La parola economia può indurre soggezione. Evoca nel nostro immaginario meccanismi complessi, calcoli e statistiche, numeri e ragionamenti che sembrano destinati solo a matematici o a grandi pensatori. Un po' come un monolite impenetrabile che incombe sulle nostre vite. Invece l'economia è l'ambiente in cui esistiamo ogni giorno, è come l'acqua per i pesci. Onnipresente e imprescindibile, è il contesto in cui ci muoviamo, la spinta che porta allo sviluppo della modernità, a tutte quelle scelte - epocali o abituali - collegate a un sistema globale che non smette mai di evolversi. Dal grado più concreto degli scambi che alimentano la nostra quotidianità a quello delle dinamiche che coinvolgono intere nazioni, questa Breve storia ci racconta l'economia per quella che è davvero, nei passaggi chiave della sua evoluzione, per aiutarci a fare scelte più consapevoli, a comprendere meglio le dinamiche che guidano il lavoro e il consumo, a navigare le moderne sfide economiche. Dettato dall'esperienza di Giorgio Arfaras, un viaggio affascinante tra le leggi che governano il nostro tempo, per chi vuole capire come funziona davvero il mondo in cui viviamo.
Granelli di polvere in un raggio di sole… poesia del discontinuo rivelata dalla luce dell’intelletto, verità del mobile e del minuscolo: l’atomismo di Democrito invita a sognare. Secondo Cicerone, Lucrezio e molti altri, Democrito fu un gigante, simile in questo a Platone e Aristotele. Fisica generale, astronomia, teoria della conoscenza, psicologia e medicina, antropologia ed etica: non c’è niente di cui non si interessi. Grazie alle numerose testimonianze e ai frammenti raccolti da Diels e Luria, si è cercato di ricostruire l’unità dell’ispirazione che ha guidato la sua opera enciclopedica. È possibile riconoscere il profilo di Democrito in innumerevoli testi dell’antichità. È necessario provare a ricostruire il sistema di pensiero di colui che Seneca riteneva «il più acuto degli antichi».
Nel cuore della medicina - e ancor più nella psicoanalisi - si apre uno spazio essenziale e spesso trascurato: quello del "prendersi cura", che va oltre la diagnosi e il trattamento, per abbracciare la complessità umana, affettiva e relazionale del paziente. In questo libro, scritto con rigore e passione, Simona Argentieri esplora con lucidità e calore i significati profondi della cura, le sue ambiguità contemporanee, le derive linguistiche, i rischi dell’eccessiva idealizzazione e le zone d’ombra delle pratiche terapeutiche. Tra riferimenti clinici, esperienze personali, riflessioni teoriche e osservazioni di costume, il volume intreccia psicoanalisi, medicina ed etica per esplorare in profondità il significato della cura: dalle funzioni di accudimento al rapporto mente-corpo, dalla prevenzione alla sofferenza psichica, fino al tema tormentato dei rapporti tra medicina e Intelligenza Artificiale, trattato nel capitolo finale da Cosimo Prantera. Un saggio autorevole e coinvolgente che invita a ripensare la cura non come un gesto tecnico, ma come una relazione complessa e irriducibilmente umana, restituendole la sua densità affettiva e teorica e smontando luoghi comuni e semplificazioni. Una lettura rivolta a medici, psicologi, terapeuti, ma anche a chiunque si interroghi sul senso dell’accudimento, della responsabilità e della relazione con l’altro.
Il volume, offre un’analisi approfondita e multidisciplinare sulla semplificazione della lingua giuridico-amministrativa. Attraverso i contributi di studiosi provenienti da università italiane ed europee, il libro esplora le sfide della modernizzazione linguistica, l’impatto dell’intelligenza artificiale e le tecniche di semplificazione per rendere i testi istituzionali più accessibili. Tra i temi trattati spiccano la ridefinizione della scrittura normativa, le implicazioni dell’IA nella comunicazione pubblica e le strategie per migliorare la leggibilità. Un’opera fondamentale per giuristi, linguisti e professionisti interessati a una comunicazione amministrativa più trasparente ed efficace.
