Questo libro entra nell’aula bunker di Palermo e ci fa sedere in prima fila, là dove l’Italia ha smesso di tacere. Il Maxiprocesso non è stato soltanto un evento giudiziario: è un romanzo nazionale di sangue e denaro, paure e resistenze, in cui la lingua delle carte si accende in scene, volti, voci. Pietro Grasso, uno dei suoi protagonisti, ricostruisce - con prosa limpida e rigore assoluto - la trama fittissima che lega la guerra di mafia alle rotte internazionali dell’eroina, la provincia contadina alle alleanze con New York, gli sportelli bancari di Lugano ai cantieri del cemento palermitano. La narrazione segue il ritmo del dibattimento: l’ingresso dei parenti delle vittime, le deposizioni che si incrinano in silenzi, la dignità ferita di chi chiede solo giustizia. Rivediamo gli investigatori che hanno pagato con la vita (Boris Giuliano, Emanuele Basile) e grandi magistrati come Falcone e Borsellino; ascoltiamo la voce delle vedove e il coraggio delle donne che si sono costituite parte civile. Davanti, nelle gabbie, l’altra faccia del Paese: i Corleonesi, i grandi trafficanti, i pentiti Buscetta e Contorno, gli insospettabili dei salotti buoni, le minacce a microfono aperto. Atti, rogatorie, intercettazioni diventano racconto vivo: laboratori sotterranei, pescherecci carichi di droga, navi fermate a Suez, conti cifrati in Svizzera, valigie di dollari sporchi arrivati dalle pizzerie del Bronx, affari con industriali e faccendieri. Intorno, una borghesia che spesso finge di non vedere, e talvolta tiene il registro. Qui la storia non cerca scorciatoie: distingue, scava, mette in fila i fatti e le parole, mostrando il punto esatto in cui la verità processuale incontra (o manca) la verità storica. Questo è il racconto di come, in un’aula verde come un’astronave, l’Italia ha imparato a chiamare le cose con il loro nome. E di come quelle parole - finalmente dette - hanno cominciato a cambiare il corso della nostra storia. Il 10 febbraio 1986, dentro l’aula bunker di Palermo, il Paese impara a pronunciare la parola "mafia" guardandola in faccia: voci, carte, corpi, denaro. Il Maxiprocesso non chiede di scegliere da che parte stare: porta dove le scelte sono già costate tutto. "Ho visto lo Stato vincere non solo arrestando i mafiosi, ma rispettando la legge anche con chi ne era stato il nemico."
Mentre fuori il vento spezza i rami degli alberi, il pianto di un neonato riempie di vita la stanza. È nato il figlio di Cora e lei, finalmente, può cullarlo. Ma non è solo una notte di nascita e tempesta. È una notte di decisioni. Il bambino ha bisogno di un nome, ma Cora esita. La scelta più semplice sarebbe chiamarlo Gordon. Il nome del padre, e di tutti i maschi della famiglia. Il nome che il marito vorrebbe imporle. Eppure, Cora sente che non è la decisione giusta. Potrebbe chiamarlo Julian, un nome che le è sempre piaciuto per il suo significato: Padre del cielo. O accontentare la primogenita Maia che le ha suggerito Bear. Il mattino dopo, la bufera è passata. Cora, invece, sente ancora infuriare dentro di sé lo stesso vento che ha messo sottosopra la città. Mentre va all'anagrafe, ferma il passeggino sotto una quercia e stringe forte la mano di Maia. Gordon, Julian, Bear. Cora deve decidere se assecondare la volontà di suo marito o ribellarsi. In tre scenari alternati, la madre dà al figlio un nome diverso. Una scelta che comporta tre vite differenti. Una decisione che innesca infinite possibilità. Perché un nome non è mai soltanto un nome. Può essere dono, eredità, promessa; oppure trasformarsi in vincolo, marchio, condanna. Può proteggere o ferire. Può esprimere amore o potere. E può cambiare un'intera esistenza. Da mesi, Tre nomi è ai vertici delle classifiche inglesi. Ha conquistato la critica più autorevole, i librai, che l'hanno scelto come libro dell'anno, e soprattutto i lettori, che lo hanno amato scatenando un passaparola inarrestabile. Questo romanzo ci spinge a riflettere sulle conseguenze delle nostre scelte e su come il nome dato a un bambino possa influire sul suo futuro. Con una scrittura intensa e coraggiosa, Florence Knapp ci trascina in una vicenda insieme intima e universale: il coraggio di prendersi le proprie responsabilità, la felicità della condivisione, la forza dei legami.
