Il percorso lavorativo di Pariante scivola con la piacevolezza di scoprire nuove cose su film dei quali si pensava di conoscere molto. Il suo racconto è piano, pacato, appassionato anche quando traspare una certa amarezza. Ma più forte di tutto appare sempre la volontà di fare il film, dei portarlo alla fine. Era il lavoro per cui era pagato. Ma era anche una scelta di vita. Sono stati uomini come lui a fare grande il nostro cinema. E di conseguenza sono anche quelli come lui che lo sanno raccontare meglio.
Dalle pagine qui di seguito allineate, tratte da romanzi, racconti, pagine di diario di scrittori italiani più o meno frequentati del secolo scorso, ma che lambiscono pure la nostra contemporaneità, si affacciano personaggi "diversamente eroi", come recita il titolo. Che magari non vantano certe eccezionali qualità fisiche, tra le quali sicuramente la bellezza, il vigore, una floridezza immarcescibile (punti di forza immancabili nel curriculum del perfetto eroe); che non si distinguono per imprese titaniche, gesta prodigiose. Si tratta di protagonisti o figure laterali, colpiti da qualche menomazione, diversi per aspetto fisico, non allineati dunque rispetto alla schiera di quanti si fregiano di una normalità conclamata, troppe volte tirata in ballo, evocata a sproposito, quasi alla stregua di un talismano. "Ai disabili che lottano non per diventare normali ma se stessi" si legge non a caso nella dedica che apre il romanzo "Nati due volte" di Giuseppe Pontiggia. Insomma, questi eroi diversi rappresentano l'altra faccia della medaglia letteraria.
Il fantastico, inteso come genere, o "modo", caratteristico della narrativa occidentale a partire dalla fine del XVIII secolo, è stato negli ultimi decenni oggetto di numerosi studi, analisi, inquadramenti teorici, precisazioni classificatori e da parte della critica letteraria. Manca invece, in relazione al teatro moderno (sia al livello dei testi che degli allestimenti scenici), un'attenzione critica strutturata nei confronti della componente fantastica, che solo di recente ha cominciato a essere oggetto di qualche specifico interesse da parte di alcuni studiosi, prevalentemente in ambito francese e spagnolo. Questo volume intende mettere in luce, attraverso l'analisi dell'opera di drammaturghi, registi, musicisti di vari paesi europei, le diverse anime del moderno fantastico teatrale, che offre, rispetto al fantastico letterario, un panorama più complesso e variegato soprattutto in ragione della sua destinazione spettacolare. Così, da una parte il teatro tra la fine del Settecento e il primo Novecento concede un'ospitalità maggiore di quanto non faccia la narrativa per adulti alla presenza del meraviglioso, declinata sul piano dei contenuti (mitologici o fiabeschi) quanto su quello della messa in scena (spesso propensa a perpetuare gli effetti barocchi di meraviglia attraverso l'uso di macchine e trucchi ottici); dall'altra accoglie, in modo ora sottilmente inquietante ora più esplicito, quella componente "negativa", demoniaca e tenebrosa, perturbante e trasgressiva...
Le lettere di Giuseppe Tiberii, inviate nell'arco di oltre vent'anni (1770-1791) a Giuseppe Pelli Bencivenni, e pubblicate qui per la prima volta, sono divenute il punto di partenza per un'indagine su aspetti e figure della cultura del settecento, relativa prevalentemente alle aree di appartenenza dei personaggi, Vasto e il Regno di Napoli per quanto concerne il Tiberii, Firenze e il Granducato di Toscana per quel che riguarda il Pelli Bencivenni. I due intellettuali, Tiberii legato al mondo dell'Arcadia, ma attento alle nuove proposte culturali, Pelli Bencivenni attratto e inserito nelle dinamiche del movimento riformista illuministico, sono espressione del clima erudito, dell'amore per le antichità e per l'arte, della moderazione con la quale si configurò l'illuminismo italiano. L'analisi dei personaggi, (i cui profili arricchiscono la lettura di un'epoca tra le più importanti, il dinamismo di quella "repubblica delle lettere" basilare per il nuovo corso, per la concezione moderna della nostra cultura), rende questo spaccato storico-letterario di grande interesse.
Il volume cerca di ripercorrere, attraverso uno spoglio dei documenti, la complessa vicenda dei soggiorni fiorentini di Giovanni Verga e di far luce sul ruolo che la città toscana svolse nel processo formativo del giovane Catanese, dal suo primo viaggio, verosimilmente del '65, a quello del '79: un arco di tempo in cui lo scrittore prese le distanze dalle problematiche romantico-risorgimentali dei suoi esordi e si accostò con graduale consapevolezza alle argomentazioni veriste e post-unitarie. Il libro propone dunque, per la prima volta, una rigorosa ricognizione di quanto ha preceduto ed accompagnato le scelte di Verga, la sua militanza nei "salotti" culturali, gli incontri con i giornali e i giornalisti, le frequentazioni teatrali, il circuito dei libri e degli autori e, insomma, il perimetro di quegli ambienti e di quelle sollecitazioni umane e intellettuali che lo aprirono ai temi della modernità e alla scrittura delle sue opere maggiori.
Il libro riporta i primi risultati scientifici del progetto di valorizzazione del Sepolcreto tra la fine del Medioevo e la prima Età Moderna, dell'Ospedale di Milano 'Ca' Granda'. L'Ospedale Maggiore di Milano, chiamato dai milanesi 'Ca' Granda', fu fondato nella seconda metà del '400 dal Duca Franccesco Sforza, per unificare diversi piccoli luoghi di cura esistenti. Al centro dell'edificio era posta la Cappella dell'Annunciata, la cui cripta, man mano ingrandita, è stata utilizzata come sepoltura per quanti morivano presso l'Ospedale dal 1473 al 1695, anno in cui vennero proibite le sepolture intramurarie.