«L’esperienza cristiana del XXI secolo sarà mariana o non sarà». Con voce profetica, sulla scia di una celebre intuizione di Karl Rahner, Teresa Forcades ci offre una lettura teologica e biblica di Maria di Nazareth che sovverte in modo radicale lo stereotipo trasmesso da una secolare tradizione. Attraverso una reinterpretazione dei quattro dogmi mariani incontriamo una donna determinata, che sceglie liberamente di dare alla luce la Luce (Madre di Dio); che sa custodire uno spazio interiore irriducibile, non subordinato a rapporti di coppia o a ruoli sociali (Vergine); che è libera dal peccato, perché sa fidarsi e ama senza paura (Immacolata); che assume in corpo e anima la responsabilità di essere co-creatrice negli eventi del mondo (Assunta in cielo). Mettendosi in ascolto delle sue parole, Forcades rivela Maria come una delle figure più attive nei Vangeli. Non icona muta e passiva del sacrificio femminile, ma donna ostinata e caparbia, capace d’iniziativa e di discernimento personale, che prende parola e pone domande critiche, fa scelte scomode e canta di giubilo il suo Magnificat, simbolo di giustizia sociale; una donna libera, assertiva e umile, che si affida senza riserve a Gesù anche quando non lo capisce o le risponde in modo ruvido; una donna inclassificabile, che ci insegna il valore della queerness, cioè della possibilità che ciascuno di noi ha di de-essenzializzare le proprie identità imparando ad amare in piena libertà.
Le neuroscienze suscitano tante speranze per la vita umana, ma il loro utilizzo spesso solleva interrogativi etici. L'opera si propone di esplorare l'impatto delle neuroscienze sulla comprensione dell'uomo attraverso un approccio a più voci. Si analizzano i limiti del determinismo scientifico nel comprendere la persona umana, l'esperienza del sé e dell'identità personale, la moralità umana e l'uso delle neuroscienze nella giustizia penale ma anche nella pedagogia e nel marketing. Vengono considerate le prospettive future delle neuroscienze, inclusi i rischi e le opportunità legate alle tecnologie avanzate come l'AI ed il potenziamento cerebrale.
A Correggio nel settembre del 1955 la pianura scorre piatta, costellata di lari, case basse, campanili e biciclette. In questo angolo di terra dove si parla in dialetto emiliano, le tradizioni "di prima della guerra" sono ancora vive, e il Resto del Carlino al bar detta la misura della verità e della fama di tutti, nasce Pier Vittorio Tondelli. Figlio di commercianti, cresce divorando libri nel retrobottega del negozio di famiglia, tra l’odore del pane e le chiacchiere della gente. Ma nella sua testa già canta Leonard Cohen, già scalpita il respiro del mondo e quel desiderio di altrove che lo porterà fra Bologna e Berlino, Rimini e Milano, già prende forma una lingua capace di raccontare ciò che lì ancora non si può dire. A pochi chilometri di distanza e quasi quarant’anni più tardi, un adolescente bolognese scorge il suo volto sulla copertina dell’Espresso. Pier Vittorio è morto, ma sembra guardarlo dritto negli occhi. Il giovane Enrico Brizzi non lo sa ancora, ma quell’incontro è un invito a guardarsi dentro e attorno, a credere che proprio lì, in quella provincia del mondo, possano nascere storie autentiche. Rivoluzionario delle forme, emblema del postmoderno, Tondelli si è radicato nell’immaginario collettivo come icona di cambiamento e denuncia contro una società ancora chiusa e bigotta. Nel settantesimo anniversario della sua nascita, Enrico Brizzi ci regala un libro che è molto più di una biografia: è un omaggio a un maestro, il tentativo di raccontare l’impronta che Pier Vittorio ha lasciato su chi, grazie a lui, ha imparato a raccontarsi, confermando ai lettori contemporanei il valore intatto di un’opera che continua a parlarci con incredibile precisione.