L'avventura dei personaggi del fortunato "Qualcosa, là fuori" non è finita, sebbene continui in uno scenario completamente diverso: dopo l'estenuante migrazione attraverso un'Europa devastata dalla crisi climatica, Marta, sua figlia Sara e il giovane Miguel sono riusciti ad arrivare in Scandinavia, dove le condizioni climatiche permettono ancora una vita civile organizzata. Accolti nella casa di Ahmed, i tre si illudono di essere in salvo. Purtroppo per loro, non è così. L'intelligenza artificiale esercita una sorveglianza soffusa e totale sulla popolazione, suddivisa in caste. Al vertice regnano i cittadini A, con neurochip impiantati nel cervello, con vite più lunghe e capacità fisiche che li rendono superiori a tutti gli altri. Quando i disastri climatici e la prolungata siccità cominciano a intaccare le risorse alimentari, i cittadini C, rigidamente confinati in città satellite di baracche improvvisate e abbandonati a sé stessi, si ribellano. Mentre le condizioni di vita si fanno sempre più proibitive, Marta, Sara e Miguel si uniscono alla Resistenza e si preparano all'ultimo sforzo... In questo incalzante romanzo di speculative fiction Bruno Arpaia immagina uno dei nostri possibili scenari futuri, del quale già si scorgono le tracce nel presente. Tracce che noi non vediamo o preferiamo non vedere.
Tala, palestinese di Città di Gaza, e Michelle, israeliana di Sderot, vivono a una dozzina di chilometri l’una dall’altra, separate da un muro e da una guerra. I loro mondi non potrebbero essere più distanti. Cresciute per odiarsi, accettano di scriversi grazie a un’idea di Dimitri Krier, giornalista del «Nouvel Obs», che le mette in contatto. Così, dal marzo 2024 fino al luglio 2025, nonostante i pericoli che un semplice scambio di lettere può comportare per entrambe, si scrivono. Nel caos della guerra - sotto il tiro dei razzi, tra il rumore delle sirene - mentre tutt’intorno dominano la sofferenza e il lutto, avviene un incontro autentico. Michelle e Tala non cercano di riconciliarsi, ma condividono le loro verità: le loro lettere parlano della quotidianità, degli studi di diritto, delle loro paure, ma anche dei libri preferiti, dei sogni, dei progetti per l’avvenire. Del dolore. Del desiderio di un futuro diverso. La loro corrispondenza non è soltanto un documento eccezionale. È la prova scritta che, se è possibile un dialogo tra questi due «cuori invincibili», allora è possibile per tutti gli altri. In attesa del momento in cui, per dirla con le parole di Tala, «la finiremo di venerare i morti e di combattere i vivi».
La mostra presenta presenta quattro dipinti, o meglio due coppie di dipinti messi a confronto, due di certa mano caravaggesca e gli altri copie antiche che ritraggono rispettivamente San Francesco in meditazione e La Flagellazione di Cristo. Il confronto tra due versioni della medesima composizione - sia nel caso di due versioni pressoché identiche, sia nel caso di un originale con la sua copia antica - costituisce un terreno insidioso e appassionante per gli studiosi, in cui gli aspetti storico-artistici e documentari si intrecciano a quelli tecnico-esecutivi e conservativi.
Gli antichi saltano fuori da dove meno ci si aspetta. Non solo diritto, terminologia scientifica, trattati filosofici, riflessioni storiche e politiche, insomma. No, emergono anche dai nomi delle squadre di calcio, dalle pieghe di un abito in una sfilata di moda, dal frenetico tamburellare dei post sui social, dalle schermate dei videogiochi. Fanno capolino dalla pubblicità e dai neologismi della nostra lingua. Ci strizzano l'occhio dalle note della musica rock. Fumetti, serie tv e cartoni animati ne sono pieni. Li troviamo anche nelle forme di creatività ed espressione più tradizionali, come la narrativa, la poesia, il teatro, la musica classica e l'opera, la danza, il cinema, e per giunta in posizioni di avanguardia. Tutti questi ambiti vengono esplorati e illustrati in ventuno capitoli scritti da specialisti che hanno parlato di ciò che li appassiona: l'antichità declinata nei vari aspetti della cultura contemporanea, compresa quella pop. Una galleria delle meraviglie, ma anche un repertorio in cui trovare nuovi romanzi da leggere, canzoni da ascoltare, e infiniti altri modi con cui dialogare con i classici nel mondo di oggi.
