
Osman Lins nacque a Vitória do Santo Antão (Brasile) nel 1924. Trasferitosi a Recife per seguire i corsi universitari di Scienze economiche, scoprì ben presto la sua vocazione letteraria. A partire dal 1952 si dedicò completamente alla letteratura, con una vasta produzione che va dai racconti ai romanzi, ai testi teatrali, ai saggi. Dal 1970 in poi insegnò letteratura brasiliana nelle scuole secondarie di San Paolo. Morì in questa città nel 1978.
Nel 1987 è stata pubblicata presso Il Quadrante la traduzione italiana del suo romanzo Avalovara.
La protagonista di questa vicenda ha cinquantacinque anni, vive nell'Italia di questi anni e si è separata di recente dal marito che, dal canto suo, ha appena avuto una figlia da una giovane donna. La fase critica che sta attraversando le impone, con tensione ineludibile, di affrontare la prospettiva dell'invecchiamento, che lei sperimenta nel volto e nel corpo, ma anche nella memoria e nei sogni. La narrazione del suo percorso si snoda nello spazio di un anno, con il suo simbolico trascorrere delle stagioni.
Da qualunque cosa fuggisse, Andrea Severi, e qualunque cosa andasse a cercare in Grecia, adesso che, nell'ovattato, inquietante silenzio di una clinica svizzera passa le notti a scrivere, tentando con una sorta di accanimento febbrile di ricostruire il racconto di quel viaggio per poter ritrovare in esso un filo logico e rassicurante, gli eventi di quelle settimane gli appaiono, a mano a mano che procede nella narrazione, come un'oscura sequenza di segni il cui senso rimane del tutto indecifrabile. Attraverso il suo racconto il lettore scoprirà come quello che gli era sembrato all'inizio un piacevole incontro con una donna bella e le sue tre figlie, si sia trasformato in una sorta di incubo, in una trappola.
Un'isola livida e crudele della Nuova Scozia sul finire dell'Ottocento, un giovane accordatore di pianoforti, una tredicenne libanese. I due si amano, e per sposarsi non esitano a fuggire. La loro passione sarà breve e bruciante, immani le conseguenze: giacché sulle loro figlie si abbatterà un destino di colpe indicibili e occulte menzogne che finirà per distruggerle.
Gaio Publio Varro, veterano delle legioni africane, al termine di una lunga carriera militare toma nella sua terra natale: la Britannia. È l'anno del Signore 369 quando lascia l'esercito romano e decide di riprendere l'attività che fu dei suoi avi: il fabbro. Anni prima, suo nonno, con il ferro estratto da una pietra "caduta dal cielo", aveva creato armi che si conservano affilate e lucenti come nessun altra. Combattente, politico, uomo di grande fascino, Publio Varro affronta mille vicissitudini, giungendo a prosciugare un intero lago per ritrovare quelle pietre misteriose e forgiare una spada leggendaria: Excalibur. Lui ancora non sa che quella spada segnerà il destino di un suo diretto discendente, il futuro re di tutta la Britannia, Artù.
Come e perché si diventa terroristi? Cosa spinge un ragazzo romano a unirsi al gruppo eversivo più duro e determinato, quello delle Brigate Rosse, responsabile del clima di terrore instauratosi in Italia negli anni Settanta? In questo libro Valerio Morucci racconta i suoi primi anni da ribelle, gli anni del liceo e dell'università, in quell'atmosfera di pseudo libertà dove tutto sembrava possibile e la parola "rivoluzione" riempiva le frasi e i pensieri di molti giovani. Un racconto diretto, immediato, una sorta di "come eravamo", che si ferma con una scelta precisa, prima dei terribili anni di piombo.

