A Lugano, nella villa di un banchiere egiziano legato ai Fratelli Musulmani, gli inquirenti svizzeri hanno sequestrato un documento rimasto segreto per vent'anni: il "Progetto" questo è il titolo per "stabilire il regno di Allah in tutto il mondo". Da quando a Roma fu posata la prima pietra della Grande Moschea nel 1984 l'Europa è stata posta al centro di questo "Progetto". In Francia sono state costruite più moschee in 30 anni che tutte le chiese in un secolo. Bruxelles è stata trasformata nella "base dei Fratelli Musulmani" del Vecchio Continente e l'Italia è il paese dove hanno investito di più. Giulio Meotti racconta questo "Progetto" di conquista organizzato dai regimi islamici ai danni di un'Europa di cartapesta pronta alla sottomissione. Postfazione di Richard Millet.
Nei dibattiti sul cattolicesimo democratico e sulla Democrazia Cristiana, spesso il Dossetti politico riemerge quasi come una figura mitologica giudicata o in maniera polemica oppure enfatizzata positivamente. Studiare criticamente il Dossetti politico in quest'ora drammatica per la politica italiana è importante. Assistiamo all'emergere sempre più evidente di un'instabilità della vita politica del nostro Paese che probabilmente non ha pari nella storia nazionale. Sarebbe inutile affermare che se ci fossero uomini come Dossetti la situazione politica sarebbe migliore. A noi compete leggere fra le righe della storia di uomini come Dossetti per capire che non è sempre stato così e che un'alternativa è possibile. Il libro di Gumina ripercorre la parabola politica di Dossetti attraverso il recupero della sua tensione esistenziale e credente che genera uno sguardo critico per la lettura dell'odierno scenario. Così il volume si presenta come un'opportuna e urgente occasione per tornare a pensare alla luce di una delle figure più straordinarie, e oggi dimenticate, del cattolicesimo italiano.
Specchio della nazione, oggetti di culto civile e politico, arredo invisibile del paesaggio urbano, spine conficcate in gola alla città. I monumenti sono simboli sacri per alcuni ma vista insopportabile per altri. Le vicende delle loro origini sono dense di disaccordi, e spesso rivelano ciò che si agita nel ventre della storia più di quanto facciano gli atti di iconoclastia. C'è accanimento ideologico nel modo in cui certi monumenti americani sono discussi, criticati, talvolta vandalizzati, spesso rimossi dalle stesse autorità pubbliche? Oppure sono proprio quei monumenti un tentativo di cancellare la storia, di celebrarne certi aspetti celandone altri? Raccontando la vicenda di alcuni monumenti in una società conflittuale quale è quella degli Stati Uniti, Arnaldo Testi affonda lo sguardo nel cuore magmatico del paese e della sua storia. A emergere è il ritratto di un'America immaginata e imperfetta e delle sue autorappresentazioni, delle polarizzazioni e dei compromessi che l'hanno percorsa, e delle tensioni che oggi l'attraversano. La storia è sempre fastidiosa, continua a tormentarci, a renderci felicemente difficile la vita anche quando viene scritta nella pietra e nel bronzo, e diventa memoria.
Sul tetto della sua casa ardeva un fuoco devastatore e al posto degli angeli volavano serpenti nel cielo scuro. Non vennero pastori ad adorarlo, ma gli abitanti di Babilonia. Il bambino non incarnava umiltà: nel suo corpo abitava la vana sapienza del mondo. Agli emissari del Gran Maestro, giunti a interrogarlo, parlò come un adulto... Prima che l'Europa fosse attraversata dal mito dei Templari, un altro ordine di monaci guerrieri aveva già alimentato per secoli le paure e le speranze collettive del continente: gli Ospitalieri di Rodi. Tutto ebbe inizio nel Trecento, con una lettera inviata dal loro Gran Maestro alle potenze europee per annunciare la nascita, a Babilonia, di un bambino misterioso: con ogni probabilità l'Anticristo, il nemico degli ultimi giorni. La notizia venne accolta con sgomento e curiosità, si propagò nello spazio e nel tempo, ritornando a più riprese, fino alla Rivoluzione francese. Ma chi era davvero quel bambino? Che cosa bisognava fare per fermarlo? Ed era poi una buona idea fermarlo? La storia di questa falsa notizia, capace di intercettare tanto i ritmi profondi dell'immaginario quanto quelli più convulsi delle congiunture politiche e religiose, rivela come miti e paure possano plasmare intere società e aiutarci a sapere di più sul loro conto.