Nel 1937 Abele ha diciott'anni ed è un soldato nell'impresa coloniale fascista: il regime per lui rappresenta la speranza di poter aprire un suo forno e diventare panettiere come suo padre. L'Etiopia è la terra dell'avventura e della conquista, e quando tutto finisce e si ritorna a casa, sconfitti, Abele si scontra con la realtà: il Novecento corre e bisogna stare al passo, è una freccia lanciata verso il boom economico, i supermercati che arrivano anche in provincia, la legge sul divorzio e le donne che reclamano la parità dei diritti. Il tempo passa e Abele invecchia coltivando un astio profondo verso un mondo che non ha mantenuto nessuna delle sue promesse: la rabbia è il suo modo per sopravvivere, l'ideologia l'unica lettura della realtà in grado di spiegargli di chi è la colpa. Così è anche per Ludovica, trentenne che si trascina in un presente faticoso, sentendosi invisibile e tradita dalle generazioni precedenti. Finché non incontra Abele, ormai centenario, grazie a Idea Sociale, un gruppo neofascista che sembra prendersi cura di coloro che stanno ai margini, che sa comprendere e indirizzare il rancore, la solitudine. Ma è proprio in questo inaspettato legame che si apre una possibilità per fare i conti con sé stessi, con la propria memoria e le proprie paure, e forse per mettere finalmente tutto in discussione.
L’originalità di questo libro consiste nell’analisi della comprensione agostiniana dell’essere responsabili: ogni persona deve "rendere conto" del proprio operato. Agostino rivelò questo profondo senso del dovere attraverso la sua predicazione. In questo libro vengono affrontate questioni riguardanti la relazione che univa Agostino alla comunità a lui affidata, indagando al contempo anche la relazione unificante tra Agostino e Dio. Questo testo offre una nuova prospettiva nell’ambito della spiritualità, mostrando come il "rendere conto" emerga come un tema importante nell’esplorazione della spiritualità agostiniana.
Il primo volume di una saga familiare che tiene con il fiato sospeso: tre generazioni di donne legate dall'amore e da un terribile segreto sepolto nel passato. La giovane Juni, in fuga da un marito violento, si rifugia nella casa dei nonni su un'isola norvegese, un luogo ormai quasi disabitato che in lei evoca ricordi felici: è qui che è cresciuta insieme agli amati nonni, che ora non ci sono più. Rovistando tra i loro cimeli, Juni trova una fotografia che ritrae la nonna Tekla da giovane insieme a un uomo che non è il nonno; l'immagine è datata giugno 1945, l'uomo è un soldato e i due hanno tutta l'aria di essere innamorati. Chi è quello sconosciuto? Ormai non c'è più nessuno a cui chiederlo. Juni decide così di intraprendere un viaggio che la porterà fino in Germania in cerca della verità. Si renderà conto che in gioco c'è molto più di una relazione segreta: quella che scoprirà, mettendo insieme un tassello per volta come in un puzzle, è la tormentata storia di una coppia clandestina in un paese devastato dalla guerra. Ma è anche la storia di una donna sola contro tutti: sua nonna. Tekla ha sempre taciuto la sua tragica esperienza, e la realtà che viene a galla minaccia di avere conseguenze sul presente.
