
Se, come insegna san Girolamo, compito di un commentario biblico è “tralasciare ciò che è evidente e discutere ciò che è oscuro” (praeterire manifesta, obscura disserere), al cospetto di un testo difficile e complesso come il libro del profeta Zaccaria, c’è bisogno di una luce che ci illumini il cammino e ci aiuti a non perderci tra le righe, le parole, le riletture e le interpretazioni.
Tra i molti che di fronte alle oscurità del testo di Zaccaria hanno contribuito a mantenere acceso uno spiraglio di luce, fosse anche una debole scintilla, ora possiamo annoverare, pieni di gratitudine, anche Luigi Nason che con questo suo commento, che porta il sottotitolo pregnante e allusivo «Una menôrāh di visioni notturne e un’utopia messianica», ci tiene per mano e ci accompagna di sezione in sezione, di capitolo in capitolo, di versetto in versetto e quasi di parola in parola in un percorso esegetico che ci aiuta a proiettare nuova luce su nodi interpretativi che, comunque, continuano a rimanere aperti e consegnati al lavoro esegetico di altri dopo di lui.
La ricchezza di contenuti e l’ampiezza dell’indagine, unite a una profonda conoscenza della “bibliografia” specifica di riferimento, fanno del contributo esegetico di Luigi Nason un testo fondamentale e indispensabile per navigare nelle acque oscure e a volte oscurissime del libro del profeta Zaccaria.
Dalla postfazione di Gianpaolo Anderlini
Luigi Nason, già responsabile per la Formazione biblica nell’Arcidiocesi di Milano e collaboratore dell’Ufficio ecumenismo e dialogo per i rapporti con l’ebraismo, attualmente continua la sua attività di biblista, specializzato nella ricerca sulle Scritture ebraiche (Primo Testamento) e nello studio della tradizione interpretativa ebraica, tenendo lezioni in diverse Scuole bibliche e conferenze in Italia e all’estero. Ha collaborato come docente a diversi itinerari biblici in terra di Israele. Ha diretto la collana Cristiani ed ebrei delle Edizioni Dehoniane di Bologna. Fa parte dell’Associazione Italiana per lo Studio del Giudaismo. Un elenco delle sue ultime pubblicazioni si trova sul sito di questa Associazione alla voce «soci»: www.aisg.it. Alcuni suoi recenti contributi si possono trovare in academia.edu Ha curato l’edizione italiana e i riferimenti bibliografici delle fonti della letteratura rabbinica del volume di P. Lenhardt, L’unità del Dio trinitario. In ascolto di Israele, nella Chiesa, Milano 2016.
Tra le più recenti pubblicazioni ricordiamo La poetica del silenzio di Dio. Il libro delle Lamentazioni, traduzione e commento esegetico – teologico, Reggio Emilia 2022. La stesura di quattro voci – "chiesa", "morte", "vita", "vigna" in Nelle parole la parola. Dizionario biblico per la nuova evangelizzazione (a cura di V. Brosco), 2 voll., Bologna 2025.
Attualmente insegna presso l’Università Cattolica di Milano (Scuola biblica nella città) e presso l’Università card. Giovanni Colombo di Milano.
I cinque poemi che compongono il Libro delle Lamentazioni formano un'opera letteraria unitaria e, di conseguenza, i singoli poemi devono essere letti seguendo il filo che li unisce. Anche se è possibile che all'origine dei poemi non vi sia un solo autore e soprattutto che l'autore del capitolo 3 possa essere diverso dall'autore degli altri capitoli, l'opera, come ora si trova nel Canone biblico ebraico, presenta un marcato carattere unitario determinato dall'uso della medesima forma metrica (la qinah, "lamentazione"), dal linguaggio e dalla riflessione sul tema tragico della caduta di Gerusalemme. Lo stesso autore del terzo poema, che è in stretto contatto con la scuola di Isaia, potrebbe essere il curatore della redazione finale del libro. È comunque significativo che le questioni lasciate aperte nel Libro delle Lamentazioni abbiano trovato risposta nel Libro di Isaia, in particolare nei capitoli 40-54. Il Libro di Isaia, nella seconda parte, fornisce una risposta all'aspirazione alla sopravvivenza così evidente nel Libro delle Lamentazioni anche avvalendosi delle stesse formulazioni verbali. Molti rabbini e alcuni esegeti moderni hanno notato una somiglianza di linguaggio e di temi tra il Libro delle Lamentazioni e la parte del Libro di Isaia comunemente attribuita a un anonimo profeta dell'esilio, chiamato Deutero-Isaia, in particolare nell'invito «Consolate, consolate il popolo mio, dice il tuo Dio» (Is 40,1), ma quasi mai e solo in modo indiretto hanno sostenuto che ci sia un vero rapporto tra i due testi.
Solo sullo sfondo di una plurisecolare storia di disprezzo, ostilità e odio da parte dei cristiani verso gli ebrei è possibile cogliere la sorprendente novità del concilio Vaticano II, che con il documento Nostra aetate (28 ottobre 1965) ha introdotto l'espressione "fraterno dialogo". Per questo il volume orienta lo sguardo in due direzioni. Da un lato, verso i secoli in cui la Chiesa cattolica, nella preghiera del venerdì santo, parlava di "perfidi Judaei" e di "perfidia judaica"; dall'altro, verso il futuro a partire dalla svolta epocale costituita dal documento Nostra aetate e dal cammino che quel testo ha irreversibilmente aperto, tra slanci, lentezze e paure. L'intento è approfondire le ragioni che fondano la necessità del dialogo e abbozzare le forme che esso potrebbe assumere a partire da scelte vissute, condivise e soprattutto sostenute dal coraggio di accettare il confronto come una sfida ineludibile e urgente, come una testimonianza dello shalôm in un mondo spesso dominato da pregiudizi, chiusure e violenze. Prefazione di Rav Giuseppe Laras. Postfazione di Pierbattista Pizzaballa.

