
Nel Rinascimento la coltivazione della frutta era confinata agli orti dei monasteri e ai giardini delle ville signorili: un lusso aristocratico che, lungi dall’avere una funzione alimentare, serviva per ostentare raffinatezza. Dal canto loro, i ceti popolari, ossessionati dalla paura di patire la fame, al posto della frutta preferivano mangiare cereali e legumi, più nutrienti e sostanziosi. Al contempo, pere, mele e pesche venivano dipinte dalla dietetica come alimenti insidiosi per l’equilibrio degli umori del corpo. Fra Cinque e Seicento ha inizio la ‘rivincita’ della frutta: una lenta rivoluzione culturale in cui il gusto prende il sopravvento sulle prescrizioni mediche e poi le scoperte scientifiche sulla nutrizione smantellano antiche paure. Non è un caso che, nel Seicento, la rivolta di Masaniello a Napoli scoppiò per una questione legata al mercato della frutta, dimostrando quanto quel commercio fosse strategico. Poi la frutta prende il largo: i limoni di Sanremo e Amalfi nell’Ottocento conquistano il Nord Europa grazie a ferrovie a vapore; le arance siciliane sbarcano in America; l’Italia per decenni domina il commercio internazionale. Fino allo scenario attuale, con la mondializzazione che ha portato sulle nostre tavole mango e avocado tutto l’anno. La frutta che compriamo racchiude, dunque, secoli di storia: teorie mediche e dietetiche, innovazioni agricole, battaglie commerciali, mode e tendenze.
Che fare quando un testo è scritto male, la sequenza dei contenuti è confusa, i periodi appaiono sintatticamente o logicamente ingarbugliati? Dobbiamo ammettere che c’è un basso grado di elaborazione concettuale nella proliferazione di testi brevi e frammentari presenti in rete e ciò spesso produce effetti sulla loro qualità inversamente proporzionali alla loro quantità. Così come dobbiamo ammettere che sempre più ci si affida acriticamente alla scorciatoia dell’intelligenza artificiale per testi continui e concettualmente elaborati. Come salvaguardare l’efficacia comunicativa di un testo, sia esso breve o lungo? Se lo scrivente adolescente e quello adulto, che scrive per scopi professionali, dispongono di grammatiche, dizionari, prontuari per intervenire sul piano della correttezza risolvendo i dubbi più frequenti, meno numerosi sono gli strumenti pensati per agire sull’efficacia complessiva dei testi. Come provare a risolvere questi problemi? L’idea alla base di questo libro è che affinare le capacità di riscrittura di testi altrui sia un ottimo viatico per imparare a scrivere meglio i propri. A questo fine, Massimo Palermo propone nove itinerari didattici in cui si affrontano le casistiche più ricorrenti di errori sintattici e testuali, con attività di riscrittura migliorativa di testi reali: scritture giornalistiche, saggistica, post sui social media, elaborati scolastici e universitari. Il risultato è un libro diretto a studenti, docenti e adulti che scrivono per scopi professionali, indispensabile per intervenire sull’efficacia dei testi.