Meridione e rivoluzione: due parole che la tradizione storiografica ha spesso considerato inconciliabili, consegnandoci l'immagine di un Sud indifferenziato al suo interno, oggetto della «conquista» piemontese, colonia politica ed economica dell'Italia unita, eternamente arretrato. Come se, con la sconfitta della Repubblica napoletana del 1799, il Mezzogiorno avesse esaurito ogni impulso rivoluzionario, condannandosi all'immobilismo. Una lunga storia di sconfitte, sedimentata dal dibattito pubblico, dalla pubblicistica politica, dal cinema, dalla letteratura, che ha generato interpretazioni durature, quanto riduttive, capaci di influenzare il senso comune. Eppure, i fatti raccontano una storia diversa: dal 1816, anno di nascita del Regno delle Due Sicilie, fino all'Unità d'Italia, il Meridione è attraversato da rivoluzioni, controrivoluzioni, guerre civili. In questo quadro, il 1860 non è letto come l'esito di un processo lineare, ma come il culmine di un conflitto stratificato: tra borbonici e antiborbonici, liberali e legittimisti, tra diverse idee di patria - napoletana, siciliana, italiana. Anche la stagione post-unitaria, dunque, è parte integrante di questo ciclo rivoluzionario, mentre i decenni successivi fino al 1926 - allorché una rivoluzione di tutt'altro segno si impone - diventano il terreno su cui si elabora la memoria di quei conflitti per cercare di dare risposta alla domanda che ogni stagione rivoluzionaria lascia dietro di sé: ne è valsa la pena? Con un'analisi che abbraccia un lungo arco cronologico e intreccia conflitto politico, sociale ed economico, Salvatore Lupo ricostruisce come la memoria di quegli eventi è stata formulata, trasmessa, rimasticata, facendosi potente racconto pubblico. Liberato da stereotipi e semplificazioni, il Mezzogiorno si apre come un campo attraversato da narrazioni in conflitto in grado di orientare ancora oggi giudizi, identità e appartenenze.
È il 17 settembre del 1998 quando un gruppo di esperti si riunisce nella basilica di Santa Giustina a Padova, intorno all’urna dove, secondo tradizione, si conservano i resti dell’evangelista Luca, sigillata da quattrocento anni. Al suo interno, insieme a disparati oggetti e a un numero esorbitante di vertebre di serpente, c’è lo scheletro, senza testa, di un uomo alto circa un metro e sessanta, morto in tarda età. Si tratterebbe dei resti dell’evangelista Luca. Ma è davvero così? La reliquia è autentica? O è andata persa, o è custodita altrove: in Vaticano, o a Venezia, o magari a Praga? E in questo caso, di chi sono quei resti, e in ogni caso, come ci sono arrivati, a Padova? Il vescovo di Padova chiede risposte a una variegata commissione di storici, chimici, filologi, archeologi, e anche un paleontologo, per via dei serpenti. Il genetista chiamato ad analizzare il DNA dello scheletro per capire se è compatibile con le origini siriane del santo è Guido Barbujani, che in questo libro racconta una straordinaria avventura attraverso duemila anni di storia. Ci sono Giuliano imperatore e Lawrence d’Arabia, le crociate e le convulsioni del Medio Oriente contemporaneo: un lungo viaggio intellettuale, ma costellato di avventure e disavventure reali, talvolta comiche. Al contempo, attraverso i modi in cui esperti di discipline molto diverse hanno contribuito a ricostruire frammenti di una storia remota, veniamo a conoscere i meccanismi della ricerca, le grandi potenzialità e i limiti del metodo scientifico, gli scontri di idee e le motivazioni personali che portano, faticosamente e non senza contraddizioni, a passi avanti nelle nostre conoscenze: a volte piccoli, mai irrilevanti.
Mai più. Mai più la Shoah, mai più i campi di sterminio, mai più antisemitismo. Così si è detto. Ma a chi è riferito quel ‘mai più’? Mai più per gli ebrei o mai più a ogni altro genocidio, dopo quello estremo che ci deve fare da monito, chiunque ne possa essere vittima? E perché allora Gaza? E perché è una scelta controversa definire genocidio lo sterminio di Gaza? Usare questa definizione vuol dire sminuire l’unicità di quello ebraico o fare un paragone empio tra Stato di Israele e Germania nazista? Chiunque usi il termine genocidio per la Palestina è, anche inconsapevolmente, un antisemita? Proprio la parola antisemitismo è oggi sulla bocca di tutti: da una parte, la presenza nel dibattito pubblico di stereotipi antisemiti; dall’altra, il governo di Israele e i suoi sostenitori che definiscono antisemita chiunque critichi la sua politica, dall’ONU a quei paesi dell’Unione Europea che hanno riconosciuto lo Stato palestinese. Ma allora cos’è l’antisemitismo, chi sono gli antisemiti? Quali sono le differenze con l’antisionismo? E ancora, se l’antisemitismo è dappertutto, come distinguerlo, come opporvisi? Dopo il grande successo di "Il suicidio di Israele" (Premio Strega Saggistica 2025), Anna Foa ha sentito l’urgenza di rispondere a queste domande, con la consapevolezza che quello che abbiamo vissuto in questi ultimi due anni mette a rischio il patrimonio di valori che abbiamo costruito attorno alla memoria della Shoah e per rivendicare, oggi più che mai, un ‘Mai più’ che valga per tutte le donne e gli uomini. A prescindere da ogni credo e identità.
