Nel 1841 fu pubblicato il libro di Ludwig Feuerbach, L'essenza del Cristianesimo, nel 1907 quello di Adolf von Harnack con lo stesso titolo. I due celebri scritti, che tante controversie accesero nel mondo cristiano e fuori di esso, appaiono, il primo, distruttivo e, il secondo, riduttivo di ciò di cui intendevano precisare l'essenza: né certo la religione "umanistica" feuerbachiana, né l'orientamento "liberale" harnackiano con la limitazione drastica del kérygma evangelico alla sola proclamazione del Regno, sono adeguati all'oggetto della loro indagine. Con quest'opera, che in brevi ma incisive pagine affronta il medesimo sgomentante tema, Romano Guardini propone alcune idee fondamentali sull'essenza di quella realtà che ha inserito nella storia del mondo l'esigenza tormentosa e beatificante della scelta: il messaggio di vita divina, l'annuncio di salvezza, la rivelazione della verità trascendente nel Cristo. Quest'essenza, messa a confronto con la sostanza di altre predicazioni "religiose" come quella buddhistica, l'eleva da esse nella sua assoluta eterogeneità: non è un discorso di consolazione, non è un metodo etico, non è un'elaborazione teoretica dell'esistenza umana e del mondo.
Anche senza l'ausilio della filosofia, tutti gli uomini hanno una coscienza immediata del bene attraverso i sentimenti: è buono ciò che è amato con retto amore. Su questo presupposto Brentano fonda un'etica emozionale universale: se ciò che è buono lo è per ognuno allo stesso modo, il bene deve essere voluto, senza restrizioni, da tutti e per tutti, anche a prezzo di sacrificare il piacere individuale. E, anzi, dovrebbe essere cercato anche se non ne derivasse alcuna felicità. Il volume affronta i corollari di questo principio, le sue applicazioni alle scelte concrete e il rapporto tra etica e diritto: esiste una legge morale naturale valida per tutti gli uomini in ogni tempo e luogo? Come agire per il meglio se non possiamo conoscere le conseguenze delle nostre decisioni? In che misura il dovere etico dev'essere anche dovere giuridico? Un classico, nella curatela di Adriano Bausola, che ha aperto la strada alle indagini successive sull'etica e le emozioni e – ricorda nella Postfazione Vincenzo Costa – aiuta a riscoprire i nodi del dibattito contemporaneo sull'origine e la legittimità dei concetti morali.
Dicembre 1981. Vanni Maestri è l'anima di una piccola libreria nel centro di Bologna, nota per una particolare tradizione: i clienti scrivono su dei foglietti i loro propositi per l'anno nuovo e li lasciano dentro alle pagine dei volumi usati. C'è chi spera in una nuova casa, chi in un lavoro, chi nella vittoria dell'Italia ai prossimi mondiali di calcio. Accantonato il suo sogno di gioventù, Vanni ha scelto di essere il custode di quelli altrui, di vivere una vita tranquilla e di tenere a distanza il ricordo di un amore rimasto sospeso nel tempo. Ma quando Agata, la sua giovane assistente, trova il primo buon proposito nell'archivio del retrobottega, è come se scoprisse, tra le ceneri della memoria, la scintilla di un dolore che non ha smesso di bruciare. Nelle stesse ore, nello studio di un notaio, la contessa Costanza Castelvetri scopre che il suo defunto marito le ha lasciato in eredità un manoscritto di cui nessuno era a conoscenza: è la storia di tre studenti universitari, di un amore segnato dalle sirene del conflitto mondiale e dalle persecuzioni razziali. Quelle pagine ingiallite non possono risarcire le ferite del passato, ma saranno l'occasione - per tutti i personaggi della storia - di scegliere finalmente, in un tempo presente, la felicità. Attraverso un mosaico di storie che si intrecciano e a volte soltanto si sfiorano, Sabrina Gabriele racconta la tenerezza dei sogni arenati nel passato e la dolce ostinazione di quelli ancora da realizzare, ricordandoci che per andare incontro al destino bisogna prima di tutto ascoltare se stessi.
Siamo nell'epoca delle macchine celibi, dove l'essere umano viene modellato da ciÃ^2 che lui stesso ha costruito. La via d'uscita sta nel recuperare ciÃ^2 che la modernità ha emarginato: il dialogo, il pensiero, lo spirito. Perché la felicità non è celibe (e nemmeno la libertà ). Cosa resta oggi della modernità definita «liquida» da Zygmunt Bauman? Il modello di sviluppo che ha dominato il passaggio di secolo è ormai tramontato. Come tenere insieme, allora, una società sempre piÃ^1 grande e frammentata, che si sbarazza dell'ordine morale tradizionale in nome della libertà personale? Il digitale, che si propone come antidoto alle spinte disgregatrici della nostra epoca, è allo stesso tempo un potente catalizzatore di nuovi problemi. Il risultato è paradossale: massima efficienza e massimo caos comunicativo coesistono. E mentre le macchine intelligenti diventano sempre piÃ^1 simili all'uomo, l'uomo rischia di regredire a «macchina celibe»: un Io isolato, performante, privo di legami e incapace di riconoscere l'altro. Questo libro ci richiama all'urgenza di un pensiero nuovo, a partire dalla riscoperta di una «politica dello spirito» capace di restituire senso, legami e futuro alle nostre società . Siamo a un bivio: sta a noi scegliere la direzione.