Dieci anni fa una sequenza di scosse fortissime ha distrutto paesi e minato il tessuto sociale di intere comunità. Ad agosto 2016 il sisma colpisce Amatrice, Accumoli e Arquata del Tronto; a ottobre è la volta della Valnerina, Castelluccio e Norcia; infine, a gennaio 2017 Campotosto finisce in macerie. Andrea Mattei percorre il Cammino nelle Terre Mutate, il primo itinerario escursionistico solidale d’Europa, nato per portare vicinanza a questi luoghi: 245 km da Fabriano a L’Aquila attraverso quattro regioni (Marche, Umbria, Abruzzo e Lazio) e due Parchi nazionali, quello dei Monti Sibillini e quello del Gran Sasso e dei Monti della Laga. 14 giorni a piedi dai forti contrasti, tra paesaggi meravigliosi, una natura in buona parte incontaminata e i segni ancora vivi della distruzione dei terremoti. La storia di comunità perdute ma anche di tante persone che resistono in un Appennino già afflitto dalla piaga dello spopolamento e dell’abbandono. Il racconto alterna la descrizione dei territori attraversati in lunghe giornate solitarie di cammino e l’incontro con persone straordinarie che hanno deciso di rimanere e scommettere sulla possibilità di rinascita. Saranno loro il cuore di questo libro: Erica, monaca di clausura del monastero San Luca a Fabriano, che accoglie viandanti insegnando la Regola benedettina dell’ascolto; Rita, commerciante di casalinghi («in una città senza più case…») di Norcia e anima della comunità locale; Patrizia, l’Ortigiana di Ussita, a cui il sisma ha spazzato via l’orto sinergico e il b&b e che con tenacia oggi riparte; Roberto, il ‘Doctor Monster’ di Campi, che all’indomani del sisma radunò tutto il paese nella Pro Loco appena inaugurata; Stefano, il fornaio di Arquata, l’unico sveglio quella notte del 24 agosto; Assunta, la tessitrice di Campotosto, che dalle macerie ha resuscitato l’antico telaio. Con loro e con molti altri protagonisti, tappa dopo tappa, l’autore si interroga sui tempi lunghissimi della ricostruzione e sul destino delle aree interne del nostro Paese.
Che fare se Venezia diventa inaccessibile, Barcellona si rivolta contro i turisti e Jeff Bezos compra un pezzo di spazio pubblico per il suo matrimonio? Ormai viviamo nell’era del turismo. 1,4 miliardi di persone in movimento ogni anno. Eppure, viaggiare non ci ha mai reso così infelici. I centri storici delle città si svuotano di abitanti e si riempiono di bistrot tutti uguali. I luoghi più belli del mondo puzzano di fritto e selfie. E noi, imperterriti, continuiamo a prenotare. "Vero viaggio è il ritorno" mette in discussione alla radice uno dei miti fondanti del nostro tempo: l’idea che viaggiare sia sempre e comunque un bene, una forma di libertà, un’esperienza necessaria per stare meglio e conoscersi. E inizia da una domanda scomoda: siamo davvero sicuri che viaggiare serva ancora a qualcosa? Partendo dalla propria storia - anni di viaggi, una casa in Umbria, un cane adottato durante la pandemia, un astrologo del Kerala che le aveva detto «devi muoverti di più» -, Valentina Pigmei esplora tutte le diverse forme possibili di spostamento. I treni notturni che attraversano l’Europa mentre si dorme. I viaggi di prossimità, quelli che non richiedono un aereo ma restituiscono intatto lo stupore. L’ospitalità come pratica concreta e relazionale che trasforma un luogo in un’esperienza autentica. Le comunità che riportano alla vita isole abbandonate senza trasformarle in resort. Il viaggiare senza soldi, affidandosi alla fiducia e all’economia del dono. E poi i viaggi delle donne, un’avanguardia silenziosa che oggi sta reinventando il senso stesso dello spostarsi. È davvero tempo di trovare altre strade, compiere un’inversione di rotta: viaggiare meno, meglio. Perché oggi il vero viaggio non è partire. È tornare.
Nel suo capolavoro "L’origine delle specie", Charles Darwin per rimarcare la differenza tra la fisica e le scienze della vita propone un’immagine sorprendente: «Gettate in aria una manciata di piume, e tutte dovranno cadere al suolo secondo leggi definite. Ma come è semplice questo problema se confrontato con l’azione e la reazione delle innumerevoli piante ed animali che hanno determinato, nel corso dei secoli, i numeri proporzionali e i tipi di alberi che ora crescono su quelle vecchie rovine indiane!». Da questa frase prende avvio e spunto questo libro, per raccontare la natura come una storia: la storia di milioni di specie che, attraverso relazioni, conflitti e cooperazioni, hanno costruito gli ecosistemi del pianeta. Quello che dobbiamo avere chiaro è che lo stato vivente della materia è il più complesso dell’universo conosciuto e, quindi, studiarlo è la sfida più ardita che ci sia, tanto per gli scienziati quanto per chi - pur non dedicandosi alla scienza - ha un minimo di curiosità per capire quel che gli avviene attorno. Dunque, la storia naturale è storia: descrive quel che è avvenuto e avviene e cerca di comprendere le cause che lo hanno determinato. Non possiamo chiederle di essere predittiva più di quanto non possiamo chiedere agli storici di prevedere la storia del futuro. Lo fanno gli economisti e, invariabilmente, falliscono. Questo significa che le scienze della vita non si lasciano ridurre a formule matematiche, a modelli deduttivi, né possono essere predittive come ad esempio la fisica. Quando si affronta la complessità della vita sono necessari altri approcci. Intrecciando scienza, storia naturale e riflessione culturale, Boero ha scritto un grande libro di storia naturale che riporta la natura al centro della nostra cultura. Che nasce osservando animali e piante, non costruendo modelli. La nostra intelligenza è nata fuori dai laboratori: è lì che dobbiamo tornare per capire il mondo che abitiamo.
