Esiste un filo rosso, fatto di sangue e depistaggi, che attraversa l’intera storia unitaria italiana: la storia di lungo periodo dell’uso sistematico di criminali, mafiosi e neofascisti come strumento di potere. In questo saggio magistrale, Enzo Ciconte propone una tesi storica audace e documentata: tra le stragi neofasciste e quelle mafiose esiste una continuità di intenti e di attori. Per decenni settori dello Stato, servizi segreti deviati e logge massoniche come la P2 hanno portato avanti una ‘guerra non ortodossa’ contro la democrazia nata dalla Resistenza. Dalla strage di Portella della Ginestra a quella della stazione di Bologna, fino agli attentati di Capaci e via D’Amelio, emerge il ritratto di un’Italia a ‘sovranità limitata’, condizionata dalla guerra fredda e da una borghesia tradizionalmente violenta. Enzo Ciconte ha scritto un libro fondamentale per comprendere non solo il passato, ma anche la natura del potere in Italia e la resilienza di una democrazia che, nonostante i tradimenti interni, ha saputo evitare il baratro. Un libro necessario per chi vuole guardare oltre le ricorrenze canoniche e comprendere il disegno unitario dietro i misteri più fitti della nostra Repubblica.
Nel luglio del 2025, Omer Bartov pubblica sul "New York Times" un articolo dal titolo I’m a Genocide Scholar. I Know It When I See It, che scatena un dibattito enorme perché dimostra che l’azione di Israele a Gaza è, a tutti gli effetti, un genocidio. In questo libro, Bartov pone delle domande a cui ancora non si è data risposta: come è stato possibile trasformare il sogno del sionismo in un incubo? Come è avvenuta la trasformazione del sionismo da movimento di emancipazione e liberazione ebraica a ideologia di Stato basata sull’etnonazionalismo, l’esclusione e il dominio violento sui palestinesi? Come si è potuta avere una comprensione distorta della lezione morale dell’Olocausto? E quali sono le ragioni del diffuso sostegno a queste politiche genocide da parte dei cittadini ebrei di Israele? Al centro di questa visione del mondo vi è la convinzione che l’intera terra fra il fiume Giordano e il Mediterraneo appartenga agli ebrei e che la missione dello Stato sia quella di realizzare il diritto storico a questa terra. Ma non ci sarà pace finché sette milioni di ebrei governeranno su sette milioni di palestinesi senza alcuna prospettiva di uguaglianza. L’enorme shock del 7 ottobre avrebbe dovuto essere il momento giusto per prendere atto che il paradigma stesso del sionismo doveva essere drasticamente modificato. Illuminante e urgente, "Nell’abisso" è un libro fondamentale per chiunque cerchi di comprendere uno dei conflitti più violenti e devastanti di questo secolo.
Un’inedita lettura della storia della giustizia e della magistratura che fa sua l’idea che è solo a partire dal secondo dopoguerra che l’amministrazione della giustizia (penale in specie) assume un ruolo significativo nelle dinamiche sociali, politiche e giuridiche del Paese. Il punto di avvio è lo ‘storico’ congresso della ANM di Gardone del 1965. È da quel momento che ci si pone il problema del ruolo politico che giudici e PM andranno a svolgere in una società che vive la grande stagione delle riforme degli anni ’70 (diritto di famiglia e divorzio, Statuto dei lavoratori, legge Basaglia, SSN). Sono riforme con un’evidente ricaduta giudiziaria. Come lo sono le indagini controverse sui responsabili della strage di piazza Fontana, i processi che hanno riguardato il terrorismo, con le prime forti frizioni tra pubblici ministeri e una parte del mondo della politica, fino allo scontro aperto con l’invio dei Carabinieri, per ordine del presidente Cossiga, al CSM nel 1991. La fase della lotta alla mafia, poi, identifica un ‘nuovo’ modo di svolgere il ruolo inquirente, in concomitanza con l’introduzione in Italia del processo accusatorio. Un’attenzione speciale è data alle posizioni sul ruolo del PM di Giovanni Falcone, così come alla fase di ‘mani pulite’ e l’emersione del populismo giudiziario. Vengono, inoltre, ripresi nelle loro linee principali i fatti più recenti del 2019, il ‘caso Palamara’, poiché hanno trascinato la giurisdizione in una crisi di credibilità grave, e si arriva fino al tema caldissimo della riforma dell’ordinamento giudiziario.
