
C'era una volta il Natale. Anzi, c'è ancora: solo che c'è da così tanto tempo che non ne conosciamo più la storia. Sapremmo dire perché il Natale si celebra proprio il 25 dicembre? O cosa c'entrano Stonehenge, le feste di Dioniso e i regali dei Saturnali romani con il presepe e le luci sull'albero? Alessandro Vanoli ci propone di fare un lungo viaggio alla scoperta delle tante storie che hanno inventato il Natale: dalla Natività ai Magi, da San Nicola alla Befana, dal solstizio d'inverno a Babbo Natale. Una storia sorprendente e divertente, fatta di riti antichissimi e tradizioni di famiglia. Perché sotto le lucine c'è molto più di quanto immaginiamo. E fa ancora meraviglia.
«Siamo certi di volere la libertà? La domanda non è retorica perché, sebbene questa sia tra le parole più usate nell'Occidente democratico, non è certo che chi gode della libertà non desideri dominare e perfino essere dominato.» Poche parole sono pericolose come ‘libertà': la invochiamo tutti, ma non la intendiamo allo stesso modo. Due date ne scandiscono la storia moderna e sono legate a due opere fondamentali: nel 1859 John Stuart Mill pubblica "Sulla libertà" e, quasi un secolo dopo, nel 1958, Isaiah Berlin dà alle stampe "Due concetti di libertà". Da un lato c'è la libertà come autonomia, che prevede la tensione verso l'eliminazione di ogni dominio - privato e pubblico, sociale e politico - e trova spazio solo nei governi liberi; dall'altro, la libertà come non-interferenza, che vuole delimitare uno spazio entro il quale la scelta è assolutamente libera e non dipende necessariamente dalla natura dei governi. Spaziando tra riferimenti teorici di epoche diverse, che vanno da Machiavelli a Rousseau, da Thoreau ad Arendt, Nadia Urbinati discute le due visioni della libertà e sostiene la necessità di recuperare la lezione di Mill e di Thoreau: la libertà si vive insieme agli altri, ma riceve vigore dall'allenamento a non essere mai interamente coinvolti. Peraltro, una libertà intesa come semplice assenza di interferenza statale resta muta di fronte alle forme di dominio più insidiose del nostro tempo, prime tra tutte quelle dell'intelligenza artificiale e del controllo dei dati.
Il mondo accelera, l'Europa arranca. Attraverso tre nodi geostrategici cruciali - Taiwan, Hormuz e il Bosforo - Thomas Gomart, voce di riferimento della geopolitica europea, traccia una mappa lucida e urgente di un pianeta fuori controllo. Un libro indispensabile per chiunque voglia capire le forze che stanno ridisegnando gli equilibri del XXI secolo. Sono tre i nodi geostrategici che condizionano l'intera architettura del potere mondiale: Taiwan, dove si gioca la guerra tecnologica tra Cina e Stati Uniti, con la taiwanese TSMC che controlla da sola il 53% della produzione mondiale di semiconduttori; lo Stretto di Hormuz, che si è rivelato un'arteria energetica indispensabile; il Bosforo, al cui controllo è intrecciata la guerra d'Ucraina con le sue drammatiche conseguenze sulle forniture di grano e sugli equilibri nucleari globali. Su questi tre nodi, Thomas Gomart, uno dei maggiori esperti europei di geopolitica, vede scaricarsi cinque grandi accelerazioni simultanee che riscrivono la mappa degli equilibri internazionali: il cambiamento climatico che moltiplica eventi estremi e pressioni sulle risorse naturali; la rivoluzione dell'intelligenza artificiale come nuovo campo di competizione tra grandi potenze; la trasformazione dell'emergenza economica dei paesi del Sud del mondo in rivendicazione politica; il confronto di Russia, Iran e Corea del Nord con l'Occidente; la corsa globale agli armamenti, con spese militari che tra il 2001 e il 2026 sono più che raddoppiate. In questo scenario l'Europa rischia di restare sempre più sola, sorpresa dagli eventi. Un libro per chi vuole orientarsi in un presente che corre più veloce della nostra capacità di comprenderlo.
Che cosa c'entra l'acqua che bolle in un pentolino con la teoria del Big Bang? E gli ingorghi in tangenziale con i sistemi complessi? Per un fisico, c'entrano moltissimo. Perché ogni aspetto della realtà può regalare sorprese, se indagato con lo sguardo della scienza. La fisica moderna è ovunque nel dibattito pubblico ‒dalle tecnologie innovative al riscaldamento globale ‒,tuttavia le sue idee e le sue teorie restano spesso prigioniere di un linguaggio matematico che scoraggia chi non ha una formazione scientifica. Eppure, quelle stesse idee e teorie hanno un'origine profondamente intuitiva: nascono dal modo in cui tutti noi guardiamo il mondo, riconoscendo ordine e disordine, regolarità e irregolarità. È da questo talento naturale ‒che appartiene a ciascuno di noi ‒che Alessandro Silva prende le mosse per accompagnarci quanto più in alto possibile nel castello della fisica moderna, senza mai ricorrere alla matematica. Come davanti a un quadro impressionista: non si distingueranno tutti i dettagli, ma luci e colori restituiranno un insieme capace di cambiare il modo in cui guardiamo le cose. E guardare il mondo con gli occhi di un fisico sarà un'abitudine difficile da perdere.
L'opera di Michel Foucault continua a essere di ispirazione e di stimolo per le nuove generazioni. È difficile trovare un altro filosofo che abbia mantenuto la stessa freschezza di pensiero nel corso del tempo: le sue analisi sul potere, sulla follia, sulla sessualità, sulle tecnologie di governo e su quelle del sé parlano ancora direttamente al presente, come se fossero state scritte per raccontare il mondo in cui viviamo oggi. Questo libro non è una biografia nel senso tradizionale e neppure un'introduzione alla sua filosofia. È qualcosa di più: un tentativo di seguire il pensiero là dove si forma; nei materiali laterali, nelle esperienze vissute, nelle contestazioni e nella malattia. Interviste, corsi, appunti sparsi: tutto ciò che sta fuori dal perimetro dell'opera pubblicata in vita e che rivela il movimento di un'intelligenza sempre in sintonia con gli eventi e in anticipo sul proprio tempo. Ne emerge un Foucault inatteso: il ragazzo di provincia cresciuto nell'universo silenzioso di una famiglia di medici, il giovane che attraversa la guerra, l'omosessualità e la follia come esperienze che lasciano depositi profondi nel pensiero, il filosofo nomade che scrive "Storia della follia" nelle lunghe notti che trascorre in Svezia e che impara a conoscere la materialità del potere nelle strade di Varsavia e di Tunisi, che scende in piazza con studenti, detenuti, immigrati e che porta in America una filosofia che non abbiamo finito di scoprire. Ogni tappa rivela un pensiero che non descrive il mondo guardandolo da fuori ma ci abita dentro, e si trasforma insieme alle sue sfide.
Quando inizia la storia dell'intelligenza artificiale? Chi sono le persone che ne hanno segnato lo sviluppo? Quali visioni scientifiche e filosofiche si sono scontrate nel corso dei decenni? Tra speranze e chimere, clamorose sviste e colpi di genio, un racconto avvincente che mette in luce i tanti volti umani nascosti dietro alla tecnologia più travolgente della nostra epoca. L'intelligenza artificiale ha fatto irruzione nel nostro quotidiano con una forza dirompente. Nel giro di pochi anni chatbot, software e algoritmi intelligenti ci sono diventati familiari. Ma pochi conoscono la storia e le idee di quanti, nel corso di un secolo, silenziosamente preparavano questa esplosione improvvisa. Fin dalle sue origini, negli anni Quaranta, gli scienziati che hanno dato vita a questa disciplina hanno tentato le strade più diverse per perseguire un obiettivo comune: replicare il funzionamento del cervello umano. Un sogno incredibilmente ambizioso, che ha dato più volte adito ad aspettative smodate, accendendo dibattiti infiniti sul concetto stesso di ‘intelligenza'. Andrea Daniele Signorelli ricostruisce le figure più importanti, gli approcci filosofici, i momenti di svolta e quelli di impasse nell'affannosa impresa di fornire il pensiero alle macchine: dalle intuizioni di Alan Turing alla rivalità tra Marvin Minsky e Frank Rosenblatt, creatore della prima rete neurale; dalla celebre conferenza di Dartmouth al ‘padrino dell'IA' Geoff Hinton; da ELIZA, antenato di ChatGPT, alla rivoluzione della computer vision con Fei-Fei Li. Passando per lo scontro tecnologico tra Stati Uniti, Unione Sovietica e oggi Cina, la disfatta di Garry Kasparov contro DeepBlue, la rottura tra Elon Musk e Sam Altman, le mosse di Google, Anthropic e delle altre Big Tech. È un'avventura, quella dell'IA, nata tra le mura universitarie per conquistare il mondo intero; una storia tormentata, fatta di slanci iperbolici e brusche battute d'arresto. Un passato da cui possiamo ancora imparare molto sul futuro di questa tecnologia.