Cinquant’anni fa, il 24 marzo 1976, un golpe militare instaurò in Argentina una delle dittature più feroci dell’America Latina: 30.000 desaparecidos, migliaia di esuli e di prigionieri politici. Le Madres e le Abuelas de Plaza de Mayo, inizialmente sole - ‘le pazze della piazza’ - hanno costruito un modello di resistenza la cui immaginazione, creatività e, soprattutto, il coraggio hanno alimentato nuove forme di azione nella politica argentina: un movimento collettivo e pacifico, capace di trasformare il dolore privato in lotta politica. Gli organismi per la difesa dei diritti umani hanno così saputo rendere possibile il Juicio y castigo. Nel corso del tempo, infatti, i tribunali argentini hanno pronunciato 360 sentenze, condannato 1.237 persone e identificato oltre 800 centri clandestini di detenzione. E 140 nipoti, sottratti ai genitori desaparecidos, hanno potuto ritrovare la loro vera identità. Questo modello di giustizia integrale si è rivelato la forma più completa di riparazione e di accertamento della verità. Basato su fonti ufficiali, documenti d’archivio e testimonianze dirette, questo libro offre una visione d’insieme di un lungo cammino verso la verità e la giustizia. Un percorso che oggi è messo pericolosamente in discussione.
Quali erano i rapporti tra le popolazioni arabe e il mondo romano? Dall’età preromana, segnata dall’esperienza del regno dei Nabatei, attraverso l’età imperiale in cui fiorirono città multietniche ai confini del deserto come Palmira, fino all’epoca di Giustiniano e all’ascesa dei Jafnidi, il volume segue un lungo percorso di trasformazioni politiche e culturali. Al centro dell’analisi è un’area del Vicino Oriente a lungo considerata periferica, qui restituita nella sua funzione di spazio di mediazione e di scambio, inserito nelle dinamiche dell’impero romano. Grazie a un uso sistematico delle fonti letterarie, epigrafiche e archeologiche, il libro offre una rilettura complessiva dei rapporti tra Roma e le società arabe, contribuendo a ridefinire il quadro storico precedente all’avvento dell’Islam.
Il cammino della donna verso l'emancipazione e la parità non è di fatto ancora concluso all'inizio del terzo millennio, nonostante le conquiste degli ultimi decenni. Si potrebbe quindi pensare che in passato, e a maggior ragione in un'epoca lontana e arretrata come è stata a lungo considerata quella medievale, alle donne fossero riconosciuti ruoli e spazi ancora più ristretti e limitati. Gli studi di Regine Pernoud hanno al contrario dimostrato che in tale periodo le donne affermarono la loro autonomia e stabilirono il loro potere in diversi ambiti della vita del tempo, raggiungendo posizioni di assoluto prestigio nella medicina, nella religione, nella cultura e nella politica. Per altro, attraverso i profili delle figure femminili che maggiormente si sono distinte, abilmente ricreati sul filo della vivace e ben documentata ricostruzione della studiosa, il lettore potrà disporre di un quadro più completo e corretto della società di questo lungo periodo di storia europea.
Questo libro affronta uno dei periodi più gravi e più drammatici della storia italiana: quello compreso fra il 1494 - l’anno della discesa in Italia di Carlo VIII - e il 1527, l’anno del sacco di Roma. Fu in quel periodo che l’Italia da centro della civiltà e della politica divenne periferia del mondo. Una grande ‘mutazione’ che colpì particolarmente Firenze, la città che sotto il dominio di Lorenzo de’ Medici era stata la capitale del Rinascimento. Qui, sotto la guida di Girolamo Savonarola, dopo la morte del Magnifico nel 1492, si sperimentò una nuova forma di governo repubblicano e popolare che voleva essere una risposta coraggiosa e alta alla tempesta in arrivo. Questa esperienza lasciò un segno indelebile anche in Francesco Guicciardini e Niccolò Machiavelli, nel loro operato politico e nei loro scritti teorici. Furono tutti sconfitti, in maniera diversa, e la loro sconfitta confermò il declino al quale l’Italia era ormai avviata e che durò per un lungo periodo di tempo. Paradossalmente, proprio in questi anni cruciali emerge il ruolo che la cultura italiana ha avuto nella costruzione delle libertà dei moderni: la libertà di pensiero, la libertà di coscienza, la libertà religiosa. L’eredità più importante dell’Umanesimo e del Rinascimento anche per la crisi che stiamo attraversando.
Oggi le società occidentali sembrano ossessionate dai ricchi: ammirati e lusingati e, allo stesso tempo, biasimati e disprezzati. Ma è sempre stato così? Negli anni le cose sono molto cambiate. In passato come oggi, però, ci si è interrogati su come si diventa ricchi e sul perché le ricchezze tendono ad accumularsi nelle mani di pochi. In questo libro, pieno di esempi e di resoconti delle vite di alcuni individui straordinari, si prova a rispondere a queste domande all’interno di un’ampia e organica ricostruzione storica. Chi sono i ricchi? Come lo si diventa? Perché le ricchezze tendono ad accumularsi nelle mani di pochi? Una grande storia dei ricchi e dei super-ricchi in Occidente.