Dagli alberi della vita della tradizione biblica ai boschi sacri delle antiche culture, il legame tra natura e spiritualità ha attraversato i secoli. In queste pagine, Paolo Luzzi esplora il valore mistico degli alberi nelle religioni, con particolare attenzione al cristianesimo e alla figura di San Francesco. Attraverso riflessioni simboliche e racconti evocativi, il libro ci invita a riscoprire la sacralità della natura, ponte tra cielo e terra. Un viaggio tra storia, fede e poesia, alla ricerca del divino nella Creazione.
Dicembre 1981. Vanni Maestri è l'anima di una piccola libreria nel centro di Bologna, nota per una particolare tradizione: i clienti scrivono su dei foglietti i loro propositi per l'anno nuovo e li lasciano dentro alle pagine dei volumi usati. C'è chi spera in una nuova casa, chi in un lavoro, chi nella vittoria dell'Italia ai prossimi mondiali di calcio. Accantonato il suo sogno di gioventù, Vanni ha scelto di essere il custode di quelli altrui, di vivere una vita tranquilla e di tenere a distanza il ricordo di un amore rimasto sospeso nel tempo. Ma quando Agata, la sua giovane assistente, trova il primo buon proposito nell'archivio del retrobottega, è come se scoprisse, tra le ceneri della memoria, la scintilla di un dolore che non ha smesso di bruciare. Nelle stesse ore, nello studio di un notaio, la contessa Costanza Castelvetri scopre che il suo defunto marito le ha lasciato in eredità un manoscritto di cui nessuno era a conoscenza: è la storia di tre studenti universitari, di un amore segnato dalle sirene del conflitto mondiale e dalle persecuzioni razziali. Quelle pagine ingiallite non possono risarcire le ferite del passato, ma saranno l'occasione - per tutti i personaggi della storia - di scegliere finalmente, in un tempo presente, la felicità. Attraverso un mosaico di storie che si intrecciano e a volte soltanto si sfiorano, Sabrina Gabriele racconta la tenerezza dei sogni arenati nel passato e la dolce ostinazione di quelli ancora da realizzare, ricordandoci che per andare incontro al destino bisogna prima di tutto ascoltare se stessi.
«Delle tre cantiche il Purgatorio è quella che più facilmente possiamo sentire nostra. Perché nostra, quotidiana, è la domanda drammatica da cui tutto il cammino del Purgatorio muove: si può ricominciare? Il male c'è, è innegabile, a volte sembra invincibile, per quanto ci sforziamo, ci ricadiamo sempre; ma davvero è l'ultima parola? Si può sperare di raggiungere il bene? Di tornare "puri e disposti a salire a le stelle"?» (Franco Nembrini)
«Credo che qui si nasconda il dono più grande di Dante che noi non possiamo assolutamente trascurare, perché ne va della nostra felicità. Dante scrive il Paradiso per aprirlo dentro di lui e dentro chi avrà la pazienza e il coraggio di seguirlo: di muoversi con lui. In paradiso non ci si va, ci si sta, solo se lo si vuole accogliere, o meglio liberare, dentro di sé.» (Alessandro D'Avenia)
Tra colline di pietra bianca, tornanti, e paesi arroccati, Pietro Borzacchi sta viaggiando con il figlio Jacopo. D'un tratto la frizione della sua vecchia Golf lo abbandona, nel momento peggiore: di venerdì pomeriggio, in mezzo al nulla. Per fortuna padre e figlio incontrano Oliviero, un meccanico alla guida del suo carro attrezzi che accetta di scortarli fino al paese più vicino, Sant'Anna del Sannio. Quando Jacopo scende dall'auto è evidente che qualcosa in lui non va: lo sguardo vuoto, il passo dondolante, la mano sinistra che continua a sfregare la gamba dei pantaloni, avanti e indietro. In attesa che Oliviero ripari l'auto, padre e figlio trovano ospitalità da Agata, proprietaria di un bar che una volta era anche pensione, è proprio in una delle vecchie stanze che si sistemano. Sant'Anna del Sannio, poche centinaia di anime, è un paese bellissimo in cui il tempo sembra essersi fermato, senza futuro apparente, come tanti piccoli centri della provincia italiana. Ad aiutare Agata nel bar c'è Gaia, il cui sorriso è perfetta sintesi del suo nome. Sarà proprio lei, Gaia, a infrangere con la sua spontaneità ogni apparenza. Perché Pietro è un uomo che vive all'inferno. "I genitori dei figli sani non sanno niente, non sanno che la normalità è una lotteria, e la malattia di un figlio, tanto più se hai un solo reddito, diventa una maledizione." Ma la povertà non è la cosa peggiore. Pietro lotta ogni giorno contro un nemico che si porta all'altezza del cuore. Il disamore. Per tutto. Un disamore che sfocia spesso in una rabbia nera, cieca. Il dolore di Pietro, però, si troverà di fronte qualcosa di nuovo e inaspettato. Agata, Gaia e Oliviero sono l'umanità che ancora resiste, fatta il più delle volte di un eroismo semplice quanto inconsapevole. Con "Fame d'aria", Daniele Mencarelli fa i conti con uno dei sentimenti più intensi: l'amore genitoriale, e lo fa portandoci per mano dentro quel sottilissimo solco in cui convivono, da sempre, tragedia e rinascita.