Quando si parla di ‘conservazione della biodiversità' di solito si pensa che basti creare qualche area protetta, mettere al riparo le specie a rischio e poi lasciare che la natura faccia il suo. Ma la verità è che difendere l'esistente è un approccio fuori tempo. Abbiamo usato l'ambiente come se fosse un giocattolo, finché non si è rotto. Specie ed ecosistemi compromessi non si riparano da soli: tocca rimboccarsi le maniche. Piero Genovesi ci spiega come si può intervenire, in un prezioso manualetto che raccoglie tutti i trucchi e gli stratagemmi di un vero ‘meccanico della natura'. Ci piace pensare che l'ambiente sia sempre in grado di rimettersi in sesto, non importa quanti danni facciamo. Basta lasciar fare alla natura! Comodo, vero? Peccato che così si finisca per peggiorare le cose... Un pianeta in panne non si ripara da sé: serve qualcuno che faccia manutenzione. E quindi, che si fa? Per cominciare, potremmo dare ascolto a chi si sporca le mani ogni giorno cercando di mettere in salvo la biodiversità, cioè a quei tanto bistrattati tecnici della conservazione. Tra i tanti ‘meccanici della natura', Piero Genovesi è sicuramente uno dei più esperti e stimati al mondo. In questo libro, ci guida alla scoperta delle tecniche che han dato i risultati migliori, raccontando successi e disastri del passato, lezioni di cui si è fatto tesoro e questioni calde che richiedono la nostra attenzione. Si passa allora dalle reintroduzioni di specie che avevamo sterminato (come l'orso bruno sulle Alpi) al ripristino di interi habitat degradati; dalle strategie di adattamento ai cambiamenti climatici fino a temi spinosissimi come i conflitti con le specie selvatiche (ne sa qualcosa chi abita dove è tornato il lupo) o il concetto di una caccia ‘sostenibile'. Un prontuario ricco di curiosità, che esplora anche le possibilità offerte da tecnologie come droni, DNA ambientale, clonazione e biologia sintetica. Armi formidabili da adoperare con cautela, certo, ma senza immotivata paura del nuovo. Nello stato in cui versa la natura, stare con le mani in mano per timore di sbagliare è un lusso che non ci possiamo più permettere.
Attraversiamo metropoli futuristiche e hutong, locali fumosi e campi di ginseng, antichi principi confuciani e intelligenza artificiale, neomarxismo e ipercapitalismo. Incontriamo l'ambiguo funzionario del Partito comunista, l'operosa dottoressa di Wuhan, l'eterea vlogger della Cina rurale, l'astro della letteratura fantascientifica, la giovanissima attivista per l'ambiente. Addentriamoci nella Cina nuova, quella che scopriamo appena smettiamo di leggerne soltanto la superficie. I cambiamenti attraversati dalla Cina in poco più di cinquant'anni sono così profondi che, nella storia di altri paesi, analoghe trasformazioni hanno impiegato secoli per affermarsi. Là dove oggi si innalzano grattacieli sbalorditivi, fino a pochi anni fa c'era solo campagna. Moltissimi giovani, figli di operai e nipoti di contadini, sono arruolati nel settore hi-tech più dinamico al mondo. Il mastodontico inquinamento industriale si affianca alla più avanzata ricerca sulle energie sostenibili. Ma nonostante sia apparentemente tutta proiettata verso il futuro, la Cina contemporanea ha radici che affondano in un passato millenario, al quale spesso attinge traendone valori, idee, strategie che usa nel confronto sempre più serrato con l'Occidente. Oggi da un lato c'è la Cina che si consolida sempre più come potenza internazionale, unica alternativa credibile a quella americana; dall'altro, al suo interno, non riesce più a convincere i giovani che lavorare duramente serva davvero a migliorare la propria posizione sociale e a promuovere l'idea di un progresso infinito. È questo il tema dell'ultimo capitolo che aggiorna questa nuova edizione del libro. Simone Pieranni, tra i massimi esperti di Cina, ci immerge nella sua atmosfera e smonta quel volto apparentemente contraddittorio che si mostra allo sguardo della owai, dello straniero.
La nazione è la più grande invenzione della politica moderna. Da due secoli i nazionalisti la spacciano per naturale ed eterna: non è così. La nazione è una costruzione storica di cui Alberto Mario Banti svela i meccanismi, mostrando come hanno funzionato in passato e come continuano a funzionare oggi. La nazione non affiora da un passato millenario, non è un destino scritto nella carne dei popoli. È una storia che si continua a raccontare con straordinaria abilità per raccogliere consensi, mobilitare masse, giustificare esclusioni. Alberto Mario Banti, tra i massimi storici italiani del nazionalismo, ha scritto il libro che mancava: una guida spietata al più grande inganno politico della modernità. Da Vincenzo Gioberti fino a Giorgia Meloni, ogni leader nazionalista ha ripetuto che la nazione viene prima della politica, che è incisa nell'identità profonda dei popoli, che difenderla significa difendere qualcosa di naturale e sacro. Banti smonta questa narrazione pezzo per pezzo: come il feudalesimo e il fascismo, anche la ‘nazione' è una costruzione storica e politica, nata con le rivoluzioni di fine Settecento e da allora incessantemente rimaneggiata. Per riconoscere l'invenzione della nazione occorre conoscerne gli ingredienti. Banti individua cinque nuclei fondamentali: la nazione come cultura, la nazione di sangue, la nazione sessuata, la nazione martire, la nazione organica, e ne segue la traiettoria dal Risorgimento, attraverso il fascismo e il nazismo, fino alla retorica di Fratelli d'Italia e della Lega.
Massimo Montanari ricostruisce in dieci quadri la storia del pensiero vegetariano dall'antichità a oggi, tra motivazioni etiche e religiose, ascetismo, salutismo, rispetto per gli animali e per l'ambiente, progetti di riforma sociale e politica. Un racconto storico che mostra come pratiche e idee, materiale e immaginario abbiano sempre viaggiato insieme nella storia dell'alimentazione. Perché in epoche e culture diverse c'è chi sceglie di non mangiare carne? Massimo Montanari, uno dei più autorevoli storici dell'alimentazione a livello internazionale, non risponde con un'opinione ma con una ricostruzione storica. Sul lungo periodo c'è una domanda ricorrente: il cibo è prima di tutto una questione di convenienza - legata a ragioni ambientali, economiche, nutrizionali - o ha a che fare con valutazioni etiche e culturali, da cui derivano le abitudini alimentari? Montanari mostra come, nella realtà storica, le due prospettive siano inscindibili. Il libro si snoda in dieci quadri, ciascuno dedicato a uno degli argomenti che nel tempo hanno sostenuto la scelta vegetariana: motivazioni ‘estroverse', attente al rispetto della vita animale, alla giustizia sociale, al tema ambientale, e motivazioni ‘introverse', che ricercano la purezza spirituale, la salute fisica o altro ancora, non ultimo il piacere gastronomico. In questo viaggio che attraversa epoche, culture e sistemi di pensiero diversi, Massimo Montanari restituisce al lettore un'idea fondamentale: la scelta vegetariana è sempre stata, prima ancora che una pratica, una forma di consapevolezza culturale.
