Nel nostro immaginario, il medioevo nordico è spesso identificato con i vichinghi, le cui incursioni hanno segnato profondamente la storia europea. Ma nel millennio medievale la Scandinavia fu interessata anche da altre trasformazioni epocali, come la conversione al cristianesimo e l'introduzione della scrittura, l'esplorazione del Nord Atlantico e la nascita delle monarchie di Danimarca, Norvegia e Svezia, la costituzione dell'Unione di Kalmar e l'avvento della Riforma protestante. Partendo dai più recenti orientamenti storiografici e metodologici, il volume ripercorre i principali sviluppi politici, religiosi, culturali ed economici verificatisi in Scandinavia fra la tarda antichità e gli inizi del Cinquecento, con un'attenzione particolare alle vicende della minoranza etnica dei Sámi e ai rapporti che si instaurarono tra il Nord e il resto d'Europa.
All'indomani dell'Unità d'Italia, le missioni metodiste inglese e americana rivolsero al Mezzogiorno un'attenzione particolare, fondando chiese e promuovendo iniziative sociali e culturali. Fin dalle prime fasi dell'evangelizzazione, questa presenza - radicatasi anche in alcune aree interne - si accompagnò a una riflessione sulla specifica situazione sociale, culturale e religiosa del Sud, contribuendo ad arricchire il grande dibattito sulla "questione meridionale". Il volume si inserisce in questa prospettiva offrendo una lettura storica che intreccia dinamiche religiose e processi politici, sociali e culturali e mettendo in luce il ruolo delle Chiese metodiste nel contesto meridionale e mediterraneo. In dialogo con le più recenti acquisizioni storiografiche, l'indagine mostra come il metodismo non sia stato soltanto un'esperienza religiosa, ma anche un laboratorio di idee e pratiche sociali capace di interagire con i mutamenti dell'Italia postunitaria.
"Natura umana e condotta" rappresenta un testo fondamentale nel dibattito sui rapporti tra individuo e ambiente e sulla funzione trasformativa delle pratiche sociali. La premessa di Dewey è che la condotta umana non è determinata esclusivamente da tratti intrinseci e fissi ma è plasmata dalla continua interazione fra le tendenze innate e il contesto sociale. Gli individui non sono prodotti passivi del loro corredo genetico ma agenti attivi che interagiscono con l’ambiente circostante. Le applicazioni pedagogiche di tale teoria sono molteplici poiché è proprio nel momento educativo che Dewey riconosce il fulcro per la trasformazione sociale, intesa come cambiamento dei paradigmi di pensiero. Gli adulti hanno per Dewey il compito di predisporre un ambiente sufficientemente flessibile e plastico su cui la generazione successiva possa esercitare un’azione creativa, improntata alla ricostruzione continua del patrimonio ereditato e non alla sua passiva conservazione.
Potenza e potere, religiosità e religione: la differenza che passa attraverso il significato di queste parole segna i confini dello spazio dentro cui si muove questa riflessione del filosofo Silvano Petrosino sulle perversioni del potere e sul sogno idolatrico della religione. Una nuova tappa nell’esplorazione dell’umano condotta da Petrosino nei suoi precedenti lavori - Il desiderio, Letture, Logiche follie, Piccola metafisica della luce, ecc. - che qui si sofferma sul «palazzo del potere» religioso e su chi se ne serve. Questo libro tocca i temi del simbolo, dell’abitare, della cura, dell’amministrare, fino a evidenziare le ragioni alla base delle storture del potere e della diffidenza del Dio biblico - che non si fa possedere ma al tempo stesso non vuole possedere - nei confronti di certe pratiche religiose: libertà di un Dio che non si lascia incantare dalle cerimonie dell’uomo.
La scienza del XX secolo ha modificato per sempre la nostra comprensione della realtà, anche se siamo ben lontani dal poter affermare che questa realtà abbia un senso (forse non accadrà mai). Eppure, è grazie alla meccanica quantistica che il pensiero può dirsi per la prima volta libero di percorrere strade veramente ignote. A coltivare quello shock permanente, fatto di «stupore e vertigine», è Carlo Rovelli che, dalle "Sette brevi lezioni di fisica", con leggerezza si muove fra gli abissi speculativi della relatività quantistica, senza paura di toccarne il fondo - anche perché quel fondo, secondo lui, non esiste. «Elettroni e mente, sassi e leggi, giudizi e galassie non sono di natura essenzialmente diversa gli uni dagli altri. Sono nozioni che si illuminano a vicenda». Di questo continuo gioco di specchi è fatto il mondo, e per comprenderlo in tutta la sua complessità, per vederne la coerenza e «sentire che è la nostra casa», scrive Rovelli, bisogna fare un salto ulteriore e accogliere l’incertezza che è al cuore della conoscenza, quella che porta all’«eguaglianza di tutte le cose». Come il personaggio di un racconto del Zhuangzi - uno dei grandi libri dell’antichità - che dopo aver sognato di essere una farfalla «svolazzante e soddisfatta della sua sorte» non sa più se è stato lui a sognare la farfalla o è la farfalla a sognare lui.
