Pensatore straordinario già agli occhi dei contemporanei, Tommaso d’Aquino risulta ancora oggi una figura di grande fascino intellettuale e spirituale, di cui si continuano ad apprezzare il genio speculativo e il rarissimo e armonico connubio dello scienziato e del santo. Come mostra questa voce enciclopedica di Martin Grabmann e Franz Pelster, suoi autorevoli studiosi, ha saputo spaziare dalla teoria della conoscenza alla metafisica, dalla filosofia naturale alla psicologia, dall’estetica all’etica, fino alla filosofia sociale e politica, indagando magistralmente sia i misteri del cristianesimo sia la complessità della metafisica aristotelica. Pasquale Porro, che a Tommaso ha dedicato numerosi studi, colloca il saggio nel contesto della medievistica della prima metà del Novecento, cogliendovi la presenza di tutti i temi classici del neotomismo dell’epoca.
Che cosa racconta davvero un comportamento antisociale infantile? Per Winnicott, dietro la trasgressione, la distruttività o la provocazione può nascondersi la traccia di una deprivazione: la perdita dell’ambiente capace di offrire sicurezza, continuità e cura. Attraverso il confronto con bambini e ragazzi accolti nelle comunità durante gli anni della Seconda guerra mondiale, Winnicott elabora una delle sue intuizioni più feconde e paradossali: la tendenza antisociale può essere vista come un segno di speranza, quella di trovare un ambiente che permetta di riprendere la crescita interrotta. Un libro ancora oggi attuale, che illumina il difficile incontro tra giovani in sofferenza e le istituzioni chiamate a educarli e accoglierli.
Da Trump a Putin ai nuovi leader globali, il potere ha cambiato volto senza cambiare natura. A chi si ispirano oggi gli uomini di potere? A Caligola, a Napoleone, a Mao? "Attento a ciò che desideri" ammonisce un antico proverbio. Forse i commentatori contemporanei avrebbero dovuto essere più cauti quando, nell’epoca della postpolitica, invocavano leader più carismatici. "Io sono il prescelto" ha dichiarato Donald Trump nel 2019. Da quando è tornato al potere, sembra incarnare una versione della "teoria del folle" degna di un Machiavelli contemporaneo: chi appare imprevedibile ottiene gli accordi migliori. Dall’altra parte del mondo, il "leader supremo" Xi Jinping si affianca allo zar Putin e a Narendra Modi, che ha fatto erigere la statua più alta del pianeta in onore del proprio idolo. Machiavelli insegnava che un principe, per conservare il potere, deve imparare a non essere buono. I nuovi autocrati hanno fatto propria questa lezione. Peter Sloterdijk non si propone come loro consigliere, ma si rivela un analista lucido e imperturbabile. Questa inedita figura di sovrano solleva una domanda inquietante: il mondo moderno ha davvero superato il modello monarchico, in cui il potere si incarna in un solo individuo?
La temperanza è, tra le virtù cardinali, la più focalizzata sul singolo: la prudenza orienta lo sguardo al reale, la giustizia alla relazione con l'altro, la fortezza a ciò che minaccia la vita, la temperanza invece a noi stessi, a ciò che desideriamo e a come dovremmo desiderarlo. Non significa disprezzare il corpo e i suoi bisogni, ma ordinare secondo disciplina e misura la complessa struttura fisica e spirituale dell'essere umano. Fine della temperanza, «uno dei quattro cardini sui quali gira la porta di accesso alla vita», è l'equilibrio interiore dal quale solo può derivare la pace dell'animo. Oltre a una funzione naturale di auto-conservazione, la temperanza ha un valore soprannaturale: indirizza l'uomo al bene e al bene sommo che è Dio. Se oggi il discorso etico si limita a proporre norme di comportamento senza preoccuparsi della crescita morale della persona, l'etica delle virtù elaborata da Josef Pieper, apparentemente inattuale, si rivela quanto mai necessaria.
Il volume affronta gli anni nei quali, consolidatesi le dinamiche del «miracolo economico», la Democrazia cristiana si trovò a governare un Paese profondamente mutato rispetto alla fase della ricostruzione postbellica. Il cambiamento non aveva interessato solo gli aspetti economici e produttivi, ma aveva interessato anche il tessuto sociale e antropologico, innescando un prepotente processo di secolarizzazione che, in una decina d'anni, si sarebbe materializzato nel risultato referendario sul divorzio. In questo quadro, spinta da Fanfani e Moro, i due «cavalli di razza» secondo una definizione in voga in quegli anni, la Dc imboccò la strada del dialogo con le sinistre: prima attraverso la coalizione del centrosinistra (coinvolgendo nell'area di governo il Partito socialista); poi, dal finire del decennio, attraverso la cosiddetta «strategia dell'attenzione» che Moro pose in essere nei confronti del Partito comunista. Questa seconda strada, una volta entrata in crisi irreversibile la coalizione del centrosinistra, sembrò poter prendere corpo: le elezioni del 1976 videro - secondo la definizione di Moro - «due vincitori» ai quali spettava il compito di gestire una fase di crisi conclamata, generata non solo dal quadro economico internazionale, ma anche da un'impennata della violenza politica.