C’è una voce che non è mai stata ascoltata davvero. È quella di Miryam, madre di Yeshua. Nel cuore ferito della Giudea, in un tempo di ferro e di speranza, una donna racconta ciò che i Vangeli hanno taciuto. La sua voce risale da un passato lacerato: l’adolescenza spezzata da una violenza, la nascita di un figlio segnato dal destino, l’ombra lunga della guerra, della fede, della rivolta. Yeshua cresce tra silenzi e furore, tra compagni che non sono santi ma uomini, combattenti, spiriti inquieti. Le sue mani non moltiplicano soltanto il pane: stringono il cuore di un popolo che sogna la libertà. Ma il cerchio si chiude là dove era cominciato, nella ferita mai rimarginata di una madre. Tra fonti antiche e scrittura accesa d’invenzione, questo romanzo rovescia la prospettiva e riporta i protagonisti della storia sacra nella loro verità più umana, più dolorosa, più viva. Un romanzo storico che frantuma il mito per restituire alla storia la carne, il sangue e le ferite del tempo.
Il sopraggiungere della vecchiaia segnata dalla sofferenza induce la protagonista a raccontare l’ultimo arco di tempo della sua vita. Ne nasce una sorta di diario da cui emerge, accanto al decorso della malattia, la determinazione a voler fronteggiare il tratto finale in modo partecipato, senza passività. Viene ribadito, così, un assioma universalmente riconosciuto e cioè l’inutilità di opporsi con strenuo sforzo allo scorrere del tempo il quale – come ben si sa – accompagna tutti, indiscriminatamente, allo stesso traguardo. Poiché si può solo assecondarne il corso, tanto vale, allora, affrontare, a testa alta l’epilogo. In complesso, il messaggio lanciato esorta a meditare sul senso del vivere, ma pure sul valore totalizzante dell’eternità verso cui si tende, giorno dopo giorno.
Un romanzo distopico, in cui Benson, all’inizio del 1900, immagina un mondo e un tempo alternativi, inventa un “futuro” in cui si decide di fare a meno di Dio. In una Londra tappezzata di gomma, anestetizzata dall’assenza di rumore, in cui il mito del progresso sta avendo la meglio e ci si illude di non aver più bisogno di Dio, la misura di tutto è l’uomo e si arriva all’assurdo per cui l’uomo stesso è identificato con Dio e può decidere sulla vita e sulla morte. In questo mondo, i cattolici sopravvivono a fatica nell’indifferenza prima e nella persecuzione poi. Protagonisti indiscussi e contrapposti sono padre Percy Franklin, futuro ultimo Papa, e Julian Felsenburgh, figura dell’Anticristo. Si tratta di un romanzo scritto più di un secolo fa, ma capace di leggere i segni dei nostri tempi, come ha avuto modo di sottolineare anche papa Francesco.
Racconta Andrea Camilleri che dopo "La forma dell'acqua", che è del 1994, il commissario Montalbano non era ancora una figura completa. «Ebbi la sensazione che mi era rimasto con un piede alzato. Allora scrissi il secondo della serie che è "Il cane di terracotta". A questo punto questo personaggio era diventato un personaggio anche per me». Le informazioni di un pentito su un traffico d'armi portano Montalbano a ispezionare una grotta, lì scopre un passaggio che conduce a un'altra caverna dove trova i cadaveri di due giovani amanti. Sono abbracciati, abbandonati da decenni, sorvegliati da un enorme cane di terracotta. Il commissario si trova così a svolgere due indagini: la prima su una pericolosa cosca mafiosa, l'altra su un delitto compiuto nel 1943 durante i confusi giorni che precedono lo sbarco americano in Sicilia. Ed è questa ad appassionarlo maggiormente. Quel che rende Il cane di terracotta un libro unico non è solo la sovrapposizione di due trame, due delitti, ma l'intrecciarsi degli elementi collegati alla leggenda cristiana dei Sette Dormienti di Efeso con quelli della versione coranica della stessa tradizione: «E li avresti creduti svegli, e invece dormivano mentre il loro cane era accucciato con le zampe distese, sulla soglia». Con una nota di Alberto Manguel.