlo a ritornare a Roma e una seconda per non fargliela lasciare; inizia la quinta stesura del Canzoniere; scrive il De sui ipsius et multorum ignorantia. Pensa di trasferirsi definitivamente a Padova presso Francesco da Carrara che gli dona un terreno ad Arquà sui colli Euganei, dove si trasferisce nel 1370. Ha rapporti di amicizia col medico Giovanni Dondi, con l’umanista Lombardo della Seta e coi monaci agostiniani fratelli Badoer. Problemi di salute gli impediscono di recarsi ad Avignone dal nuovo papa Gregorio XI. Lo raggiungono ad Arquà la figlia e la nipotina. Nel 1373 scrive l’Invectiva contra eum qui maledixit Italie, lavora all’ottava copia del Canzoniere e l’anno seguente alla nona e ultima. Muore ad Arquà nel 1374. Feltrinelli ha pubblicato nei “Classici” Canzoniere (1992, 2013).
Rigogliose piante di un verde smeraldo addobbano il patio dove si svolge la cena. Isabel è lì su invito di un’ambasciata spagnola in Africa. Tutti credono che sia una giovane fotografa con la voglia di immortalare i colori e i panorami di quella terra bruciata dal sole. Ma non è questa la verità. Isabel sta cercando qualcuno. Sta cercando, per conto dei suoi genitori, Ezequiel, che si è lasciato tutto alle spalle per ritrovare sé stesso. È stato un uomo a fargli credere di non aver bisogno di null’altro, Maína, che con il suo potere carismatico di persuasione ha legato a sé diverse persone che come Ezequiel si sentivano perse. Perse come amanti silenziosi in cerca d’amore. Isabel deve salvarlo. Deve farlo perché non ci è riuscita con suo fratello che si è affidato a qualcuno con le stesse capacità manipolatorie. Per questo ha accettato questa strana missione, apparentemente semplice: trovare Ezequiel e capire se sta bene. Ma quando Isabel incontra finalmente il ragazzo e conosce Maína capisce che dietro l’obiettivo di regalare nuove prospettive di vita a chi credeva di non averne si cela qualcosa di molto più grande. Attraversando i piccoli villaggi e la natura incontaminata, Isabel si accorge di strani movimenti, nei quali sembra invischiato anche Ezequiel. C’è qualcosa che non torna. Eppure sa che non può fare troppe domande. Perché rischia di essere condizionata e di perdere anche lei il controllo. Perché la sua copertura di fotografa può cadere da un momento all’altro. Perché da sola non è facile farsi scudo da una rete di intrighi e loschi affari. Clara Sánchez riesce sempre a stupire i lettori, che attendono con trepidazione ogni suo nuovo libro. Unica autrice ad aver vinto i tre più importanti premi letterari spagnoli, in Italia ha venduto oltre due milioni di copie ed è sempre presente in classifica. Torna finalmente con un nuovo romanzo anteprima assoluta italiana. In L’amante silenzioso Clara Sánchez descrive una realtà in cui la fragilità è preda di individui manipolatori e senza scrupoli; una realtà in cui il passato non lascia la morsa sul presente; una realtà in cui le ombre non sono mai il riflesso perfetto della verità.