Un'analisi spietata e appassionata sull'eclissi della democrazia e sui rigurgiti di fascismo nella politica contemporanea. A partire dalle parole tossiche che minacciano la convivenza e normalizzano le grammatiche della disumanizzazione, Nichi Vendola traccia una continuità inquietante tra gli ‘anni feroci' del Novecento e il presente. Un pamphlet civile di chi sa che la libertà non si perde solo per soppressione, ma anche per superficialità, pigrizia culturale, indifferenza al dolore degli altri, assuefazione al male. Il fascismo non è un capitolo chiuso. È una possibilità sempre aperta, che torna quando la società rinuncia alla giustizia in nome dell'ordine, quando la disuguaglianza viene spacciata per legge di natura, quando la politica smette di cambiare il mondo e si limita ad amministrare un presente cupo e feroce. In questo libro, Nichi Vendola attraversa il Novecento e il presente con uno sguardo insieme storico e politico, letterario e civile. Dalle origini del fascismo italiano - il trauma della Grande Guerra, il rimosso coloniale, la parabola di Mussolini - all'analisi dei suoi interpreti più lucidi: Gramsci, Togliatti, Gobetti; dall'Olocausto - Auschwitz, la persecuzione degli ebrei, il Porrajmos dei rom e sinti, il triangolo rosa degli omosessuali, l'internamento dei malati di mente - alle metamorfosi contemporanee del fascismo: il sovranismo, il trumpismo, l'internazionale nera delle destre radicali, la guerra come grammatica del potere globale. Ma il libro non si ferma alla storia. Interroga il presente: le politiche migratorie che trasformano il soccorso in reato, la militarizzazione della società e del sapere, il negazionismo climatico e pandemico, il genocidio di Gaza, la manipolazione della memoria storica. E si misura con le grandi domande della democrazia contemporanea: perché le masse possono desiderare la propria sottomissione? Come si costruisce il consenso al male? Come si riconosce la disumanizzazione quando cambia nome e si fa rispettabile? Scritto con la densità argomentativa del saggio e la forza evocativa della letteratura, "Il vizio della ferocia" è un atto di resistenza intellettuale e civile. Un libro che non consola, ma illumina.
Cosa è successo alla società israeliana dopo tre anni di guerra permanente e totale? Chi parla, oggi, per Israele? «Poche sono le persone che si sono immerse nel dramma del Medio Oriente con coraggio, profondità e umanità come Francesca Caferri. La sua scrittura è intensa e ci restituisce una lettura profonda e onesta di una delle regioni più difficili del mondo.» David Grossman Dal 7 ottobre del 2023, Israele si è presentato al mondo come una fortezza sotto assedio. Una piccola Sparta pronta a rispondere colpo su colpo alle aggressioni, senza incertezze e dubbi. Una società unita dal dolore e dalla volontà di sopravvivere, da cui sono banditi coloro che obiettano e dissentono. Ma siamo sicuri che Israele abbia una sola faccia o invece ce ne sono mille che si contraddicono, si ignorano, si temono a vicenda? Come è possibile che un leader accusato di corruzione in patria e di crimini contro l'umanità alla Corte dell'Aja continui a governare con il consenso della maggioranza? Per rispondere a queste domande, Francesca Caferri ha fatto un viaggio dentro la società israeliana con gli strumenti del buon giornalismo: le scarpe consumate sul campo, le interviste cercate e conquistate, lo sguardo capace di stare sui fatti. Così, ci porta dagli elettori della destra radicale e dai pacifisti ostinati e sempre più soli, dai media sotto pressione e dagli imprenditori che guardano dall'altra parte. E poi in Cisgiordania, a toccare con mano l'espulsione dei palestinesi. Voci che in Israele non hanno quasi mai diritto di parola, ma che finalmente riusciamo ad ascoltare. Sullo sfondo resta proprio Gaza, con i suoi morti e la sua distruzione. E anche una domanda che percorre tutto il libro: come può Israele non vedere ciò che indigna il resto del mondo? E non capire le conseguenze - pericolosissime - di questi anni di guerra?
Ogni roccia è un archivio. Ogni parete, ogni scogliera, ogni guglia custodisce una storia di centinaia di milioni di anni, scritta in un linguaggio che pochissimi sanno leggere. Un viaggio in 12 tappe che ci farà osservare il paesaggio italiano con occhi diversi. Perché la bellezza che conoscevate era solo la superficie. L'Italia è uno scrigno. Ma non solo per le sue chiese, i suoi musei, i suoi borghi medievali. Sotto ogni montagna, dentro ogni scogliera, lungo ogni gola di questa penisola si nasconde qualcosa di più antico e di più misterioso: la memoria viva della Terra, scritta nelle rocce per centinaia di milioni di anni. Alessandro Iannace ci porta in 12 luoghi d'Italia -dalle guglie delle Dolomiti alle scogliere bianche della Scala dei Turchi, dalle coste sarde alle vette appenniniche -e ci insegna a guardarli con occhi nuovi: non solo come paesaggi da ammirare, ma come monumenti della storia del pianeta. Partiremo dalle formazioni più giovani (in senso geologico: si parla pur sempre di migliaia e migliaia di anni) e proseguiremo verso le più antiche, esplorando un abisso temporale vertiginoso. Con pochi strumenti visivi e spiegazioni rigorose ma mai aride, conosceremo regole semplici che cambiano il modo di guardare il paesaggio. Non serve alcuna preparazione scientifica. Serve solo la curiosità di chi si ferma, guarda e vuole capire. E la disponibilità a stupirsi: perché quello che le rocce raccontano è una storia che nessun monumento costruito dall'uomo potrà mai eguagliare. Un libro che non si limita a spiegare il paesaggio italiano: lo farà anche amare di più.
Il neoliberalismo non è stato sconfitto dai suoi nemici. È stato tradito dai suoi stessi trionfi: una Cina diventata superpotenza, le élite occidentali sempre più ricche e separate dal resto, le classi medie erose dall'interno. Questi tre esiti erano inevitabili: Branko Milanovic ci spiega perché e cosa ci aspetta ora. Branko Milanovic è l'economista che per primo ha dato una risposta in numeri a una delle grandi questioni del nostro tempo: perché la globalizzazione ha arricchito miliardi di persone in Asia e, al contempo, ha svuotato le classi medie occidentali? In questo libro, il più ambizioso della sua carriera, allarga il campo di indagine e racconta come quei numeri abbiano ridisegnato il mondo intero. Il filo conduttore si può riassumere in una domanda semplice e decisiva: perché è finita l'egemonia neoliberale che sembrava destinata a durare per sempre? Milanovic individua due cause. La prima: la globalizzazione ha reso la Cina una superpotenza economica e geopolitica, innescando una reazione degli altri paesi che ha sgretolato l'ordine liberale internazionale. La seconda: dentro le democrazie occidentali lo stesso sistema ha prodotto una nuova élite - colta, benestante, cosmopolita - che ha accumulato redditi da lavoro e da capitale insieme. Un fenomeno inedito che l'autore chiamaomoplutia. Il rancore di chi è rimasto fuori ha alimentato la rivolta populista e messo fine, di fatto, all'ideologia dominante degli ultimi quarant'anni. Milanovic scrive da economista, ma pensa da storico e argomenta da intellettuale civile. Il risultato è un grande saggio - nella tradizione di Polanyi e di Hirschman - capace di spiegare perché il mondo di oggi assomiglia così poco a quello promesso trent'anni fa.