La nostra idea di universo è rimasta quasi immutata per millenni: da un lato il mondo terrestre, che possiamo toccare con mano e che è soggetto a continue mutazioni, e dall’altro il mondo celeste, lontano e perfetto; un mondo fatto di sfere trasparenti che sostengono le stelle e i pianeti. Una visione che è stata messa in crisi quattro secoli fa, quando Galileo con le sue osservazioni al telescopio comprese che il Sole e i pianeti erano corpi simili al nostro pianeta. Era nata l’astronomia moderna, e da quel momento abbiamo spinto sempre più in là i confini dell’universo conosciuto. Paolo Ferri ripercorre le tappe principali di questo viaggio. Dalle visioni dell’antichità alla rivoluzione copernicana e alla nascita del concetto di sistema solare, per poi seguire i progressi dell’astronomia, con la scoperta di nuovi pianeti lontani, e arrivare infine all’era spaziale, che ci ha aperto le porte dell’esplorazione interplanetaria e permesso di osservare l’universo sempre più in profondità.
Che strano destino quello dell’identità. Essa nasce come parola molto esclusiva: all’inizio era concetto attribuito soltanto all’Essere, quindi a qualcosa di divino, del tutto irreperibile in natura e presso gli umani. Oggi l’identità si è trasformata in una nozione storica, psicologica, sociologica, presente in una molteplicità indescrivibile di contesti sociali. E in assenza di una definizione preventiva, di un accordo semantico, l’identità sembra essere ormai un guscio lessicale vuoto, e proprio per questo applicabile in maniera disinvolta e spregiudicata. Eppure, anche i gusci vuoti trasmettono qualcosa: minuscole gocce di significato rilasciate inconsapevolmente durante l’uso. Si è così insinuata l’idea che in noi ci sia qualcosa di talmente peculiare e nostro da non poter essere condiviso con altri: non importa che si tratti di una sostanza materiale o spirituale, biologica o culturale; ciò che importa è che quella sostanza sia riconosciuta, protetta, difesa. Attraverso un caso etnografico estremo - il cannibalismo dei Tupinamba -, Francesco Remotti traccia la strada per portarci oltre l’identità, dimostrando come identità e alterità possano congiungersi e trasformarsi. Così da tagliare alla radice una concezione dell’identità generatrice di esclusione e di intolleranza.
Tu che sai tutto, tu che sai come è stato creato il mondo, dimmi, esiste un numero da cui sono discesi tutti gli altri? Età di lettura: da 6 anni.
Il dibattito sull’università italiana ruota da anni intorno a due nodi: il finanziamento e la razionalizzazione del sistema. Ma davvero più fondi e meno atenei basterebbero a risolverne i problemi? Il testo qui proposto ribalta la prospettiva e porta lo sguardo al cuore dell’istituzione, dove modelli organizzativi formali e informali generano equilibri fragili e poco dinamici, destinati a perpetuare i limiti del sistema. L’università appare così come l’ultima vestigia dell’Ancien Régime: più resistente al cambiamento persino della Chiesa e dell’Esercito. Il risultato è un’inerzia che impedisce al paese di trasformare il proprio tessuto culturale, sociale ed economico, condannandolo a inseguire il futuro invece di costruirlo. Con lucidità e rigore, l’autore mostra perché senza una riforma radicale della governance universitaria nessun investimento straordinario - neppure quelli del PNRR - potrà davvero incidere.
Il Discorso della montagna: tutti ne hanno sentito parlare, pochi lo hanno davvero letto. Beatitudini, mitezza, «porgere l’altra guancia», l’essere sale e luce: parole spesso travisate o ridotte a slogan moralistici. Beati i poveri, i miti, gli operatori di pace… Ma chi ci crede ancora? Ernesto Borghi rilegge il Discorso della montagna senza retorica, con passione e chiarezza. Ne emerge un Vangelo sorprendentemente concreto: non un ideale irraggiungibile, ma un cammino per chiunque desideri una vita piena e relazioni autentiche. Un volumetto tascabile, immediato e intenso, da portare con sé come bussola quotidiana.