Alle voci di questo dizionario hanno partecipato circa settanta biblisti e studiosi di diverse discipline teologiche. L’obiettivo è quello di coniugare il rigore dell’esegesi con un approccio di carattere divulgativo, attento anche al lettore meno abituato al linguaggio teologico. Il dizionario prende in considerazione un numero molto ampio di voci, selezionate perché determinanti per la teologia biblica. Ogni voce offre un’aggiornata bibliografia e un approfondimento dei passi biblici più significativi, sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento. I diversi riferimenti biblici accompagnano chi legge alla meditazione e alla frequentazione della parola di Dio, rispettando un criterio classico dell’esegesi biblica: la Bibbia si comprende con la Bibbia. Consulenza teologica di Alessia Brombin e Maurizio Buioni
L'approdo al cristianesimo, per Lewis - «un pagano convertito in un mondo di puritani apostati», come lui stesso amava definirsi -, affonda le radici in tutto quanto nella filosofia, nei miti e nella letteratura lo aveva ammaliato, quasi che Platone e le saghe nordiche, i Salmi e le avventure di Artù e Merlino fossero indissolubilmente intrecciati. Ed è a difesa dell'antica sapienza che Lewis, con queste conferenze tenute al King's College di Newcastle nel 1943 e presto divenute un caposaldo della critica alla modernità e al suo culto della tecnologia, volle lanciare una generale chiamata alle armi. Prendendo le mosse dall'innocuo paragrafo di una grammatica per le elementari, Lewis, con la chiarezza del logico aristotelico, l'umorismo polemico di Chesterton e Swift e la forza immaginativa dello scrittore di fantascienza, bracca il relativismo che serpeggia velenoso nella nostra società, nei modelli educativi, nella propaganda e nel mercato dei consumi, e delinea l'ormai ineluttabile trionfo di una sinistra distopia tecnocratica. È possibile inventare nuovi valori in nome del progresso? Che cosa accomuna scienza e magia? Quale tirannide si annida in un sistema che recide i nessi con la tradizione universale e condiziona le coscienze? E soprattutto: che cosa significaessere e restare esseri umani? Interrogativi che si sono imposti prepotentemente nell'èra digitale, ma che Lewis aveva formulato con profetica chiarezza più di ottant'anni fa.
Perché si soffre? È forse il primo e più grande interrogativo che si pone l’uomo dinanzi alle innumerevoli forme che nella sua esperienza di vita il male può assumere. Una domanda che per i credenti è gravata dal pensiero angosciante di un Dio che lo consente: se Dio è buono, perché permette che gli innocenti soffrano? Il biblista Luca Mazzinghi e il filosofo Andrea Di Maio si mettono alla ricerca di possibili risposte rileggendo il Libro di Giobbe, il testo biblico che più di ogni altro ragiona sul mistero del male.
Istituito da Bonifacio VIII nel 1300, il giubileo è stato da subito non solo un evento di devozione religiosa, ma anche uno strumento di enorme importanza per il papato, con ricadute sul piano spirituale, politico, economico e culturale. A partire dal Novecento le celebrazioni dei giubilei sono state per la Santa Sede straordinari momenti di confronto con lo sviluppo dei media audiovisivi di massa. Se per il cinema, la radio e la televisione gli Anni Santi hanno funzionato da catalizzatori di attenzione verso il Vaticano, per la Santa Sede hanno rappresentato l'occasione per sperimentare attraverso i media audiovisivi nuove modalità di interpretare e dispiegare la missione universale del papato. Il volume ricostruisce questa complessa e poco indagata vicenda, delineando una storia lunga più di cento anni: la prima contesa cinematografica tra la Biograph e i Lumière per il giubileo del 1900, l'impatto della stampa per quello del 1925, della radio (1933) e della Tv (1950), fino all'irrompere dei nuovi media per il giubileo wojtyliano (2000) e il giubileo straordinario della misericordia (2015) voluto da papa Francesco.