Questa è la storia di una civiltà che non c'è ancora, ma che già domina il mondo. I suoi padroni la vogliono realizzare, il resto del mondo la vuole capire per poterla indirizzare. La civiltà artificiale nasce dalla conoscenza, dal potere, dalla ricchezza. Crea le condizioni di innumerevoli cambiamenti nel modo in cui gli umani vivono sul pianeta. Il suo avvento è annunciato dai profeti della tecnologia, ma le sue conseguenze esistono soltanto se la tecnologia è adottata, innovando socialità, produttività, mentalità. La sua costruzione è affidata a personaggi vagamente pirateschi che si trasformano nei nuovi signori del capitalismo e della politica, e mirano al controllo del futuro. La direzione che imprimono al suo sviluppo è raccontata recuperando alcuni dei miti fondativi più affascinanti dell'epoca precedente. Il conflitto che la caratterizza è quello che divide il falso dall'autentico, l'annunciato e il realizzato, il promesso e il mantenuto. I suoi protagonisti sono imprenditori senza scrupoli, potenti senza limiti, macchine senza controllo. Chi si oppone al potere dei padroni della civiltà artificiale ne contesta l'assunto fondamentale: che il percorso della tecnologia sia ineluttabile, che ci sia un'unica direzione del progresso, che la società dell'avvenire sia quella che deriva dai progetti dei giganti dell'industria tecnologica. I liberatori che sviluppano i contropoteri non sono ottimisti o pessimisti: sono possibilisti.
Ogni roccia è un archivio. Ogni parete, ogni scogliera, ogni guglia custodisce una storia di centinaia di milioni di anni, scritta in un linguaggio che pochissimi sanno leggere. Un viaggio in 12 tappe che ci farà osservare il paesaggio italiano con occhi diversi. Perché la bellezza che conoscevate era solo la superficie. L'Italia è uno scrigno. Ma non solo per le sue chiese, i suoi musei, i suoi borghi medievali. Sotto ogni montagna, dentro ogni scogliera, lungo ogni gola di questa penisola si nasconde qualcosa di più antico e di più misterioso: la memoria viva della Terra, scritta nelle rocce per centinaia di milioni di anni. Alessandro Iannace ci porta in 12 luoghi d'Italia -dalle guglie delle Dolomiti alle scogliere bianche della Scala dei Turchi, dalle coste sarde alle vette appenniniche -e ci insegna a guardarli con occhi nuovi: non solo come paesaggi da ammirare, ma come monumenti della storia del pianeta. Partiremo dalle formazioni più giovani (in senso geologico: si parla pur sempre di migliaia e migliaia di anni) e proseguiremo verso le più antiche, esplorando un abisso temporale vertiginoso. Con pochi strumenti visivi e spiegazioni rigorose ma mai aride, conosceremo regole semplici che cambiano il modo di guardare il paesaggio. Non serve alcuna preparazione scientifica. Serve solo la curiosità di chi si ferma, guarda e vuole capire. E la disponibilità a stupirsi: perché quello che le rocce raccontano è una storia che nessun monumento costruito dall'uomo potrà mai eguagliare. Un libro che non si limita a spiegare il paesaggio italiano: lo farà anche amare di più.
Cosa è successo alla società israeliana dopo tre anni di guerra permanente e totale? Chi parla, oggi, per Israele? «Poche sono le persone che si sono immerse nel dramma del Medio Oriente con coraggio, profondità e umanità come Francesca Caferri. La sua scrittura è intensa e ci restituisce una lettura profonda e onesta di una delle regioni più difficili del mondo.» David Grossman Dal 7 ottobre del 2023, Israele si è presentato al mondo come una fortezza sotto assedio. Una piccola Sparta pronta a rispondere colpo su colpo alle aggressioni, senza incertezze e dubbi. Una società unita dal dolore e dalla volontà di sopravvivere, da cui sono banditi coloro che obiettano e dissentono. Ma siamo sicuri che Israele abbia una sola faccia o invece ce ne sono mille che si contraddicono, si ignorano, si temono a vicenda? Come è possibile che un leader accusato di corruzione in patria e di crimini contro l'umanità alla Corte dell'Aja continui a governare con il consenso della maggioranza? Per rispondere a queste domande, Francesca Caferri ha fatto un viaggio dentro la società israeliana con gli strumenti del buon giornalismo: le scarpe consumate sul campo, le interviste cercate e conquistate, lo sguardo capace di stare sui fatti. Così, ci porta dagli elettori della destra radicale e dai pacifisti ostinati e sempre più soli, dai media sotto pressione e dagli imprenditori che guardano dall'altra parte. E poi in Cisgiordania, a toccare con mano l'espulsione dei palestinesi. Voci che in Israele non hanno quasi mai diritto di parola, ma che finalmente riusciamo ad ascoltare. Sullo sfondo resta proprio Gaza, con i suoi morti e la sua distruzione. E anche una domanda che percorre tutto il libro: come può Israele non vedere ciò che indigna il resto del mondo? E non capire le conseguenze - pericolosissime - di questi anni di guerra?