Nel Rinascimento la coltivazione della frutta era confinata agli orti dei monasteri e ai giardini delle ville signorili: un lusso aristocratico che, lungi dall’avere una funzione alimentare, serviva per ostentare raffinatezza. Dal canto loro, i ceti popolari, ossessionati dalla paura di patire la fame, al posto della frutta preferivano mangiare cereali e legumi, più nutrienti e sostanziosi. Al contempo, pere, mele e pesche venivano dipinte dalla dietetica come alimenti insidiosi per l’equilibrio degli umori del corpo. Fra Cinque e Seicento ha inizio la ‘rivincita’ della frutta: una lenta rivoluzione culturale in cui il gusto prende il sopravvento sulle prescrizioni mediche e poi le scoperte scientifiche sulla nutrizione smantellano antiche paure. Non è un caso che, nel Seicento, la rivolta di Masaniello a Napoli scoppiò per una questione legata al mercato della frutta, dimostrando quanto quel commercio fosse strategico. Poi la frutta prende il largo: i limoni di Sanremo e Amalfi nell’Ottocento conquistano il Nord Europa grazie a ferrovie a vapore; le arance siciliane sbarcano in America; l’Italia per decenni domina il commercio internazionale. Fino allo scenario attuale, con la mondializzazione che ha portato sulle nostre tavole mango e avocado tutto l’anno. La frutta che compriamo racchiude, dunque, secoli di storia: teorie mediche e dietetiche, innovazioni agricole, battaglie commerciali, mode e tendenze.
Che fare quando un testo è scritto male, la sequenza dei contenuti è confusa, i periodi appaiono sintatticamente o logicamente ingarbugliati? Dobbiamo ammettere che c’è un basso grado di elaborazione concettuale nella proliferazione di testi brevi e frammentari presenti in rete e ciò spesso produce effetti sulla loro qualità inversamente proporzionali alla loro quantità. Così come dobbiamo ammettere che sempre più ci si affida acriticamente alla scorciatoia dell’intelligenza artificiale per testi continui e concettualmente elaborati. Come salvaguardare l’efficacia comunicativa di un testo, sia esso breve o lungo? Se lo scrivente adolescente e quello adulto, che scrive per scopi professionali, dispongono di grammatiche, dizionari, prontuari per intervenire sul piano della correttezza risolvendo i dubbi più frequenti, meno numerosi sono gli strumenti pensati per agire sull’efficacia complessiva dei testi. Come provare a risolvere questi problemi? L’idea alla base di questo libro è che affinare le capacità di riscrittura di testi altrui sia un ottimo viatico per imparare a scrivere meglio i propri. A questo fine, Massimo Palermo propone nove itinerari didattici in cui si affrontano le casistiche più ricorrenti di errori sintattici e testuali, con attività di riscrittura migliorativa di testi reali: scritture giornalistiche, saggistica, post sui social media, elaborati scolastici e universitari. Il risultato è un libro diretto a studenti, docenti e adulti che scrivono per scopi professionali, indispensabile per intervenire sull’efficacia dei testi.
Dieci anni fa una sequenza di scosse fortissime ha distrutto paesi e minato il tessuto sociale di intere comunità. Ad agosto 2016 il sisma colpisce Amatrice, Accumoli e Arquata del Tronto; a ottobre è la volta della Valnerina, Castelluccio e Norcia; infine, a gennaio 2017 Campotosto finisce in macerie. Andrea Mattei percorre il Cammino nelle Terre Mutate, il primo itinerario escursionistico solidale d’Europa, nato per portare vicinanza a questi luoghi: 245 km da Fabriano a L’Aquila attraverso quattro regioni (Marche, Umbria, Abruzzo e Lazio) e due Parchi nazionali, quello dei Monti Sibillini e quello del Gran Sasso e dei Monti della Laga. 14 giorni a piedi dai forti contrasti, tra paesaggi meravigliosi, una natura in buona parte incontaminata e i segni ancora vivi della distruzione dei terremoti. La storia di comunità perdute ma anche di tante persone che resistono in un Appennino già afflitto dalla piaga dello spopolamento e dell’abbandono. Il racconto alterna la descrizione dei territori attraversati in lunghe giornate solitarie di cammino e l’incontro con persone straordinarie che hanno deciso di rimanere e scommettere sulla possibilità di rinascita. Saranno loro il cuore di questo libro: Erica, monaca di clausura del monastero San Luca a Fabriano, che accoglie viandanti insegnando la Regola benedettina dell’ascolto; Rita, commerciante di casalinghi («in una città senza più case…») di Norcia e anima della comunità locale; Patrizia, l’Ortigiana di Ussita, a cui il sisma ha spazzato via l’orto sinergico e il b&b e che con tenacia oggi riparte; Roberto, il ‘Doctor Monster’ di Campi, che all’indomani del sisma radunò tutto il paese nella Pro Loco appena inaugurata; Stefano, il fornaio di Arquata, l’unico sveglio quella notte del 24 agosto; Assunta, la tessitrice di Campotosto, che dalle macerie ha resuscitato l’antico telaio. Con loro e con molti altri protagonisti, tappa dopo tappa, l’autore si interroga sui tempi lunghissimi della ricostruzione e sul destino delle aree interne del nostro Paese.
Che fare se Venezia diventa inaccessibile, Barcellona si rivolta contro i turisti e Jeff Bezos compra un pezzo di spazio pubblico per il suo matrimonio? Ormai viviamo nell’era del turismo. 1,4 miliardi di persone in movimento ogni anno. Eppure, viaggiare non ci ha mai reso così infelici. I centri storici delle città si svuotano di abitanti e si riempiono di bistrot tutti uguali. I luoghi più belli del mondo puzzano di fritto e selfie. E noi, imperterriti, continuiamo a prenotare. "Vero viaggio è il ritorno" mette in discussione alla radice uno dei miti fondanti del nostro tempo: l’idea che viaggiare sia sempre e comunque un bene, una forma di libertà, un’esperienza necessaria per stare meglio e conoscersi. E inizia da una domanda scomoda: siamo davvero sicuri che viaggiare serva ancora a qualcosa? Partendo dalla propria storia - anni di viaggi, una casa in Umbria, un cane adottato durante la pandemia, un astrologo del Kerala che le aveva detto «devi muoverti di più» -, Valentina Pigmei esplora tutte le diverse forme possibili di spostamento. I treni notturni che attraversano l’Europa mentre si dorme. I viaggi di prossimità, quelli che non richiedono un aereo ma restituiscono intatto lo stupore. L’ospitalità come pratica concreta e relazionale che trasforma un luogo in un’esperienza autentica. Le comunità che riportano alla vita isole abbandonate senza trasformarle in resort. Il viaggiare senza soldi, affidandosi alla fiducia e all’economia del dono. E poi i viaggi delle donne, un’avanguardia silenziosa che oggi sta reinventando il senso stesso dello spostarsi. È davvero tempo di trovare altre strade, compiere un’inversione di rotta: viaggiare meno, meglio. Perché oggi il vero viaggio non è partire. È tornare.
Nel suo capolavoro "L’origine delle specie", Charles Darwin per rimarcare la differenza tra la fisica e le scienze della vita propone un’immagine sorprendente: «Gettate in aria una manciata di piume, e tutte dovranno cadere al suolo secondo leggi definite. Ma come è semplice questo problema se confrontato con l’azione e la reazione delle innumerevoli piante ed animali che hanno determinato, nel corso dei secoli, i numeri proporzionali e i tipi di alberi che ora crescono su quelle vecchie rovine indiane!». Da questa frase prende avvio e spunto questo libro, per raccontare la natura come una storia: la storia di milioni di specie che, attraverso relazioni, conflitti e cooperazioni, hanno costruito gli ecosistemi del pianeta. Quello che dobbiamo avere chiaro è che lo stato vivente della materia è il più complesso dell’universo conosciuto e, quindi, studiarlo è la sfida più ardita che ci sia, tanto per gli scienziati quanto per chi - pur non dedicandosi alla scienza - ha un minimo di curiosità per capire quel che gli avviene attorno. Dunque, la storia naturale è storia: descrive quel che è avvenuto e avviene e cerca di comprendere le cause che lo hanno determinato. Non possiamo chiederle di essere predittiva più di quanto non possiamo chiedere agli storici di prevedere la storia del futuro. Lo fanno gli economisti e, invariabilmente, falliscono. Questo significa che le scienze della vita non si lasciano ridurre a formule matematiche, a modelli deduttivi, né possono essere predittive come ad esempio la fisica. Quando si affronta la complessità della vita sono necessari altri approcci. Intrecciando scienza, storia naturale e riflessione culturale, Boero ha scritto un grande libro di storia naturale che riporta la natura al centro della nostra cultura. Che nasce osservando animali e piante, non costruendo modelli. La nostra intelligenza è nata fuori dai laboratori: è lì che dobbiamo tornare per capire il mondo che abitiamo.