Si è scritto molto sulla guerra nel Medioevo, non altrettanto sulla pace. D'altra parte, la stessa civiltà medievale, quando raccontava sé stessa, lo faceva per lo più attraverso la guerra; non c'era spazio nella narrazione per la pace, intesa come assenza, come vuoto senza alcuna rilevanza storica (e storiografica). Ermanno Orlando intende colmare proprio questo vuoto, ricostruendo la storia delle donne e degli uomini che hanno sostenuto la pace tra il X e il XV secolo, dando talora vita a veri e propri movimenti pacifisti: dai promotori delle paci e tregue di Dio a Francesco d'Assisi; da Raimondo Lullo a Niccolò da Cusa; da Caterina da Siena sino a Giovanna d'Arco. Il Medioevo occidentale si rivela così nella sua contraddizione più affascinante: un'epoca segnata dalla violenza e dai conflitti, ma al tempo stesso capace di elaborare riflessioni, pratiche e ideali di pace che ancora parlano al nostro presente.
Questo libro vuole rovesciare il luogo comune secondo il quale l'estetica come filosofia dell'arte e della sensibilità si è formata grazie alla presa di distanza della cultura moderna dalla fede religiosa. In parte è così, e i suoi natali illuministici stanno a testimoniarlo. Ma la separazione tra arte e religione è stata un processo complesso e spesso conflittuale. Ben più remoti ascendenti, quelli che alla fine del Medioevo hanno visto la fede religiosa assumere una tonalità man mano più emotiva e meno speculativa, lasciano infatti intravedere altro: e cioè punti di contatto e di scambio tra una fede sempre più «umanistica» e i concetti che è andato elaborando il pensiero estetico, come immaginazione, genio, sentimento. Il nuovo volto dell'arte si modella quindi sulla fede da cui pure intende liberarsi. Da Giotto e Dante fino al Barocco, passando per i grandi protagonisti dell'arte figurativa e della teoria poetica quattro-cinquecentesche, da Piero della Francesca a Leonardo e Raffaello, da Alberti e Vasari a Bembo e Castiglione, il libro mostra come questa trasformazione della sensibilità abbia accompagnato i mutamenti che condurranno alla modernità. Che viene qui riletta non come semplice esito di un progresso, ma come l'effetto di una crisi del pensiero, una frattura feconda in grado di aprire a nuove possibilità.
La Cappella Sistina e Villa Borghese, il Colosseo e il Foro romano, la Fontana di Trevi, il MAXXI, il mercato di Campo de’ Fiori e i vicoli di Trastevere, trattorie, pizzerie e gelaterie, eleganti boutique e animati locali notturni, passeggiate barocche o nei luoghi del cinema, gita fuori porta a Tivoli: l’Urbe si svela a 360°! Un concept unico: grandi mappe pieghevoli per ogni quartiere. Siti e monumenti da non perdere, ristoranti, locali, teatri... indicati sulle mappe. Idee per visitare la città in modo diverso più una piacevole gita in bicicletta.
Il libro, primo frutto di un lungo e appassionato confronto di Italo Mancini con il pensiero kantiano, nasce con l'intento da lui stesso espresso di una "iniziazione filosofica" a Kant, che ruota attorno al tema di Dio e della sua conoscenza. Questa limpida introduzione riporta il discorso di Kant a una vivace attualità, che incrocia le questioni della conoscibilità di Dio e del male radicale, del legame tra religione e morale, della tolleranza religiosa. Si delineano il profilo e l'originalità di Mancini filosofo della religione, che attraverso Kant offre un modello di teologia pensante. In Appendice le annotazioni e le sottolineature presenti sulla Bibbia usata da Kant. Introduzione di Andrea Aguti.