Giulio Ferroni dichiara, fin da subito, che il libro nasce da una preoccupazione e da un disappunto: preoccupazione per il danno ambientale, storico, civile, che costituirebbe il progettato ponte sullo Stretto; disappunto (salvo poche eccezioni) per l’indifferenza degli intellettuali di fronte a questa violazione di un luogo capitale dell’identità italiana ed europea, del mito classico, della bellezza, della storia, del lavoro e del dolore umano. Il libro intende mostrare come l’idea stessa di un simile ponte, tanto più nelle tragiche circostanze che il mondo sta vivendo, rappresenti profanazione del lascito del passato e del presente. Non un ‘volano dello sviluppo’, come si sente ripetere, ma un’alterazione definitiva di un habitat naturale e storico, che va difeso fino in fondo. Mito, storia, letteratura, vengono convocate come segni necessari di resistenza alle offese che oggi aggrediscono la natura e la vita. Così, pagina dopo pagina, leggiamo alcuni dei più essenziali racconti e passaggi, immaginari e reali, che nel corso del tempo hanno toccato lo Stretto.
Vincenzo Cerami l’aveva capito: prendete tutta l’opera di Pasolini, dalla prima poesia infantile fino all’ultimo fotogramma di Salò, e avrete il ritratto, il disegno della storia italiana dalla fine del fascismo alla metà degli anni Settanta. Ascanio Celestini rilancia: facciamone un gioco. Un gioco vero, un azzardo pericoloso, che costringe a guardare in faccia le nostre contraddizioni. 1964: l’Italia del boom sta già franando, si trama un colpo di Stato e Pasolini che fa? Gira Il Vangelo secondo Matteo. Provocazione? Fuga? O uno sguardo così lucido da vedere due millenni di storia nello stesso momento? Valle Giulia, marzo 1968: gli studenti si scontrano coi poliziotti e Pasolini osa scrivere «io simpatizzavo coi poliziotti». E poche righe dopo «Siamo ovviamente d’accordo contro l’istituzione della polizia». Tradimento? Follia? O l’unico intellettuale italiano che aveva il coraggio di rifiutare le ovvietà del proprio tempo? Il gioco è dunque quello di rimettere Pasolini nel suo tempo. Un tempo che fu breve e pieno. E che oggi è possibile guardare per intero, dall’inizio alla fine. Smettiamola con le domande inutili del tipo «chissà cosa direbbe Pasolini oggi» della distruzione di Gaza, del capitalismo di Stato in Cina o della guerra in Ucraina, di Internet e dei social! E raccontiamo non un solo Pasolini, ma almeno due: il poeta friulano e il regista romano, l’intellettuale corsaro e l’uomo fragile, il profeta della società dei consumi e la vittima della violenza di uno dei grandi ‘misteri italiani’. Ascanio Celestini vuole ritrovare lo sguardo del poeta. Solo così Pasolini resta una presenza viva, un interlocutore necessario per chiunque voglia comprendere le contraddizioni del presente.