Giulio Ferroni dichiara, fin da subito, che il libro nasce da una preoccupazione e da un disappunto: preoccupazione per il danno ambientale, storico, civile, che costituirebbe il progettato ponte sullo Stretto; disappunto (salvo poche eccezioni) per l’indifferenza degli intellettuali di fronte a questa violazione di un luogo capitale dell’identità italiana ed europea, del mito classico, della bellezza, della storia, del lavoro e del dolore umano. Il libro intende mostrare come l’idea stessa di un simile ponte, tanto più nelle tragiche circostanze che il mondo sta vivendo, rappresenti profanazione del lascito del passato e del presente. Non un ‘volano dello sviluppo’, come si sente ripetere, ma un’alterazione definitiva di un habitat naturale e storico, che va difeso fino in fondo. Mito, storia, letteratura, vengono convocate come segni necessari di resistenza alle offese che oggi aggrediscono la natura e la vita. Così, pagina dopo pagina, leggiamo alcuni dei più essenziali racconti e passaggi, immaginari e reali, che nel corso del tempo hanno toccato lo Stretto.
Vincenzo Cerami l’aveva capito: prendete tutta l’opera di Pasolini, dalla prima poesia infantile fino all’ultimo fotogramma di Salò, e avrete il ritratto, il disegno della storia italiana dalla fine del fascismo alla metà degli anni Settanta. Ascanio Celestini rilancia: facciamone un gioco. Un gioco vero, un azzardo pericoloso, che costringe a guardare in faccia le nostre contraddizioni. 1964: l’Italia del boom sta già franando, si trama un colpo di Stato e Pasolini che fa? Gira Il Vangelo secondo Matteo. Provocazione? Fuga? O uno sguardo così lucido da vedere due millenni di storia nello stesso momento? Valle Giulia, marzo 1968: gli studenti si scontrano coi poliziotti e Pasolini osa scrivere «io simpatizzavo coi poliziotti». E poche righe dopo «Siamo ovviamente d’accordo contro l’istituzione della polizia». Tradimento? Follia? O l’unico intellettuale italiano che aveva il coraggio di rifiutare le ovvietà del proprio tempo? Il gioco è dunque quello di rimettere Pasolini nel suo tempo. Un tempo che fu breve e pieno. E che oggi è possibile guardare per intero, dall’inizio alla fine. Smettiamola con le domande inutili del tipo «chissà cosa direbbe Pasolini oggi» della distruzione di Gaza, del capitalismo di Stato in Cina o della guerra in Ucraina, di Internet e dei social! E raccontiamo non un solo Pasolini, ma almeno due: il poeta friulano e il regista romano, l’intellettuale corsaro e l’uomo fragile, il profeta della società dei consumi e la vittima della violenza di uno dei grandi ‘misteri italiani’. Ascanio Celestini vuole ritrovare lo sguardo del poeta. Solo così Pasolini resta una presenza viva, un interlocutore necessario per chiunque voglia comprendere le contraddizioni del presente.
Tra la fine del Medioevo e la prima Età moderna, in alcune città e in alcuni Stati italiani la straordinaria vivacità commerciale rende necessaria l’invenzione di una serie di strumenti operativi e previsionali che avranno un grande successo nei secoli. Quello era il tempo in cui le obbligazioni erano scritte in genovese, i banchieri internazionali parlavano toscano, i broker assicurativi sottoscrivevano polizze in veneziano. Era il tempo in cui gli italiani - pur suddivisi in tanti Stati spesso in guerra fra loro - insegnavano al resto del mondo come accedere al credito senza incorrere nei fulmini ecclesiastici sull’usura, come consolidare il debito pubblico, come far fruttare i risparmi e come evitare di farsi rovinare da un naufragio. Sembra incredibile ma anche uno strumento così attuale come la criptovaluta mostra sorprendenti somiglianze con lo scudo di marco, una valuta virtuale e sottratta al controllo dei governi messa a punto dai banchieri di Genova tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento. Nei capitoli di questo libro, Alessandro Marzo Magno ricostruisce un affresco vivacissimo di un tempo lontano a cui dobbiamo così tanto del nostro presente.
Il cibo è l’espressione formidabile della cultura di un’epoca, oltre a essere un mezzo di sostentamento. Per molti secoli, farina e latte, erbe, carni e umori sono stati usati per invocare il sovrannaturale, penetrare l’occulto, compiere miracoli. Sulla base di un’ampia gamma di fonti storiche, come testi penitenziali, letteratura pastorale, agiografie, collezioni di incantesimi e rimedi medici e trattati di teologia, Andrea Maraschi getta luce sulle fluide barriere tra quotidiano e meraviglioso, come solo un oggetto di studio tanto universale e trasversale - il cibo, appunto - può permettere. Il centro dell’analisi è l’Occidente altomedievale ma con un più ampio sguardo all’intero Mediterraneo. Il libro consente non solo di conoscere aspetti meno noti della storia e della cultura riguardante molti alimenti, ma anche di approfondire il concetto di ‘magia’ nell’Alto Medioevo come realtà presente, quotidiana e in profonda continuità con la pratica medica e quella religiosa.
«Questo presente, privo di ogni faticosa formazione, stufa perché è un accumulo di attimi e fatti isolati e sfuggenti, come brandelli di un tessuto non più ricomponibile. Una volta, dietro a ogni uomo o cosa c’era un background: artigianale, contadino, militare, aristocratico, sacerdotale, commerciale, professionale, industrial-borghese e intellettuale. Ogni persona e circostanza risuonavano di echi in una polifonia di livelli sociali, epoche e luoghi, entro un tessuto umano carnale e sapienziale significativo. Tutto riecheggiava del tutto, essendone a un tempo la parte e l’intero. Ogni uomo aveva dignità - nei modi, nel vestire, nel sentire e nel pensare -, tra gli estremi del mendicante e del nuovo ricco. Oggi massa e classe dirigente prediligono una realtà allo spezzatino. Io me ne sto il più possibile nell’ozio ‘operoso’, come si sarebbe detto una volta. Appena ne esco vengo invaso da torrenti di turisti che nulla vedono e intendono, salvo lo specchiarsi unicamente nel cellulare. È come se gli individui, uniformati da un’uguaglianza più consumistica che democratica, si fossero incollati gli uni agli altri nel costume e nel comportamento. Le città non hanno quasi più abitanti: se chiedi a qualcuno d’indicarti una strada non la conosce, pur lavorando da tempo in quel luogo, perché i palazzi del centro sono ormai ridotti ad assemblaggi di Bed and Breakfast e Case Vacanza. Terra e cielo sono ormai un colossale meccanismo comandato da pochissimi padroni che ammaliano infima plebe e ricchissimi i quali, faticosamente oppure facilmente, acquistano cose e distrazioni solo per disfarsene al più presto volendone altre ancora».