Il nazionalcapitalismo è capitalismo, anche spinto, ma incorniciato nel quadro della nazione e dell'interesse nazionale. Non è un'idea nuova. È il terreno da cui sono nate le due guerre mondiali. Perché le destre nazionaliste e illiberali vincono ovunque, dall'Europa agli USA? Non per caso, non per rabbia popolare, non per la crisi della sinistra. C'è una logica, un progetto, un nome: nazionalcapitalismo. Una visione che conserva tutte le caratteristiche del capitalismo, ricollocandole nella cornice ideologica della nazione e dell'interesse nazionale, presidiati da un governo elettivo autoritario. Il nazionalcapitalismo si contrappone alla globalizzazione dell'economia, della politica e della cultura che, dopo la caduta del Muro di Berlino, ha investito gran parte del mondo. Contrariamente alle promesse, non tutti ne hanno beneficiato: ci sono stati i perdenti della globalizzazione. Il messaggio per loro è semplice: voi siete perdenti non per colpa del capitalismo, ma della sua globalizzazione e di chi l'ha voluta. Questa forma di capitalismo imbevuto di nazionalismo e autoritarismo non è un'idea nuova: è il brodo di coltura delle due guerre mondiali. Oggi si ripresenta con nuove vesti, nuovi algoritmi, nuovi nemici da indicare, ma con la stessa visione. Una menzogna precisa, efficace, pericolosa.
Sono aumentati i conflitti armati e le vittime di guerra in cifra assoluta, ma non in rapporto al numero crescente di stati e di abitanti della Terra. Le guerre sono cambiate. È aumentato il numero di attori non statali, come Hamas e i separatisti filorussi del Donbass in Ucraina. E le guerre si sono imbastardite: solo raramente sono scontri campali tra eserciti, più spesso si fa uso di missili, droni, attentati contro civili. Ma perché la guerra è tornata prepotente? Gli storici dicono che le guerre sono sempre esistite e sempre esisteranno. Ma lo stesso si può dire delle paci. Le guerre sono frutto di decisioni politiche di uomini contro altri uomini. Non sono il prodotto ineluttabile di una natura umana malvagia. Siamo capaci di guerra e di pace. Dipende dalle circostanze: c'è stato un periodo di pace sostanziale subito dopo la fine della Guerra Fredda, grazie alle operazioni di peacekeeping condotte dai caschi blu dell'ONU. Potremmo e dovremmo farlo anche oggi. Conoscere la storia ci può aiutare a capire come possiamo fare la pace e renderla duratura.
Tutti conosciamo la leggenda di re Artù, ma cosa succede se la prendiamo sul serio e la raccontiamo come la biografia di un uomo realmente esistito? Cosa ci racconta del Medioevo questo grande mito?
Ci sono storie che si raccontano con le parole. E poi ci sono storie che si raccontano con le immagini. Quella dei Pooh appartiene a entrambe le categorie, ma forse è proprio attraverso le fotografie che riesce a rivelare qualcosa di più profondo. Uno sguardo, un gesto sul palco, una prova in studio, una partenza per una tournée, un abbraccio dietro le quinte: dettagli che spesso sfuggono alla cronaca ma che custodiscono l'anima di un'avventura umana e artistica unica nella musica italiana. Questo libro nasce proprio così, come un racconto per immagini. Le fotografie qui raccolte, per la maggior parte inedite, attraversano 60 anni di vita, di musica, di costume e di società. Raccontano l'evoluzione di una band, ma anche quella di un Paese. I Pooh non sono semplicemente una somma di individualità, sono un organismo collettivo che nel tempo ha saputo trasformare il concetto di gruppo in qualcosa di più profondo: una famiglia professionale fondata sulla fiducia, sulla condivisione e sul rispetto reciproco. Una combinazione rara di talento, disciplina, visione e spirito di squadra. Un patrimonio invisibile che accompagna il gruppo fin dagli inizi e che spiega, forse meglio di qualsiasi classifica o record di vendita, la ragione della sua straordinaria longevità.