Tra la fine del Medioevo e la prima Età moderna, in alcune città e in alcuni Stati italiani la straordinaria vivacità commerciale rende necessaria l’invenzione di una serie di strumenti operativi e previsionali che avranno un grande successo nei secoli. Quello era il tempo in cui le obbligazioni erano scritte in genovese, i banchieri internazionali parlavano toscano, i broker assicurativi sottoscrivevano polizze in veneziano. Era il tempo in cui gli italiani - pur suddivisi in tanti Stati spesso in guerra fra loro - insegnavano al resto del mondo come accedere al credito senza incorrere nei fulmini ecclesiastici sull’usura, come consolidare il debito pubblico, come far fruttare i risparmi e come evitare di farsi rovinare da un naufragio. Sembra incredibile ma anche uno strumento così attuale come la criptovaluta mostra sorprendenti somiglianze con lo scudo di marco, una valuta virtuale e sottratta al controllo dei governi messa a punto dai banchieri di Genova tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento. Nei capitoli di questo libro, Alessandro Marzo Magno ricostruisce un affresco vivacissimo di un tempo lontano a cui dobbiamo così tanto del nostro presente.
Il cibo è l’espressione formidabile della cultura di un’epoca, oltre a essere un mezzo di sostentamento. Per molti secoli, farina e latte, erbe, carni e umori sono stati usati per invocare il sovrannaturale, penetrare l’occulto, compiere miracoli. Sulla base di un’ampia gamma di fonti storiche, come testi penitenziali, letteratura pastorale, agiografie, collezioni di incantesimi e rimedi medici e trattati di teologia, Andrea Maraschi getta luce sulle fluide barriere tra quotidiano e meraviglioso, come solo un oggetto di studio tanto universale e trasversale - il cibo, appunto - può permettere. Il centro dell’analisi è l’Occidente altomedievale ma con un più ampio sguardo all’intero Mediterraneo. Il libro consente non solo di conoscere aspetti meno noti della storia e della cultura riguardante molti alimenti, ma anche di approfondire il concetto di ‘magia’ nell’Alto Medioevo come realtà presente, quotidiana e in profonda continuità con la pratica medica e quella religiosa.
«Questo presente, privo di ogni faticosa formazione, stufa perché è un accumulo di attimi e fatti isolati e sfuggenti, come brandelli di un tessuto non più ricomponibile. Una volta, dietro a ogni uomo o cosa c’era un background: artigianale, contadino, militare, aristocratico, sacerdotale, commerciale, professionale, industrial-borghese e intellettuale. Ogni persona e circostanza risuonavano di echi in una polifonia di livelli sociali, epoche e luoghi, entro un tessuto umano carnale e sapienziale significativo. Tutto riecheggiava del tutto, essendone a un tempo la parte e l’intero. Ogni uomo aveva dignità - nei modi, nel vestire, nel sentire e nel pensare -, tra gli estremi del mendicante e del nuovo ricco. Oggi massa e classe dirigente prediligono una realtà allo spezzatino. Io me ne sto il più possibile nell’ozio ‘operoso’, come si sarebbe detto una volta. Appena ne esco vengo invaso da torrenti di turisti che nulla vedono e intendono, salvo lo specchiarsi unicamente nel cellulare. È come se gli individui, uniformati da un’uguaglianza più consumistica che democratica, si fossero incollati gli uni agli altri nel costume e nel comportamento. Le città non hanno quasi più abitanti: se chiedi a qualcuno d’indicarti una strada non la conosce, pur lavorando da tempo in quel luogo, perché i palazzi del centro sono ormai ridotti ad assemblaggi di Bed and Breakfast e Case Vacanza. Terra e cielo sono ormai un colossale meccanismo comandato da pochissimi padroni che ammaliano infima plebe e ricchissimi i quali, faticosamente oppure facilmente, acquistano cose e distrazioni solo per disfarsene al più presto volendone altre ancora».