L’Iliade è un’opera complessa e misteriosa, che raffigura una civiltà remota fondata su valori lontanissimi dai nostri. Quando si affronta a scuola, faticando su traduzioni a tratti incomprensibili, la sensazione di stringere tra le mani un relitto del passato, la traccia inerte di un’epoca grandiosa e perduta, è quasi inevitabile. Invece l’Iliade è un’opera d’arte strepitosa, da cui sprigiona una forza umana eccezionale. Un racconto che, a quasi tre millenni di distanza, è ancora capace di emozionare e di rispondere, oltre i cascami del tempo, alle domande di noi lettori contemporanei. Primo poema di guerra, origine dell’estetica e dell’etica della violenza, l’Iliade è anche una meditazione delicata e toccante sulla fragilità umana. I suoi guerrieri - assassini feroci, eroi potentissimi - sono anche esseri umani in costante balìa di forze superiori, che non sanno capire né controllare. Proprio da qui, dalla contemplazione di una comune sofferenza, nasce l’impulso alla condivisione, in grado di abbattere perfino le barriere tra nemici mortali. Contrariamente a quanto si pensa, l’Iliade non è allora solo il poema della forza, ma anche il poema della debolezza. In cinque capitoli, intervallati da numerosi estratti in una nuova, appassionante traduzione, Francesco Morosi ricostruisce le tante debolezze che l’Iliade mette in scena: quella di Elena, perennemente sospesa tra la forza di un eros invincibile e il rimorso per le proprie scelte; quella di Ettore, difensore senza macchia che condanna Troia alla rovina; e quella di Achille, l’eroe nichilista, il migliore dei Greci che non riesce a strappare alla morte l’amico Patroclo e assiste, dilaniato dal dolore, al crollo del suo stesso mondo.
Se un tempo il potere era un’entità visibile, incarnata in monarchi, Stati o istituzioni, oggi si presenta come una forza disincarnata e onnipresente. Non risiede in un palazzo, ma in una rete, in un algoritmo, in un’infrastruttura di dati che attraversa i confini nazionali e invade la sfera privata. È il potere computazionale. È capace di modellare le nostre opinioni, le nostre abitudini e persino la nostra identità. Non si impone con la forza o la legge, ma attraverso la persuasione, la predizione e il controllo. Ci sfida a ridefinire concetti come libertà, giustizia e democrazia perché i dati sono la nuova moneta e gli algoritmi i nuovi legislatori. Non appartiene a un solo attore, ma è frammentato tra le grandi aziende tecnologiche, i governi e gli individui che lo usano per scopi diversi. Come possiamo assicurarci che sia usato per il bene collettivo e non per gli interessi di pochi? Di fronte a un potere così vasto e pervasivo, l’etica della tecnologia non è un semplice accessorio, un’appendice morale da aggiungere a posteriori, ma la condizione necessaria per garantire la coesistenza democratica e la giustizia sociale. Paolo Benanti affronta con grande chiarezza e organicità questi temi scrivendo un libro indispensabile per capire il nuovo, e sempre mutevole, volto del potere.
Dall’Alaska, ‘ultima frontiera’ nella quale svaniscono nel nulla migliaia di persone, all’Alabama e alla Georgia dei conflitti razziali, dalla rivolta dei Sioux del South Dakota contro le big oil all’Appalachia della povertà estrema dei bianchi, Massimo Gaggi e Tamara Jadrejcic, coniugi giornalisti, sono stati per vent’anni testimoni di straordinari cambiamenti. Arrivati nel 2004, hanno conosciuto un’America ottimista, orgogliosa, quasi euforica. Che, però, dopo il crollo finanziario e la Grande recessione del 2008-2009 ha smesso di credere nelle istituzioni e di fidarsi delle élite. Un Paese sempre più insicuro, cupo, arrabbiato, spaventato dalla minaccia esterna del terrorismo jihadista e scosso dalle lacerazioni del tessuto sociale interno. Un Paese armato fino ai denti che ha cercato rifugio nel populismo e in cui il razzismo riemerge coi suprematisti, sdoganati da Trump dopo i tentativi di riconciliazione di Obama. Racconti paralleli di vita quotidiana - istruzione, sport, abitudini alimentari folli, le incredibili inefficienze e i costi assurdi della sanità più avanzata del mondo - ma anche viaggio nell’involuzione di una società che non riesce più a riconoscersi in valori comuni e nella radicalizzazione politica che uccide il confronto, il dialogo: al Congresso come a tavola con parenti e amici. Mentre Trump lascia spazio ai miliardari del tecnoautoritarismo. Diario, reportage, cronache, testimonianza di un legame profondo con un Paese straordinario sul quale grava un interrogativo fino a ieri impensabile: quello sulla tenuta della democrazia.
Suor Ana de Cristo, monaca clarissa, nel 1620 lasciò Toledo e si imbarcò alla volta delle Indie. La sua era una missione reputata quasi impossibile: lasciare la clausura in cui aveva vissuto fino a quel momento e raggiungere le Filippine per fondare il primo monastero di Manila. Insieme a lei, in questo viaggio straordinario, altre otto missionarie e la guida spirituale Jerónima de la Fuente, mistica carismatica, figura autorevole e visionaria, vera coprotagonista di questa avventura tutta al femminile. Un lungo viaggio attraverso tre continenti e due oceani, che possiamo oggi ripercorrere sulla base di una cronaca d’epoca scritta dalla stessa Ana, donna dalla vocazione contrastata, che passa improvvisamente e in tarda età dalla vita nelle quattro mura del convento a esplorare un mondo dai confini ancora ignoti. Un racconto di viaggio e di formazione tutto al femminile, ma anche un affresco storico che restituisce il mondo della prima età moderna, attraversato da guerre di religione, spedizioni coloniali e ansie di salvezza spirituale. Un passato che è ancora in grado di interrogarci grazie a una figura femminile potente, dimenticata dalla storia, ma capace di parlare al cuore del lettore contemporaneo.
Mai più. Mai più la Shoah, mai più i campi di sterminio, mai più antisemitismo. Così si è detto. Ma a chi è riferito quel ‘mai più’? Mai più per gli ebrei o mai più a ogni altro genocidio, dopo quello estremo che ci deve fare da monito, chiunque ne possa essere vittima? E perché allora Gaza? E perché è una scelta controversa definire genocidio lo sterminio di Gaza? Usare questa definizione vuol dire sminuire l’unicità di quello ebraico o fare un paragone empio tra Stato di Israele e Germania nazista? Chiunque usi il termine genocidio per la Palestina è, anche inconsapevolmente, un antisemita? Proprio la parola antisemitismo è oggi sulla bocca di tutti: da una parte, la presenza nel dibattito pubblico di stereotipi antisemiti; dall’altra, il governo di Israele e i suoi sostenitori che definiscono antisemita chiunque critichi la sua politica, dall’ONU a quei paesi dell’Unione Europea che hanno riconosciuto lo Stato palestinese. Ma allora cos’è l’antisemitismo, chi sono gli antisemiti? Quali sono le differenze con l’antisionismo? E ancora, se l’antisemitismo è dappertutto, come distinguerlo, come opporvisi? Dopo il grande successo di "Il suicidio di Israele" (Premio Strega Saggistica 2025), Anna Foa ha sentito l’urgenza di rispondere a queste domande, con la consapevolezza che quello che abbiamo vissuto in questi ultimi due anni mette a rischio il patrimonio di valori che abbiamo costruito attorno alla memoria della Shoah e per rivendicare, oggi più che mai, un ‘Mai più’ che valga per tutte le donne e gli uomini. A prescindere da ogni credo e identità.
È il 17 settembre del 1998 quando un gruppo di esperti si riunisce nella basilica di Santa Giustina a Padova, intorno all’urna dove, secondo tradizione, si conservano i resti dell’evangelista Luca, sigillata da quattrocento anni. Al suo interno, insieme a disparati oggetti e a un numero esorbitante di vertebre di serpente, c’è lo scheletro, senza testa, di un uomo alto circa un metro e sessanta, morto in tarda età. Si tratterebbe dei resti dell’evangelista Luca. Ma è davvero così? La reliquia è autentica? O è andata persa, o è custodita altrove: in Vaticano, o a Venezia, o magari a Praga? E in questo caso, di chi sono quei resti, e in ogni caso, come ci sono arrivati, a Padova? Il vescovo di Padova chiede risposte a una variegata commissione di storici, chimici, filologi, archeologi, e anche un paleontologo, per via dei serpenti. Il genetista chiamato ad analizzare il DNA dello scheletro per capire se è compatibile con le origini siriane del santo è Guido Barbujani, che in questo libro racconta una straordinaria avventura attraverso duemila anni di storia. Ci sono Giuliano imperatore e Lawrence d’Arabia, le crociate e le convulsioni del Medio Oriente contemporaneo: un lungo viaggio intellettuale, ma costellato di avventure e disavventure reali, talvolta comiche. Al contempo, attraverso i modi in cui esperti di discipline molto diverse hanno contribuito a ricostruire frammenti di una storia remota, veniamo a conoscere i meccanismi della ricerca, le grandi potenzialità e i limiti del metodo scientifico, gli scontri di idee e le motivazioni personali che portano, faticosamente e non senza contraddizioni, a passi avanti nelle nostre conoscenze: a volte piccoli, mai irrilevanti.
