Stai creando il tuo capolavoro, a cui hai dedicato tempo e passione per realizzarlo al meglio, e improvvisamente qualcuno compare alle tue spalle e con rapidità lo straccia. Resti muto e attonito. Questa è l'immagine utilizzata per evocare con immediatezza l'esperienza del trauma: un evento negativo e devastante che compare in modo inaspettato. Maura Anfossi, che ha creato e coordina un Trauma Center psicologico, in questo volume analizza le esperienze traumatiche più incisive, i cosiddetti T grandi: gli incidenti stradali e quelli sul lavoro, le catastrofi in montagna, le morti in utero, i lutti neonatali, il suicidio, la violenza di genere, la diagnosi di tumore, gli interventi chirurgici invasivi, il lutto traumatico, il trauma generazionale e il trauma vicario degli operatori impegnati nell'assistenza. L'esperienza di buco nero che il trauma rappresenta si legge nelle storie raccontate, che portano l'autrice a dire che dal trauma si può uscire, individuando nella terapia EMDR una strada efficace per riemergere. Fortunatamente il dolore può essere rielaborato, il buco nero può lasciare spazio ai colori delle nostre risorse come il giallo oro dell'empatia, il rosso del coraggio di ritrovare l'energia vitale e il verde della consapevolezza, che ricuce tutte le parti di noi trasformando le cicatrici in ricami. Prefazione di Isabel Fernandez.
Mamma Orsa ha molto da insegnare al suo cucciolo: come pescare o trovare l’albero migliore per grattarsi la schiena. Ma ci sono alcune cose che il cucciolo dovrà scoprire da solo e sono le più importanti… Età di lettura: da 4 anni.
La Campagna italiana di Russia non fu storia di ritorni. Dei 229.000 italiani inviati sul fronte orientale, solo poco più della metà rivide l’Italia. Per coloro che tornarono, la "lunga marcia" non era finita: l’armistizio dell’8 settembre fu solo l’illusione della fine, della pace. Memori del recente vissuto, i reduci della steppa continuarono a camminare: se la guerra al fronte russo era stata una questione di sopravvivenza, quella italiana poneva una questione di coscienza. Tra resistenza, cobelligeranza, prigionia e fedeltà al Duce, la primavera del ritorno era ancora lontana.
Il volume "La sofferenza nella visione umana e cristiana" affronta una delle esperienze più complesse e universali dell’esistenza, mettendone a confronto la percezione puramente umana e la rilettura di fede. Mentre la prospettiva umana descrive il dolore in termini di limite, fragilità e mancanza di senso, la visione cristiana lo trasfigura in un mistero abitato da Dio, capace di trasformarsi in luogo di incontro, di riscoperta dell’amore e di speranza. Organizzato in cinque capitoli e arricchito da un approccio visivo, il testo guida il lettore attraverso gli interrogativi fondamentali ("Perché Dio permette la sofferenza?", "È un castigo?", la sofferenza degli innocenti), offrendo sia chiarezza teologica sia indicazioni pratiche su come stare accanto a chi soffre.
Pur essendo connaturata all'essere umano e da sempre presente nella storia dell'umanità, solo recentemente la disabilità è diventata materia di studio scientifico e argomento di dibattito in riferimento a questioni di diritto, benessere delle comunità, sostenibilità degli sviluppi possibili. Il manuale affronta il vasto «pianeta delle disabilità» secondo un approccio innovativo, particolarmente attento alle dimensioni della psicologia positiva. L'obiettivo è quello di pervenire a una nuova visione della disabilità che, andando oltre le categorizzazioni e la stigmatizzazione, promuova lo sviluppo di programmi incentrati sull'inclusione, sulla valorizzazione delle persone e sulle life skills. Indice del volume: Premessa. - parte prima: dal Monte Taigeto alla convenzione dell'ONU sui diritti delle persone con disabilità, alle classificazioni dell'OMS.
Nel dibattito pubblico italiano, il rapporto tra politica e diritto si presenta come uno dei nodi più complessi e ambigui della vita democratica. E lo è, non poco, anche nell'ambito della giustizia penale. Giovanni Fiandaca, tra i più autorevoli studiosi italiani di diritto penale, mette in evidenza in questo libro i fattori politici che condizionano il settore dei delitti e delle pene, considerandoli nel triplice versante della legislazione, del processo e dell'attività dei giudici. E si sofferma poi sul conflitto tra politica e magistratura che, come una sorta di grande nevrosi istituzionale, continua a incidere negativamente sul funzionamento della democrazia italiana. Nella parte finale suggerisce alcune possibili vie per migliorare la qualità della giustizia penale e attenuare la conflittualità tra potere politico e potere giudiziario. Indicazioni, tuttavia, destinate a rimanere pura teoria senza una revisione profonda della politica penale nell'orizzonte di una democrazia costituzionale degna di questo nome. La questione penale, lungi dall'essere settoriale o prevalentemente tecnica, assume infatti una rilevanza sistemica perché riguarda i fondamenti e il tipo stesso di democrazia in cui vogliamo vivere.
