
Dalla calata di Carlo VIII al sacco di Roma, fino all'incoronazione di Carlo V: un periodo burrascoso e cruciale nella storia italiana. A partire dalla fine del Quattrocento, la penisola divenne terreno di conquista per gli eserciti che la attraversarono, seminando allarme e desolazione ma anche attese di mutamento politico e sociale. Al termine di un turbinoso crescendo di fatti d'arme, la Spagna prevalse sulla Francia. Ma le guerre d'Italia non furono un mero confronto militare fra superpotenze europee. Esse nacquero dallo scontro fra visioni diverse dell'Europa e del suo destino, anche in relazione al mondo extraeuropeo e non cristiano, e furono combattute sui campi di battaglia come pure nel dominio dell'immaginario e del sacro. La posta in gioco era un primato insieme morale e politico all'interno della cristianità occidentale, nel momento della transizione dal medioevo all'età moderna.
La papirologia ha per oggetto la decifrazione e lo studio dei testi greci e latini conservati su papiro, legno e altro materiale. Tra le discipline che studiano il mondo classico, essa ha l'indubbio fascino di risultare sempre aperta alle novità e di essere in continua evoluzione, grazie soprattutto alle ricerche archeologiche svolte in Egitto. Il volume presenta gli aspetti fondamentali della disciplina, spaziando dalla pianta di papiro e la fabbricazione della relativa carta ai principali contenuti dei testi papiracei, al loro contributo alla storia dell'Egitto greco-romano e delle letterature classiche, fino ai più importanti strumenti di lavoro del papirologo, compresi quelli offerti dall'informatica.
È difficile trovare fasi della nostra storia così conflittuali, anche nella memoria, come la guerra civile che ha visto fronteggiarsi tra il 1943 e il 1945 gli irriducibili del fascismo e i partigiani, i "ribelli dell'onore" e i "ribelli della libertà". La lacerazione consumatasi in quegli anni si è perpetuata ben oltre la rinascita democratica. Non solo per le ferite - mai davvero rimarginate - riportate dai reduci degli opposti fronti, ma anche per la mancata elaborazione di una memoria condivisa della lotta di Liberazione, pur se elevata a evento-mito fondativo dell'identità repubblicana. È da questa premessa che Roberto Chiarini muove per illustrare la storia della Repubblica di Salò. Del suo esercito dissanguato dalle continue diserzioni e delle sue formazioni di volontari decisi a tutto. Della sua pretesa di fungere da "scudo" contro l'occupante nazista e della sua determinazione a essere una "spada" contro i partigiani. Della sua velleità di attuare una "rivoluzione sociale" e della sua responsabilità di esercitare una violenza sanguinaria, in particolare contro gli ebrei. L'autore affronta anche il tema cruciale della memoria divisa che di quegli anni hanno elaborato nostalgici e antifascisti e del conseguente impatto da essa esercitato sulla vita della Repubblica. L'indagine è stata condotta senza lasciar spazio a facili amnesie e senza indulgere ad acrimoniosi risentimenti di parte, senza concedere colpevoli sconti e senza emettere sbrigative sentenze.
Sullo scorcio del XVII secolo a Monte San Savino, dove prospera una vivace comunità ebraica, la storia di un singolare processo criminale che inizia a seguito di una rissa per interessi fra ebrei, ma nel cui corso vengono formulate a carico dell'ebreo Graziadio Portaleone, che ha ferito alcuni membri della famiglia Usigli, ben più gravi accuse di "commercio carnale" con la giovane cristiana Orsola Fucini: una pratica vietata, attentamente sorvegliata dal Santo Uffizio e dall'Inquisizione e puntigliosamente perseguita dai bandi del bigotto granduca Cosimo III. L'opera delinea un quadro vivo e sofferto dei rapporti tra ebrei e cristiani nella Toscana granducale di fine '600, ripercorrendo parallelamente la storia delle due famiglie ebree protagoniste dell'episodio, gli Usigli e i Portaleone, le cui vicende si snodano per un arco di circa tre secoli.
La libertà italiana, nelle repubbliche del tardo Medio Evo, nel Risorgimento e nella lotta antifascista, è stata opera di uomini e donne religiosi. Molti di loro avevano una sincera fede cristiana, spesso lontana o in aperto contrasto con l'insegnamento della Chiesa cattolica. Altri non credevano in alcuna religione rivelata, ma furono credenti, apostoli e talora martiri di altre religioni, che essi chiamarono "religione del dovere" o "religione della libertà". Gli uni e gli altri furono persone religiose perché vissero la vita come missione, vale a dire come dedizione a un ideale morale: l'ideale della libertà, il chierico obietterà che vera religione è soltanto quella che afferma, sulla base di una rivelazione, l'esistenza di un Dio trascendente. Qualche laico protesterà che non c'è bisogno di chiamare "religione" la devozione a un ideale morale. Alla critica del chierico è facile rispondere che il suo argomento è arrogante e irrilevante: arrogante perché pretende di dire a chi ha vissuto per la religione del dovere o per la religione della libertà che la sua non è vera religione; irrilevante perché la sua protesta non cambia il dato storico che ci furono in Italia uomini e donne che vissero secondo quelle religioni che egli considera non vere. Analoga risposta vale per il laico poco avveduto: è un fatto storico che ci furono persone che si sentirono religiose perché vissero con devozione assoluta l'ideale morale della libertà.