Non è esagerato dire che Massimo Raveri, uno dei più autorevoli studiosi di religioni e filosofie dell’Asia orientale, ha scritto un libro di divorante bellezza e suggestione. I racconti dell’inizio svelano la profondità di un progetto divino sul mondo e sugli uomini, dicono l’armonia di un ordine trascendente che solo può sconfiggere il pensiero inquietante secondo cui le forme dell’universo, come i percorsi delle nostre vite, il bene e il male, siano il frutto della libertà del caso. Ma gli antichi racconti parlano anche dell’ombra e del dolore, dell’irrompere della morte e dell’apparire del volto ingannevole del male. I racconti dell’inizio del mondo costituiscono il fondamento di ogni religione e l’autore ci fa cogliere l’originalità delle diverse visioni, i sottili processi ideologici che nascondono e le somiglianze che si intrecciano e si evolvono nel tempo. Così la trama del libro è costruita sulle diverse scelte su cui ogni cultura elabora l’idea di Dio, dell’uomo e della natura. Pensare che l’universo sia nato dalla volontà di un Dio creatore che lo ha modellato dal caos o, invece, che le mille forme del mondo sono derivate dallo smembrarsi di Dio in un auto-sacrificio terribile e cruento o, all’opposto, che tutti gli esseri sono stati generati da due divinità che si sono amate in un amplesso erotico, ha ricadute assai diverse sul senso della nostra esistenza e della nostra morte. Non a caso, il libro si chiude su un problema teologico nodale: perché Dio ha creato l’universo? Perché Lui, che è assoluto e perfetto, ha dato inizio a tutto? Una risposta è che forse ha creato l’universo ‘per gioco’, una visione che esprime un’angoscia latente, un dubbio radicale sul senso del nostro destino. Ma un mito degli indiani Winnebago dà un’altra risposta: «Perché il Grande Spirito si sentiva solo». È una risposta semplice, chiara, condivisa dalle religioni più diverse: Dio crea per avere un’alterità da amare, per cui esprimere la sua essenza, che è amore. Nella creazione trova la sua vera completezza, e dalla sua gioia nascono le forme del mondo.
Gli oggetti sono neutrali o ‘sessisti’? Il design contribuisce al sistema patriarcale di oppressione? È possibile immaginare una progettazione che tenga conto di queste domande? L’utenza dei prodotti del design industriale del Novecento si rifà storicamente al cosiddetto standard dell’uomo medio: un individuo di genere maschile, abile, astratto dal contesto. La stessa storia del design, anche quando non scritta da uomini, o addirittura anche quando dedicata a isolare le eccezioni delle donne che si sono distinte in questo ambito, risente della logica maschile: o perché si segue il criterio dei grandi nomi, delle invenzioni, del successo di poche e per poche; o perché gli oggetti, anche quando progettati da donne, si sono adeguati agli standard dettati dagli uomini; o perché la storia sociale della produzione materiale delle donne è stata raccontata sì, ma in una logica passiva, se non addirittura oppressiva. Guardare il design in una prospettiva femminista ci aiuta non solo a denunciare un’esclusione, ma a immaginare un mondo in cui siano le donne a progettare strumenti capaci di garantire la propria salute riproduttiva, il proprio piacere, la propria sicurezza, a partire dalla conoscenza riappropriata del loro corpo. Chiara Alessi, grande esperta di design, descrive alcuni di questi progetti a partire dal lettino ginecologico, passando per lo speculum e gli strumenti di autodiagnosi, fino ai dispositivi mestruali e quelli per il piacere. È ormai tempo di rinegoziare il design in una prospettiva critica di genere: rinegoziare il potere, rinegoziare i corpi, rinegoziare il sapere, rinegoziare la funzione.
Siamo nel luglio del 1925. Giovanni Amendola è in viaggio verso Pistoia da Montecatini, che ha dovuto lasciare perché una folla di camicie nere ha posto sotto assedio il suo albergo. Per Amendola, questi attacchi non sono una novità. Ha già subito nel 1923 un pestaggio a Roma, dove ora è il leader principale dell’Aventino, la coalizione dei deputati antifascisti sorta dopo il delitto Matteotti. Improvvisamente, a una svolta, l’auto è costretta a fermarsi e Amendola viene assalito dai fascisti che, dopo avergli garantito l’incolumità, avevano preparato l’agguato. Lo picchiano brutalmente a colpi di bastone. Le ferite sono gravi e lo condurranno alla morte pochi mesi dopo, nell’aprile del 1926. A cento anni dalla scomparsa, Antonio Carioti parte da questo drammatico episodio per ricostruire la biografia del più acuto e coraggioso oppositore liberal-democratico del Duce. Autodidatta di origini modeste, Amendola si afferma ai primi del Novecento nell’ambiente delle riviste fiorentine, per poi passare al "Corriere della Sera" di Luigi Albertini. Eletto deputato nel 1919, figlio del Mezzogiorno di cui reclama il riscatto, è uno spirito religioso, animato da una fede profonda nella libertà. Ostile al fascismo e al comunismo, si batte per trasformare l’Italia in una democrazia moderna e capisce in anticipo su molti altri il pericolo costituito dal sorgere di un partito armato agli ordini di Mussolini. Denuncia per primo nel 1923 lo «spirito totalitario» del regime nascente e avanza la proposta di creare una Corte costituzionale per tutelare le regole del gioco dagli abusi del potere. Un nemico troppo pericoloso perché il fascismo potesse tollerarlo.
"La vita anteriore" è l’autobiografia della generazione nata a cavallo degli anni Quaranta, che ha un tratto che la rende particolare. È l’unica nella storia che si sia trovata a ‘saltare un evo intero’ - o forse più di uno - e a superare in una vita sola tanti radicali capovolgimenti di modi di vivere e di pensare. Nell’intervallo tra allora e ora è infatti cambiata ogni cosa, più volte, fuori e dentro di noi: le case e le famiglie, l’ambiente, i codici di comportamento, i modi di divertirsi, di lavorare, di stare insieme, di amarsi, le relazioni tra le persone e i rituali sociali, l’educazione e la scuola, gli oggetti e i gadget della vita quotidiana, l’abbigliamento e la concezione del corpo, dell’identità personale e del sesso, le pratiche religiose, il modo di guardare e di fotografare, di parlarsi e di telefonare, i mezzi di trasporto e il modo di viaggiare, la cura della salute, il modo di mangiare, l’eros e le passioni, la compassione e la pietà, le forme politiche e la socialità. Questo incessante turbine di cambiamenti, di cui le generazioni successive non sanno nulla, ha bisogno di essere raccontato perché, per una strana deformazione imposta dalla modernità, quanto più sappiamo di quel che accade, tanto meno ci rendiamo conto di quel che scompare e va via. Con una scrittura appassionata, forti zoomate tra passato e presente e continue dissolvenze tra la memoria personale e lo sguardo storico, "La vita anteriore" racconta questo turbine, vividamente restituito dalle molte fotografie di persone, oggetti, ambienti, situazioni sociali e personali.