La storia recente del mondo è caratterizzata da una dimensione di violenza tanto più inaudita e imprevedibile perché commessa nel nome di dio e delle scritture. In questo piccolo libro lungimirante e prezioso, Jan Assmann si chiede se esista una violenza intrinseca del discorso religioso monoteista. Rileggendo l'Antico Testamento, l'autore ritrova la radice storica di questa violenza soprattutto nel carattere esclusivo dell'unico dio e nell'immagine consolidata di una divinità irosa e punitiva. E tuttavia Assmann contesta che la violenza sia una conseguenza obbligata del monoteismo, per concluderne che essa nasce, piuttosto, dall'uso che della religione è stato fatto in senso politico e fondamentalista. A introdurre il libro, le belle pagine di Christian Greco.
C’è una parola che domina il nostro tempo: paura. Paura di perdere benessere, lavoro, certezze. Paura del futuro. Nell’era dell’insicurezza, il populismo sovranista raccoglie consensi trasformando il disagio in rabbia e cultura del nemico. Per questo Meloni, come Trump e come altri, è solo un epifenomeno di una crisi democratica più profonda: la percezione, da parte dei cittadini, che la politica non sia in grado di gestire il radicale cambio d’epoca che ci troviamo a vivere, mentre una frattura sempre più grave si allarga tra classi dirigenti e popolo. Il problema è di tutti, ma per la sinistra, nata per rappresentare e difendere proprio le classi più deboli, è la certificazione di una sconfitta culturale, un tradimento delle proprie ragioni. E una sinistra che si indigna ma non ascolta, che è «contro» ma non riesce a comunicare il senso di una nuova missione, non riuscirà a riconquistare una connessione sentimentale con il popolo. Nello schema identità contro identità, vince la destra; la sfida, invece, è conquistare cuori e cervelli attraverso un vero progetto alternativo. Questo libro è storia, analisi, provocazione ma anche passione e stimolo per le forze progressiste: perché apre alla speranza di un cambiamento e propone possibili vie d’uscita dalla nostra crisi quasi trentennale. Tra queste, riappropriarsi di parole strumentalizzate dalla destra come «nazione», «sovranità» e su tutte «sicurezza». E misurarsi, in termini gramsciani, col «senso comune»: anziché parlare agli elettori da improbabili altezze leaderistiche, farsi popolo, accantonando l’ambizione personale in nome di una grande ambizione collettiva. Perché la sinistra, senza popolo, semplicemente non è. Prefazione di Maurizio de Giovanni.
Coniugando la dimensione didattica di base con una valutazione critica dei recenti sviluppi delle pratiche documentarie, il volume muove da una riflessione sulla natura plurale dell'archivistica e da una concezione ampia e polifunzionale dell'archivio - inteso quale strumento di efficienza amministrativa e luogo di costruzione della memoria - per poi introdurre alle linee essenziali dell'evoluzione storica degli archivi e agli elementi teorici e pratici indispensabili per una corretta gestione dei complessi documentari, con particolare attenzione alle fasi e alle attività del ciclo vitale del documento. Si sofferma infine sul rapporto tra archivi e tecnologie dell'informazione, valutando anche in prospettiva futura le opportunità e le criticità che la dematerializzazione e l'intelligenza artificiale determinano nella disciplina.
L'antologia riunisce, con una impostazione del tutto originale, un intento divulgativo e un taglio agevole, testi che nella poesia italiana delle origini appartengono alla tradizione del canto di lode e di contemplazione. Il punto di partenza è costituito dalle Laudes creaturarum di san Francesco, a cui variamente si ricollega la sensibilità di diversi generi: laude anonime estrapolate da vari laudari, testi didattici sulle verità ultime della fede (Giacomino da Verona, Bonvesin da la Riva), laude d'autore (da Iacopone da Todi fino a Girolamo Savonarola), cantari religiosi in ottave (come nel caso del senese Niccolò Cicerchia) e sacre rappresentazioni. Si tratta di una costellazione di opere poetiche pensate in origine per rivolgersi a un uditorio ampio e variegato, dotate di una forte carica comunicativa e caratterizzate da una potente immaginazione. Questa raccolta colma un vuoto editoriale, non essendoci sul mercato antologie con approccio simile, e intende inserirsi, con una propria singolarità, all'interno delle celebrazioni dell'ottavo centenario della morte di san Francesco (1226-2026).
Approdato a Cartagena de Indias nel Seicento, il gesuita spagnolo Pedro Claver (1580-1654) è oggi noto come difensore dei diritti umani per la sua missione tra gli africani deportati oltre l'Atlantico: la sua figura incarna la testimonianza storica di un antischiavismo radicato nella tradizione cattolica più profonda. Ma come si è formata questa vulgata? Attraverso fonti inquisitoriali, agiografie gesuitiche e resoconti di miracoli, il volume ripercorre la lunga traiettoria della costruzione politica e religiosa della figura di Claver, fino alla sua canonizzazione ottocentesca. Un'indagine originale che intreccia schiavitù, santità e conflitti confessionali tra Europa e Americhe, mostrando come battesimi e catene abbiano segnato la storia della Chiesa.
Il libro ripercorre la vita di don Francesco Cavazzuti (Carpi, 1934-2021), sacerdote italiano giunto in Brasile nel 1969 come missionario nella diocesi di Goiás. Ispirato dal concilio Vaticano II e dalla teologia della liberazione, Chicão, così era affettuosamente chiamato, si schierò con i più poveri, denunciando le ingiustizie sociali e la dittatura militare. Perseguitato dai servizi segreti e minacciato di espulsione, continuò il suo ministero fino al 1987, quando un attentato lo privò della vista. Una testimonianza di fede profetica e impegno per i diritti umani nel Brasile del Novecento. Prefazione di Erio Castellucci.