L’Iliade è un’opera complessa e misteriosa, che raffigura una civiltà remota fondata su valori lontanissimi dai nostri. Quando si affronta a scuola, faticando su traduzioni a tratti incomprensibili, la sensazione di stringere tra le mani un relitto del passato, la traccia inerte di un’epoca grandiosa e perduta, è quasi inevitabile. Invece l’Iliade è un’opera d’arte strepitosa, da cui sprigiona una forza umana eccezionale. Un racconto che, a quasi tre millenni di distanza, è ancora capace di emozionare e di rispondere, oltre i cascami del tempo, alle domande di noi lettori contemporanei. Primo poema di guerra, origine dell’estetica e dell’etica della violenza, l’Iliade è anche una meditazione delicata e toccante sulla fragilità umana. I suoi guerrieri - assassini feroci, eroi potentissimi - sono anche esseri umani in costante balìa di forze superiori, che non sanno capire né controllare. Proprio da qui, dalla contemplazione di una comune sofferenza, nasce l’impulso alla condivisione, in grado di abbattere perfino le barriere tra nemici mortali. Contrariamente a quanto si pensa, l’Iliade non è allora solo il poema della forza, ma anche il poema della debolezza. In cinque capitoli, intervallati da numerosi estratti in una nuova, appassionante traduzione, Francesco Morosi ricostruisce le tante debolezze che l’Iliade mette in scena: quella di Elena, perennemente sospesa tra la forza di un eros invincibile e il rimorso per le proprie scelte; quella di Ettore, difensore senza macchia che condanna Troia alla rovina; e quella di Achille, l’eroe nichilista, il migliore dei Greci che non riesce a strappare alla morte l’amico Patroclo e assiste, dilaniato dal dolore, al crollo del suo stesso mondo.
Se un tempo il potere era un’entità visibile, incarnata in monarchi, Stati o istituzioni, oggi si presenta come una forza disincarnata e onnipresente. Non risiede in un palazzo, ma in una rete, in un algoritmo, in un’infrastruttura di dati che attraversa i confini nazionali e invade la sfera privata. È il potere computazionale. È capace di modellare le nostre opinioni, le nostre abitudini e persino la nostra identità. Non si impone con la forza o la legge, ma attraverso la persuasione, la predizione e il controllo. Ci sfida a ridefinire concetti come libertà, giustizia e democrazia perché i dati sono la nuova moneta e gli algoritmi i nuovi legislatori. Non appartiene a un solo attore, ma è frammentato tra le grandi aziende tecnologiche, i governi e gli individui che lo usano per scopi diversi. Come possiamo assicurarci che sia usato per il bene collettivo e non per gli interessi di pochi? Di fronte a un potere così vasto e pervasivo, l’etica della tecnologia non è un semplice accessorio, un’appendice morale da aggiungere a posteriori, ma la condizione necessaria per garantire la coesistenza democratica e la giustizia sociale. Paolo Benanti affronta con grande chiarezza e organicità questi temi scrivendo un libro indispensabile per capire il nuovo, e sempre mutevole, volto del potere.
Dall’Alaska, ‘ultima frontiera’ nella quale svaniscono nel nulla migliaia di persone, all’Alabama e alla Georgia dei conflitti razziali, dalla rivolta dei Sioux del South Dakota contro le big oil all’Appalachia della povertà estrema dei bianchi, Massimo Gaggi e Tamara Jadrejcic, coniugi giornalisti, sono stati per vent’anni testimoni di straordinari cambiamenti. Arrivati nel 2004, hanno conosciuto un’America ottimista, orgogliosa, quasi euforica. Che, però, dopo il crollo finanziario e la Grande recessione del 2008-2009 ha smesso di credere nelle istituzioni e di fidarsi delle élite. Un Paese sempre più insicuro, cupo, arrabbiato, spaventato dalla minaccia esterna del terrorismo jihadista e scosso dalle lacerazioni del tessuto sociale interno. Un Paese armato fino ai denti che ha cercato rifugio nel populismo e in cui il razzismo riemerge coi suprematisti, sdoganati da Trump dopo i tentativi di riconciliazione di Obama. Racconti paralleli di vita quotidiana - istruzione, sport, abitudini alimentari folli, le incredibili inefficienze e i costi assurdi della sanità più avanzata del mondo - ma anche viaggio nell’involuzione di una società che non riesce più a riconoscersi in valori comuni e nella radicalizzazione politica che uccide il confronto, il dialogo: al Congresso come a tavola con parenti e amici. Mentre Trump lascia spazio ai miliardari del tecnoautoritarismo. Diario, reportage, cronache, testimonianza di un legame profondo con un Paese straordinario sul quale grava un interrogativo fino a ieri impensabile: quello sulla tenuta della democrazia.