Un libro spezzato in due, come il suo titolo e la sua partitura, per delineare la separatezza tra i tempi del vivere e del contemporaneo. Questo è La Linea spezzata di Fabrizio Lombardo. E spezzata in due appare anche l'unica poesia possibile oggi, come il suo linguaggio. Da un lato gli anni settanta e ottanta, nel ricordo di un bambino, poi di un ragazzo, cresciuto osservando la lotta operaia e il conflitto di classe, attraverso la ribellione artistica del punk; dall'altro la vita adulta nella genitorialità del nuovo millennio, nell'amore della vita coniugale, e il lavoro di una professione qualificata con il salto, e il rientro, all'interno di una dimensione dell'abitare opposta alla prima: una zona solo borghese, e solo apparentemente borghese. Nel ridisegnare una impossibile memoria intergenerazionale, questo libro - affatto scontato sulla scena contemporanea - rimarca la scissione e l'unione salda tra esperienza individuale e storia collettiva, in un viaggio che corrode e divarica in due l'Italia: l'epoca appena successiva all'utopia del Sessantotto e il senso imprendibile del presente. Una prima parte, come storia primitiva, racconta la vera e propria linea spezzata (nel richiamo al terrorismo di prima linea) ed è a sua volta concepita in capitoli, dove la vicenda privata si fonde con il paesaggio politico e culturale degli anni settanta, fino a confluire in Ionio, sezione stratificata in cui il lutto per la morte del padre, e il legame con la Calabria, si sovrappongono in un movimento temporale fluido. Una seconda vicenda, Strategie di fuga, rallenta l'andatura del racconto catturando ritratti brevi, testi pensati come fotografie in bianco e nero con volti, luoghi, istantanee che lo sguardo coglie passando in auto, accanto a figure celebri di poeti e di scrittori quali frammenti di una geografia emotiva e culturale. Con lo sfondo in movimento e stasi dell'amore. Ed è questo Atlante dei giorni a far emergere un «noi» generazionale, mai dichiarato ma profondamente presente, pagine come un'eco condivisa. Un libro duplice e reversibile, nello sforzo più alto di una voce già distinta e distinguibile come quella di Lombardo. Ma un libro mai doppio, che apre a una visione potente del contemporaneo, attraverso il racconto di un lento e silenzioso crollo della società e della cultura occidentale, della poesia come strumento di descrizione del mondo. E che si muove tra narrazione, fotografia, riflessione, con l'ambizione di restituire la complessità del tempo vissuto. Pur sempre immaginato.
Aggiornato e fruibile strumento di «pedagogia civile», questo Lessico si propone di ripercorrere in senso cronologico i valori e i caratteri dell'idea di Res Publica, le sue tradizioni, le istituzioni, i linguaggi, le forme partecipative e le pratiche educative che ne connotano la valenza culturale e morale nella storia dell'Italia contemporanea. Coniugando i linguaggi della comunicazione storico-culturale e della Public history, le molte voci che lo compongono analizzano le rappresentazioni e le percezioni della Repubblica - narrate attraverso i principi e i valori della Costituzione -, nella sequenza dei processi storici che dall'ideale mazziniano e dalla «Repubblica immaginata» ottocentesca portarono alla rinascita democratica e alla nostra Repubblica nel 1946, fino all'adesione dell'Italia al processo di integrazione europea. Con attenzione alle conoscenze storiche più consolidate e alle domande della memoria pubblica, sono qui messi a tema eventi fondativi e percorsi generazionali diversi, protagonisti e interpreti delle «storie repubblicane» da fine Settecento ai giorni nostri.
Mentre il primo tomo del volume "Mistero ed ermeneutica" trattava di mito, simbolo e culto, tre forme attraverso le quali l’uomo si apre al mistero della Realtà, il secondo tomo è dedicato alla fede, all’ermeneutica e alla parola come espressione di questa apertura. La prima sezione si articola intorno alla fede, alla sua natura, e cerca di rompere la monopolizzazione della fede ad opera di una certa sua interpretazione ristretta. Solo il carattere simbolico delle parole e il loro uso in senso mitico può vincere la tendenza della nostra ragione ad arrogarsi il monopolio sul significato delle parole. La seconda sezione cerca di applicare l’ermeneutica ad alcuni dei problemi presenti nell’odierno incontro tra religioni e nel confronto tra le varie visioni del mondo. Lo sforzo qui è di integrare le interpretazioni, dettate dalla situazione contemporanea, della cosiddetta teologia fondamentale. Da questa prospettiva ermeneutica viene esaminato un esempio fornito principalmente dalla religione cristiana. L’ultimo capitolo analizza un aspetto importante di ogni religione, che sembra essere stato spesso indebitamente trascurato. La secolarizzazione e la religione trovano certamente un punto di incontro nel sottolineare l’importanza non solo della liberazione, ma della libertà. La terza sezione è composta da quattro testi che affrontano il tema del rapporto tra Uomo, Realtà e Parola, ciascuno da una particolare prospettiva.