La pace sporca: questo il settimo volume di Limes del 2025, dedicato al possibile accomodamento tra Stati Uniti, Cina e Russia per chiudere i fronti aperti o incombenti, trovando un modus vivendi che eviti altri, piÃ^1 sanguinosi ed estesi conflitti. "Sporca" perché la pace, specie in Ucraina, passa per un compromesso politico e dunque per concessioni reciproche. "Sporca" in quanto ingiusta, dunque, almeno dal punto di vista ucraino. Ma forse l'unica ormai possibile, appurata l'indisponibilità statunitense a perseguire la distruzione di una Russia determinata a non cedere l'Est ucraino. Il numero passa in rassegna i dossier piÃ^1 destabilizzanti e tormentosi del momento: dall'Ucraina a Taiwan, dall'Iran al Levante. Si scandagliano motivazioni, timori, aspettative e trasformazioni interne dei tre grandi protagonisti. Ma anche delle potenze minori che hanno molto da perdere o da guadagnare da un accomodamento - o da uno scontro diretto.
L’opera anepigrafa nota con il titolo La provvidenza, da attribuire verosimilmente all’epicureo Filodemo, è da sempre considerata un testo estremamente interessante; allo stesso tempo, la grave frammentarietà del rotolo, unita ai suoi contenuti molto tecnici e non facili da interpretare, non ne hanno favorito un’adeguata ricezione. Il trattato, qui pubblicato per la prima volta in un’edizione complessiva e secondo criteri e metodologie moderne, si rivela una fonte importante e spesso unica per la nostra conoscenza della dottrina stoica della provvidenza divina, che viene discussa in chiave polemica in quasi tutte le porzioni in cui il contenuto sia individuabile. L’autore intende soprattutto negare che la provvidenza intervenga attivamente nelle vicende umane, perché ciò induce, in caso di eventi negativi, la paura del divino. Nel solco degli insegnamenti di Epicuro, per Filodemo, invece, l’origine di tutto, compreso il male, è ricercabile nella natura, senza che ci sia bisogno di chiamare in causa un’entità superiore.
L'atto di fede nella rivelazione cristiana si presenta con le caratteristiche comuni a ogni atto di fede, ossia all’assenso che un soggetto possa dare a un oggetto di conoscenza per lui inaccessibile, grazie alla testimonianza di un altro soggetto: si tratta dunque delle caratteristiche epistemiche proprie di una conoscenza certa di qualcosa, ottenuta non direttamente (con l'esperienza o con il ragionamento) ma indirettamente, sulla base di una trasmissione di conoscenze da parte di testimoni qualificati, la cui testimonianza sia stata previamente verificata nella sua attendibilità.
In questo senso, l'analisi filosofica della fede nella Rivelazione, svolta in questo trattato, farà parte di un discorso più ampio, che è il discorso propriamente epistemico circa le condizioni di possibilità della conoscenza per fede in generale (e li si dovrà parlare della conoscenza storica, della conoscenza dell'interiorità altrui, degli accertamenti giudiziari, dell’educazione e dell'informazione).
Un continente invisibile e misconosciuto: questa è l’immagine che abbiamo ancora dell’Africa, relegata nel cono d’ombra della comunicazione pubblica. I media ne parlano pochissimo e quasi solo, in chiave problematica, a proposito di immigrazione, guerre, povertà e carestie. In questo quadro di mancanza di approfondimento, fanno per fortuna eccezione riviste, quotidiani e istituzioni di ispirazione cattolica, che portano in luce anche i virtuosi processi di sviluppo e gli enormi potenziali del continente africano. E proprio nel solco di questo interesse si colloca la scelta del Rettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, Elena Beccalli, di fare dell’Africa il tema conduttore delle inaugurazioni dell’anno accademico 2024-2025 celebrate nelle diverse sedi dell’Ateneo. Un’attenzione fortemente voluta e diretta a progetti concreti che questo volume intende restituire raccogliendo i quattro discorsi inaugurali del Rettore, insieme alle prolusioni di autorevoli ospiti africani tenute in tali occasioni. La prospettiva che li accomuna è l’impegno a promuovere istruzione, educazione e sviluppo valorizzando l’imprescindibile protagonismo dell’Africa nei progetti di cooperazione avviati dall’Università Cattolica: «La nostra aspirazione» − afferma Elena Beccalli − «è diventare l’Università europea con la più rilevante presenza in Africa, attraverso partnership con atenei e istituzioni locali, per la formazione integrale delle persone e la promozione della fratellanza e della pacifica convivenza sociale». Una scelta insieme eticamente responsabile e strategicamente lungimirante. Con testi di: Leymah Gbowee; Ernest Aryeetey; Don Dante Carraro; Carlo Torti; Firmin Edouard Matoko; Nosipho Nausca-Jean Jezile.
