
"Esistenza e coesistenza", pubblicato postumo per la prima volta nel 1987, raccoglie le lezioni di un corso universitario tenuto da Eugen Fink per la prima volta nel 1952-53 all’Università di Friburgo. Al centro dell’argomentazione si trova la possibilità di un nuovo accesso fenomenologico alla comunità. Fink mostra come la relazione tra esseri umani si fondi su una forma di coesistenza, ossia un "essere-l’u-no-conl’altro", che prescinde da condizioni psicologiche e sociali, ma precede anche ogni forma rappresentativa basantesi sulla soggettività moderna. La comunità trova la propria istituzione invece nel prendere parte quotidianamente ai significati simbolici di cose che accompagnano la nostra esistenza nel mondo, come la bara, la culla e il tavolo. L’utilizzo quotidiano di tali oggetti rimanda continuamente ai fenomeni fondamentali dell’esistenza umana, con un nesso implicito con la "vita" cosmica degli enti, tra ciò che si dà alla presenza e ciò che invece presente non lo è più. Tali argomentazioni condurranno Fink a una concezione della comunità lontana da ogni analogia con i gruppi di animali (branco, stormo, gregge), ma anche a una presa di distanza da ogni idealità comunitaria definita esclusivamente secondo una concezione spirituale dell’umanità.
Il volume è il frutto delle lezioni che Eugen Fink, cresciuto alla scuola di Edmund Husserl e Martin Heidegger, ha tenuto all'università di Friburgo in Brisgovia nel 1953. L'intento dell'autore era quello di introdurre alla pedagogia per mezzo di una indagine sistematica sui suoi fondamenti. Per questo motivo Fink, dopo una analisi esistenziale dei prolegomeni a ogni pedagogia, giunge alla riflessione sui fondamenti teoretici di questa disciplina, ponendo in questione in maniera radicale la possibilità stessa della pedagogia sulla base della formulazione di domande riguardanti il fenomeno educativo. Il risultato del lavoro è un concetto cosmologico di pedagogia, dove educare significa garantire l'autonomia decisionale dei liberi cittadini.
Il "gioco" come concetto filosofico attraversa la storia del pensiero occidentale, da Eraclito a Nietzsche per citare due figure emblematiche dell'età antica e moderna. Negli scritti (1946-1973) qui per la prima volta tradotti Eugen Fink mediante un'indagine fenomenologica condotta su alcune "modalità fondamentali" dell'esistenza - oltre al gioco, il lavoro, la morte, l'amore... - ne approfondisce la funzione antropologica, utile a comprendere l'umano. Se dell'uomo in quanto ens cosmologicum si può parlare solo attraverso la sua relazione con il mondo, il gioco ne è un osservatorio privilegiato, essendo un modo d'essere peculiare di questa relazione. Nel gioco l'uomo interagisce con l'alterità e con l'ulteriorità: indossare maschere, assumere ruoli, attraversare soglie trasponendosi in luoghi e tempi diversi, è un modo per eccedere la propria esistenza finita.