Suor Ana de Cristo, monaca clarissa, nel 1620 lasciò Toledo e si imbarcò alla volta delle Indie. La sua era una missione reputata quasi impossibile: lasciare la clausura in cui aveva vissuto fino a quel momento e raggiungere le Filippine per fondare il primo monastero di Manila. Insieme a lei, in questo viaggio straordinario, altre otto missionarie e la guida spirituale Jerónima de la Fuente, mistica carismatica, figura autorevole e visionaria, vera coprotagonista di questa avventura tutta al femminile. Un lungo viaggio attraverso tre continenti e due oceani, che possiamo oggi ripercorrere sulla base di una cronaca d’epoca scritta dalla stessa Ana, donna dalla vocazione contrastata, che passa improvvisamente e in tarda età dalla vita nelle quattro mura del convento a esplorare un mondo dai confini ancora ignoti. Un racconto di viaggio e di formazione tutto al femminile, ma anche un affresco storico che restituisce il mondo della prima età moderna, attraversato da guerre di religione, spedizioni coloniali e ansie di salvezza spirituale. Un passato che è ancora in grado di interrogarci grazie a una figura femminile potente, dimenticata dalla storia, ma capace di parlare al cuore del lettore contemporaneo.
Mai più. Mai più la Shoah, mai più i campi di sterminio, mai più antisemitismo. Così si è detto. Ma a chi è riferito quel ‘mai più’? Mai più per gli ebrei o mai più a ogni altro genocidio, dopo quello estremo che ci deve fare da monito, chiunque ne possa essere vittima? E perché allora Gaza? E perché è una scelta controversa definire genocidio lo sterminio di Gaza? Usare questa definizione vuol dire sminuire l’unicità di quello ebraico o fare un paragone empio tra Stato di Israele e Germania nazista? Chiunque usi il termine genocidio per la Palestina è, anche inconsapevolmente, un antisemita? Proprio la parola antisemitismo è oggi sulla bocca di tutti: da una parte, la presenza nel dibattito pubblico di stereotipi antisemiti; dall’altra, il governo di Israele e i suoi sostenitori che definiscono antisemita chiunque critichi la sua politica, dall’ONU a quei paesi dell’Unione Europea che hanno riconosciuto lo Stato palestinese. Ma allora cos’è l’antisemitismo, chi sono gli antisemiti? Quali sono le differenze con l’antisionismo? E ancora, se l’antisemitismo è dappertutto, come distinguerlo, come opporvisi? Dopo il grande successo di "Il suicidio di Israele" (Premio Strega Saggistica 2025), Anna Foa ha sentito l’urgenza di rispondere a queste domande, con la consapevolezza che quello che abbiamo vissuto in questi ultimi due anni mette a rischio il patrimonio di valori che abbiamo costruito attorno alla memoria della Shoah e per rivendicare, oggi più che mai, un ‘Mai più’ che valga per tutte le donne e gli uomini. A prescindere da ogni credo e identità.