Negli ultimi decenni è cresciuta l'attenzione per la meditazione orientale, in particolare taoista, per le pratiche che vi si riferiscono e per effetto degli studi e ricerche che consentono oggi di averne un'immagine più precisa e articolata. Il volume fa luce sull'antica tradizione dalla quale essa deriva, in gran parte riconducibile all'egemonia di una «grande narrazione» confuciana, la cui profonda influenza sulla cultura cinese si può paragonare a quella esercitata dal cristianesimo sulla cultura occidentale. Questo libro si propone di descriverne alcuni tratti essenziali con riferimento a momenti significativi: le origini (IV-III secolo a.C.); gli sviluppi nei secoli in cui, dalla fine dell'epoca della dinastia Han (206 a.C.-220 d.C.) all'epoca Tang (618-907), l'incontro della cultura cinese con il buddhismo produce una rielaborazione spirituale; le rivisitazioni contemporanee. Il volume permette di attualizzare il taoismo delle origini, da un lato, attingendo alle fonti, dall'altro, gettando lo sguardo alla realtà attuale, abitata da una multiforme galassia di fenomeni sui quali scarseggiano indagini sistematiche.
Questo trattato fa parte dell'Ordine delle Feste (Mo'èd) ed è denominato in due modi: quello più diffuso deriva, come spesso capita per i libri ebraici, dalla prima parola del testo, Betzà ("uovo"). L'altro titolo, quello più comune fra gli antichi commentatori, è Yom Tov (lett. "Giorno buono", nel senso di "Giorno festivo"), che non solo deriva anch'esso dalle prime parole del testo ma rappresenta l'argomento del trattato: le modalità dell'osservanza dei giorni festivi e le differenze rispetto allo Shabbàt (Sabato). Per "giorni festivi", in senso stretto, si intendono i giorni di festa solenne in cui è vietato lavorare. Secondo la prescrizione della Torà, i giorni festivi sono il primo e il settimo giorno di Pèsach (Pasqua), il giorno di Shavuòt (Pentecoste), Rosh haShanà (Capodanno), il primo giorno di Sukkòt (Festa delle Capanne) e Sheminì 'Atzèret (l'ottavo giorno dall'inizio di Sukkòt, detto anche Simchàt Torà, Gioia della Torà). Nella Diaspora, rispetto alla norma prescritta nella Torà, questi giorni sono raddoppiati per decreto rabbinico, mentre in Israele solo Rosh haShanà dura due giorni (il motivo dei raddoppiamenti è spiegato in questo trattato). Nei giorni festivi è proibito lavorare, come di Shabbàt, con la differenza che in tali giorni sono permesse alcune operazioni necessarie per la preparazione del cibo per il giorno festivo stesso. Il permesso di cucinare nel giorno festivo deriva da una necessità: infatti, quando il giorno festivo capita di venerdì o di domenica, si avrebbero due giorni consecutivi in cui sarebbe vietato compiere lavori e se fosse proibito anche il cucinare si sarebbe costretti a mangiare il cibo cotto tre giorni prima, con prevedibile rischio per la salute e detrimento della bontà delle pietanze, a danno dello spirito gioioso della festa. Riguardo a Pèsach e, per estensione, anche riguardo alle altre feste (salvo Kippùr), è scritto nella Torà: Il primo giorno e il settimo giorno saranno giorni di sacra convocazione, nessun lavoro si farà in questi giorni eccetto quanto necessario per il cibo di ognuno, solo quello potrà essere fatto (Es. 12:16). In questo versetto non si parla espressamente di "cucinare" ma di "fare quanto necessario per il cibo". Da qui deriva che sono permesse anche altre attività richieste per la preparazione del cibo. Fra queste, il trasporto in luogo pubblico, attività che di Shabbàt (e di Kippùr) è invece vietata. Uno degli scopi di questo trattato è appunto stabilire quali attività siano permesse nei giorni festivi e quali siano proibite. In generale, vale la regola per cui tutto ciò che può essere svolto prima dell'inizio della festa non può essere effettuato durante la festa stessa. Ad esempio, mentre l'impastare la farina e il cuocere il pane sono attività permesse durante Yom Tov, non lo sono il mietere il grano, il trebbiarlo, il macinarlo e altre attività simili che possono essere svolte prima della festa senza alcun detrimento per il prodotto finale. Il motivo per cui queste ultime attività sono proibite è per non affaticarsi durante i giorni festivi, che devono invece essere dedicati al pellegrinaggio al Santuario (quando esso esisteva, prima che venisse distrutto dai Babilonesi e poi dai Romani), sostituito oggi dalla Sinagoga, dove ci si reca per le preghiere e per le letture bibliche specifiche delle feste. (...)