Giuseppe Fiori racconta la straordinaria vicenda di uno dei protagonisti più lucidi e coraggiosi dell’antifascismo italiano. Economista, giornalista e intellettuale militante, Ernesto Rossi dedicò la sua vita alla battaglia per la libertà e la giustizia sociale, pagando con anni di carcere e confino la sua opposizione al regime mussoliniano. Dalle aule dell’Università di Pisa alle celle di Regina Coeli, dalla stesura clandestina del Manifesto di Ventotene - pietra miliare del federalismo europeo - fino alle battaglie del dopoguerra contro i monopoli e per la modernizzazione dell’Italia, tanto da rivelarsi un manager straordinario nella gestione degli aiuti del Piano Marshall: questo libro ricostruisce con rigore documentario e partecipazione umana il percorso di un uomo che non scese mai a compromessi con il potere. Attraverso documenti inediti, testimonianze dirette e una prosa che unisce precisione storica e forza narrativa, emerge il ritratto di un intellettuale integro che seppe coniugare idealismo e concretezza, rigore morale e passione civile. Una biografia che diventa il racconto di un’intera generazione che costruì le fondamenta dell’Italia democratica e dell’Europa unita. Un libro essenziale per comprendere le radici della nostra democrazia e l’eredità di chi seppe guardare oltre i confini del proprio tempo.
Il suono è stato oggetto di studio fin da tempi antichissimi, uno tra i primi elementi in natura a cui l’umanità ha rivolto la propria attenzione nel tentativo di carpirne i segreti. Da Pitagora a Galileo, da Athanasius Kircher a Isaac Newton, le menti più brillanti della storia si sono cimentate con i misteri del suono, talvolta avanzando ipotesi fantasiose, ma sempre spingendo avanti, poco per volta, la nostra conoscenza del mondo sonoro. Che cos’è dunque il suono? Da dove nasce il suo legame con la matematica, su cui si regge tutta la musica occidentale? Perché le note musicali sono sette e cosa c’è di arbitrario nella loro scelta? Come si spiega che tutti gli strumenti melodici ricorrano sempre e solo a due meccanismi fondamentali? E quanto ancora ignoriamo del funzionamento dell’udito, un sistema così sofisticato che nessun algoritmo riesce a replicarne le prestazioni? Com’è cambiato, infine, il nostro rapporto col suono grazie alle tecnologie sviluppate in poco più di un secolo, dall’elettricità ai computer, passando per i sintetizzatori, i CD e gli MP3? Questo libro, appassionato e rigoroso, ci racconta la travolgente storia del suono, in cui scienza e musica si intrecciano senza soluzione di continuità, toccando spesso anche ambiti inaspettati, ma tutti influenzati, in un modo o nell’altro, dalle scoperte sulla natura del suono: dall’astronomia alla medicina, dalla tecnologia alla fisiologia, fino all’arte della guerra e all’architettura.
Questo libro ci accompagna in un viaggio nel futuro e prova a immaginare come studieremo, lavoreremo, vivremo tra dieci anni, con a fianco un nostro alleato digitale personale basato sull’IA. Condivise le caratteristiche più rilevanti dei meccanismi della nostra mente e le più recenti scoperte delle neuroscienze e delle neurotecnologie sulle interfacce umano-macchina, Guido Saracco analizza gli sviluppi dell’intelligenza artificiale già raggiunti e quelli attesi. Quindi prefigura come l’alleanza tra umano e intelligenza artificiale si consoliderà, attraverso nuovi apparecchi e funzioni condivise, così come nella definizione di un nuovo quadro normativo che dovrà dettare i confini di applicabilità della tecnologia, e probabilmente anche ridefinire gli stessi diritti dell’umanità. Abbiamo davanti una rivoluzione che riguarderà in primo luogo i mondi dell’istruzione e del lavoro. Saremo formati e assunti per operare nella società insieme alla nostra IA personale, un alleato prezioso e vitale, da progettarsi, aggiornare e proteggere in modo radicalmente diverso da quanto è successo per i PC e gli smartphone. Sarà meglio mettere da parte ogni allarmismo verso l’intelligenza artificiale e chiederci come la nostra vita potrà migliorare grazie a una consapevole e felice alleanza.
Ignazio di Loyola è stato senza dubbio un santo rivoluzionario, non solo per la creazione della Compagnia di Gesù che tanto influsso ha avuto nella Chiesa e nella politica, ma anche per l’elaborazione della pratica degli ‘esercizi spirituali’. In modo sorprendente per il tempo, Ignazio coinvolse le donne in questa pratica che conferì loro una consapevolezza di sé e un’autonomia impensabili nel Cinquecento. E fu proprio grazie alle donne ricche e potenti che si radunarono attorno a lui e che lo sostennero con grande forza agli inizi del suo percorso spirituale, che Ignazio riuscì ad aver accesso alle corti papali e imperiali che poi abbracciarono la sua proposta nel pieno della Controriforma. Eppure, lo stesso Ignazio finì per escluderle dall’istituzione che aveva fondato. Una scelta poco comprensibile visto che lo stesso papa Paolo III Farnese aveva inizialmente approvato l’ingresso femminile nella Compagnia, salvo poi, su insistente pressione di Ignazio, estrometterle ufficialmente nel giro di pochi mesi. Perché compie questa scelta? Questa domanda è il centro di una vera e appassionante indagine nella biografia del santo che apre scenari inediti e invita a riconsiderare non solo il passato, ma anche il futuro di una questione che continua a interrogare la Chiesa contemporanea.
Quasi all’improvviso, negli ultimi anni l’intelligenza artificiale ha rivoluzionato il nostro mondo. Dopo l’arrivo di PC e di Internet, una nuova trasformazione tecnologica ribalta il nostro modo di lavorare e di interagire e per la prima volta lascia intravedere un futuro in cui le macchine si sostituiranno all’uomo. Ma come siamo arrivati a tutto questo? Federico Neri, in Italia uno dei pionieri dell’AI applicata al linguaggio, ha vissuto da testimone privilegiato trent’anni di rivoluzione tecnologica e ci accompagna in un viaggio che parte dalle prime regole simboliche degli anni Novanta fino ai moderni Large Language Model, dai laboratori universitari agli incontri riservati con l’intelligence, dalla semantica dei brevetti militari ai sistemi generativi moderni. Non è solo un resoconto dell’evoluzione degli algoritmi, ma un racconto del loro farsi, un libro in cui biografia e tecnologia si intrecciano: gli aneddoti personali rivelano le emozioni, le paure e le speranze delle persone che stanno dietro ogni avanzamento. In un’epoca in cui l’AI suscita tanto entusiasmo quanto timori legittimi, lo sguardo di chi ha ‘parlato agli algoritmi’ per tre decenni può essere una bussola preziosa, può farci comprendere meglio l’intelligenza artificiale nella sua totalità, dalle radici tecniche alle implicazioni etiche, aiutandoci a orientarci verso la direzione che stiamo prendendo.
Ecco, dunque, il punto di partenza: una mappa. Come quelle dei viaggiatori antichi: una carta un po’ ingiallita, stesa con attenzione su un tavolo di legno. Per scoprire che non c’è nessun confine naturale, nessun luogo geografico dove sia possibile affermare che abbia inizio l’Oriente. C’è invece un solo unico immenso macrocontinente, dove le divisioni tra Europa e Asia non sono geologiche ma umane, culturali e politiche. In questo libro Alessandro Vanoli racconta la storia di come l’Oriente ha contribuito a costruire l’Occidente. Una storia fatta di viaggi, mercanti e guerre e che parla di spezie, di gioielli e di pietre preziose, ma anche di un’infinità di scoperte, dalla bussola allo zero, al divano. Ma in parallelo racconta anche come, proprio assieme a questa progressiva mescolanza, si sia costruita sempre di più una contrapposizione culturale, ideologica e politica. Perché erano in Oriente il giardino dell’Eden e le immense ricchezze sognate da Alessandro Magno, ma erano a Oriente anche i barbari e i più terribili mostri. E di secolo in secolo tutto questo sarebbe stato ripreso e rivisto in forme diverse, fino ai sogni orientalistici più moderni fatti di harem e odalische, di asceti in meditazione ma anche di violenza e di tirannide. Sino al presente, tra spiritualità indiana, ristoranti di sushi e serie televisive coreane, in un mondo sempre più frammentato e segnato dai drammi del Medio Oriente e dal potere della nuova Cina, dove nessuna facile definizione basta ormai a dirci cosa di noi sia Occidente e cosa Oriente.