È il 17 settembre del 1998 quando un gruppo di esperti si riunisce nella basilica di Santa Giustina a Padova, intorno all’urna dove, secondo tradizione, si conservano i resti dell’evangelista Luca, sigillata da quattrocento anni. Al suo interno, insieme a disparati oggetti e a un numero esorbitante di vertebre di serpente, c’è lo scheletro, senza testa, di un uomo alto circa un metro e sessanta, morto in tarda età. Si tratterebbe dei resti dell’evangelista Luca. Ma è davvero così? La reliquia è autentica? O è andata persa, o è custodita altrove: in Vaticano, o a Venezia, o magari a Praga? E in questo caso, di chi sono quei resti, e in ogni caso, come ci sono arrivati, a Padova? Il vescovo di Padova chiede risposte a una variegata commissione di storici, chimici, filologi, archeologi, e anche un paleontologo, per via dei serpenti. Il genetista chiamato ad analizzare il DNA dello scheletro per capire se è compatibile con le origini siriane del santo è Guido Barbujani, che in questo libro racconta una straordinaria avventura attraverso duemila anni di storia. Ci sono Giuliano imperatore e Lawrence d’Arabia, le crociate e le convulsioni del Medio Oriente contemporaneo: un lungo viaggio intellettuale, ma costellato di avventure e disavventure reali, talvolta comiche. Al contempo, attraverso i modi in cui esperti di discipline molto diverse hanno contribuito a ricostruire frammenti di una storia remota, veniamo a conoscere i meccanismi della ricerca, le grandi potenzialità e i limiti del metodo scientifico, gli scontri di idee e le motivazioni personali che portano, faticosamente e non senza contraddizioni, a passi avanti nelle nostre conoscenze: a volte piccoli, mai irrilevanti.
Non è esagerato dire che Massimo Raveri, uno dei più autorevoli studiosi di religioni e filosofie dell’Asia orientale, ha scritto un libro di divorante bellezza e suggestione. I racconti dell’inizio svelano la profondità di un progetto divino sul mondo e sugli uomini, dicono l’armonia di un ordine trascendente che solo può sconfiggere il pensiero inquietante secondo cui le forme dell’universo, come i percorsi delle nostre vite, il bene e il male, siano il frutto della libertà del caso. Ma gli antichi racconti parlano anche dell’ombra e del dolore, dell’irrompere della morte e dell’apparire del volto ingannevole del male. I racconti dell’inizio del mondo costituiscono il fondamento di ogni religione e l’autore ci fa cogliere l’originalità delle diverse visioni, i sottili processi ideologici che nascondono e le somiglianze che si intrecciano e si evolvono nel tempo. Così la trama del libro è costruita sulle diverse scelte su cui ogni cultura elabora l’idea di Dio, dell’uomo e della natura. Pensare che l’universo sia nato dalla volontà di un Dio creatore che lo ha modellato dal caos o, invece, che le mille forme del mondo sono derivate dallo smembrarsi di Dio in un auto-sacrificio terribile e cruento o, all’opposto, che tutti gli esseri sono stati generati da due divinità che si sono amate in un amplesso erotico, ha ricadute assai diverse sul senso della nostra esistenza e della nostra morte. Non a caso, il libro si chiude su un problema teologico nodale: perché Dio ha creato l’universo? Perché Lui, che è assoluto e perfetto, ha dato inizio a tutto? Una risposta è che forse ha creato l’universo ‘per gioco’, una visione che esprime un’angoscia latente, un dubbio radicale sul senso del nostro destino. Ma un mito degli indiani Winnebago dà un’altra risposta: «Perché il Grande Spirito si sentiva solo». È una risposta semplice, chiara, condivisa dalle religioni più diverse: Dio crea per avere un’alterità da amare, per cui esprimere la sua essenza, che è amore. Nella creazione trova la sua vera completezza, e dalla sua gioia nascono le forme del mondo.
Gli oggetti sono neutrali o ‘sessisti’? Il design contribuisce al sistema patriarcale di oppressione? È possibile immaginare una progettazione che tenga conto di queste domande? L’utenza dei prodotti del design industriale del Novecento si rifà storicamente al cosiddetto standard dell’uomo medio: un individuo di genere maschile, abile, astratto dal contesto. La stessa storia del design, anche quando non scritta da uomini, o addirittura anche quando dedicata a isolare le eccezioni delle donne che si sono distinte in questo ambito, risente della logica maschile: o perché si segue il criterio dei grandi nomi, delle invenzioni, del successo di poche e per poche; o perché gli oggetti, anche quando progettati da donne, si sono adeguati agli standard dettati dagli uomini; o perché la storia sociale della produzione materiale delle donne è stata raccontata sì, ma in una logica passiva, se non addirittura oppressiva. Guardare il design in una prospettiva femminista ci aiuta non solo a denunciare un’esclusione, ma a immaginare un mondo in cui siano le donne a progettare strumenti capaci di garantire la propria salute riproduttiva, il proprio piacere, la propria sicurezza, a partire dalla conoscenza riappropriata del loro corpo. Chiara Alessi, grande esperta di design, descrive alcuni di questi progetti a partire dal lettino ginecologico, passando per lo speculum e gli strumenti di autodiagnosi, fino ai dispositivi mestruali e quelli per il piacere. È ormai tempo di rinegoziare il design in una prospettiva critica di genere: rinegoziare il potere, rinegoziare i corpi, rinegoziare il sapere, rinegoziare la funzione.