Quella della frontiera adriatica è una storia di ferite non rimarginate. E il sangue negli ultimi anni è stato la ragione, quando non il pretesto, per fare della memoria della violenza un’arma politica e, sempre più spesso, ha trasformato il dibattito istituzionale in dolorosa mistificazione. A partire da questa lacerazione Gianni Cuperlo ha scelto finalmente di attraversare una storia che è sua da tanti punti di vista: di triestino, italiano, antifascista, comunista. Le pagine che ne sono emerse sono trasparenti e irradianti come cristallo: capaci di tenere insieme l’esperienza personale e un’attenta bibliografia. Così la frontiera ferita non è solo quella che attraversa il confine tra italiani e slavi, ma è il margine della stessa coscienza europea, segnata da una serie di conflitti che hanno permesso di costruire una democrazia internazionalista oggi chiaramente in crisi, ma che sta a noi continuare a immaginare.
«Voltatevi, siamo quelli dell’esodo, abbiamo lasciato il deserto dietro, ci siamo portati via anche i morti nelle bare. Siamo italiani come voi.» È il grido da cui nasce questo libro. Il grido dei trecentomila esuli istriani, fiumani, dalmati e giuliani costretti a fuggire dalle loro case, tra il 1947 e il 1954, dopo l’assegnazione delle loro terre alla Jugoslavia comunista. È il grido di chi se n’è andato, ma anche di chi ha provato a restare e resistere, pagandone duramente le conseguenze. Come Luigi Drioli, unico nel Comitato di liberazione nazionale dell’Istria a non lasciare quel pezzo d’Italia contesa. Irredentista prima, antifascista poi, infine strenuo oppositore del dominio di Tito, visse per i suoi valori, senza mai abbandonarli, nemmeno durante i sette anni di prigionia in Slovenia. Al suo fianco, una moglie e quattro figlie, che affrontano, sole, soprusi e indifferenza. Un’indifferenza, sotto certi aspetti, tuttora persistente e che l’autrice vuole dissipare con il racconto appassionante di questo libro dedicato al padre. Ricostruendo le vicende della sua famiglia e ritrovando così una trama intima e personale di eventi, ideali e ricordi che riflettono in pieno una pagina drammatica della storia italiana.
La mediazione è da sempre presente nelle relazioni umane come tentativo di sanare controversie che rischiano di non arrivare a una soluzione. E da qualche tempo ha avuto anche un riconoscimento istituzionale, assumendo un ruolo ‘professionale’ all’interno della società. Il che è molto importante, visto il sovraccarico degli iter giudiziari e la necessità di pace e di nuove forme di convivenza geopolitica. A individuare la specificità della mediazione, si dedica qui François Jullien, partendo dall’idea che lo ha reso uno dei più conosciuti filosofi e sinologi del nostro tempo, e cioè che occorra decostruire il modo di pensare occidentale basato sulle contrapposizioni - essere/ non essere, giusto/ingiusto, io/altro - aprendo un cantiere teorico che accolga spunti dal pensiero cinese, dal suo modo di guardare alla realtà «di sbieco», cercando un «tra» che sorpassi la frontalità agonistica. Ecco allora che il mediatore, a differenza del giudice che stabilisce la ragione e il torto valutando dall’esterno, guarda piuttosto alle potenzialità della situazione, individuando i fili da seguire senza un progetto già stabilito, per aprire varchi accettabili da entrambe le parti. Sollecitare senza mai forzare, non seguire una procedura fissa ma un processo vivo che rimetta in movimento una situazione bloccata, abbandonare il compromesso che porta solo a una non-sconfitta, per un «compossibile» che apra a una viabilità futura. Questo è il lavoro della mediazione alla luce degli insegnamenti del tao. Questa è la strada, spesso nascosta e silenziosa, del mediatore che alla fine può davvero sciogliere i nodi più stretti e sbloccare cammini di vita nuovi, e persino inauditi.