Siamo nel luglio del 1925. Giovanni Amendola è in viaggio verso Pistoia da Montecatini, che ha dovuto lasciare perché una folla di camicie nere ha posto sotto assedio il suo albergo. Per Amendola, questi attacchi non sono una novità. Ha già subito nel 1923 un pestaggio a Roma, dove ora è il leader principale dell’Aventino, la coalizione dei deputati antifascisti sorta dopo il delitto Matteotti. Improvvisamente, a una svolta, l’auto è costretta a fermarsi e Amendola viene assalito dai fascisti che, dopo avergli garantito l’incolumità, avevano preparato l’agguato. Lo picchiano brutalmente a colpi di bastone. Le ferite sono gravi e lo condurranno alla morte pochi mesi dopo, nell’aprile del 1926. A cento anni dalla scomparsa, Antonio Carioti parte da questo drammatico episodio per ricostruire la biografia del più acuto e coraggioso oppositore liberal-democratico del Duce. Autodidatta di origini modeste, Amendola si afferma ai primi del Novecento nell’ambiente delle riviste fiorentine, per poi passare al "Corriere della Sera" di Luigi Albertini. Eletto deputato nel 1919, figlio del Mezzogiorno di cui reclama il riscatto, è uno spirito religioso, animato da una fede profonda nella libertà. Ostile al fascismo e al comunismo, si batte per trasformare l’Italia in una democrazia moderna e capisce in anticipo su molti altri il pericolo costituito dal sorgere di un partito armato agli ordini di Mussolini. Denuncia per primo nel 1923 lo «spirito totalitario» del regime nascente e avanza la proposta di creare una Corte costituzionale per tutelare le regole del gioco dagli abusi del potere. Un nemico troppo pericoloso perché il fascismo potesse tollerarlo.
"La vita anteriore" è l’autobiografia della generazione nata a cavallo degli anni Quaranta, che ha un tratto che la rende particolare. È l’unica nella storia che si sia trovata a ‘saltare un evo intero’ - o forse più di uno - e a superare in una vita sola tanti radicali capovolgimenti di modi di vivere e di pensare. Nell’intervallo tra allora e ora è infatti cambiata ogni cosa, più volte, fuori e dentro di noi: le case e le famiglie, l’ambiente, i codici di comportamento, i modi di divertirsi, di lavorare, di stare insieme, di amarsi, le relazioni tra le persone e i rituali sociali, l’educazione e la scuola, gli oggetti e i gadget della vita quotidiana, l’abbigliamento e la concezione del corpo, dell’identità personale e del sesso, le pratiche religiose, il modo di guardare e di fotografare, di parlarsi e di telefonare, i mezzi di trasporto e il modo di viaggiare, la cura della salute, il modo di mangiare, l’eros e le passioni, la compassione e la pietà, le forme politiche e la socialità. Questo incessante turbine di cambiamenti, di cui le generazioni successive non sanno nulla, ha bisogno di essere raccontato perché, per una strana deformazione imposta dalla modernità, quanto più sappiamo di quel che accade, tanto meno ci rendiamo conto di quel che scompare e va via. Con una scrittura appassionata, forti zoomate tra passato e presente e continue dissolvenze tra la memoria personale e lo sguardo storico, "La vita anteriore" racconta questo turbine, vividamente restituito dalle molte fotografie di persone, oggetti, ambienti, situazioni sociali e personali.