Alle 16,30 del 10 giugno 1924, a Roma, sul lungotevere Arnaldo da Brescia, un uomo viene caricato a forza su un’automobile. L’uomo è Giacomo Matteotti, indomito avversario del fascismo e di Benito Mussolini. Non sarà mai più visto vivo. Un delitto che è stato senza dubbio il più grande ‘caso’ della storia italiana, raccontato come se nessuno l’avesse fatto prima: la scena del crimine; la meccanica; gli esecutori e i loro mandanti; i possibili moventi. Infine, come in ogni delitto, c’è un ‘dopo’, le molteplici ‘vie di fuga’ dall’affaire: dai processi del 1926 e del 1947 al destino di ciascun protagonista nel corso del ventennio. Ma soprattutto c’è la vittima: chi era, chi è stato Giacomo Matteotti? E perché proprio lui?
Il 6 maggio 1527, la Roma rinascimentale, simbolo di potere e splendore, crolla sotto la furia devastante dei Lanzichenecchi. La città eterna viene saccheggiata e distrutta, segnando l'inizio della sua emarginazione politica e militare. Un evento che sconvolse l'Europa e la cui eco risuona ancora oggi, a cinquecento anni di distanza. Antonio Forcellino, il più illustre restauratore italiano e uno dei massimi esperti di arte rinascimentale, ci conduce in un viaggio straordinario tra le pieghe di questa tragedia collettiva. Partendo dal restauro di due affreschi danneggiati durante il sacco e da nuovi documenti d'archivio, Forcellino ricostruisce con rigore e passione uno dei più grandi "cold case" della storia europea. Tra intrighi, doppi giochi e cacce al bottino, emergono figure memorabili come Carlo V, Clemente VII, Francesco I, Alfonso d'Este e Isabella d'Este, protagonisti di un intreccio di odi personali e ambizioni sfrenate. Sullo sfondo, un esercito senza guida, nutrito di odio religioso e bramoso di ricchezze, travolge Roma in un crescendo di caos e violenza. Con uno stile avvincente e una narrazione che nulla ha da invidiare alle migliori serie televisive, Forcellino trasforma la storia in una saga epica, capace di illuminare non solo le responsabilità dell'élite europea dell'epoca, ma anche le conseguenze di uno degli episodi più drammatici della nostra storia.
Le vicende mediorientali, come tutte le altre tristi vicende internazionali di questo e del passato secolo, sono piuttosto complesse e alcune rimarranno chiuse alla nostra comprensione ancora per molto tempo. Rispetto ai grandi conflitti ottocenteschi, quelli del XX e del XXI secolo hanno mietuto molte, troppe vittime civili. Ciò ha prodotto per contrappasso la nascita di nuove categorie giuridiche, come i crimini di guerra; e di categorie morali, come quella delle responsabilità di guerra. Questo libro nasce dal proposito di riflettere sulle drammatiche vicende mediorientali dopo il 7 ottobre 2023, analizzando le quali non di rado si sono confrontate opinioni polarizzate. Dopo l’eccidio perpetrato da Hamas era necessario fissare alcune riflessioni, sia pure come azione civile scaturita da un evento tragico e inimmaginabile. Oggi la pace a Gaza e in Medio Oriente rimane un obiettivo lontano, con molteplici ostacoli politici, militari e umanitari ancora da superare. E l’idea di "un territorio due Stati" rimane non solo del tutto inattuata dal lontano 1947, ma anche piuttosto utopica, a fronte di alcune realtà che sono sotto gli occhi di tutti, e che questo libro ha cercato di cogliere nella loro essenza. Pur così a ridosso dei fatti, si è cercato di mantenere un’esposizione rigorosa, basata su un controllo attento delle fonti disponibili nell’auspicio che, in un futuro ancora imprecisato, nuovi documenti si aprano agli studiosi.
Nell’ultimo mezzo secolo l’archeologia ha molto modificato e arricchito il proprio bagaglio metodologico e ampliato i propri campi d’azione a livello temporale, spaziale e tematico. Questo libro offre un punto di vista aggiornato sull’evoluzione della disciplina, valorizzandone le molteplici opportunità.
La lotta alla mafia comincia dalla memoria. La memoria è il primo atto di resistenza civile. Non è un esercizio del passato, ma un compito che riguarda il presente e che chiama in causa ciascuno di noi. Ricordare significa custodire i nomi, i volti, le storie; significa restituire dignità a chi è stato colpito dalla violenza mafiosa e responsabilità a chi oggi vive in una società che non può permettersi l’oblio. In questo primo Pizzino della NoMafia, con parole essenziali e dense, gli autori Umberto Santino e Andrea Cozzo invitano a non lasciare che il tempo consumi i nomi e i volti delle vittime, e a trasformare il ricordo in impegno quotidiano.
L’immagine del presidente Donald Trump circondato da una serie di pastori che con le mani alzate invocano su di lui la benedizione di Dio è una delle icone del fondamentalismo evangelico che, in questi anni, si è affermato ed espanso nei cinque continenti. Ma la sua storia non è recente e, dalla polemica antidarwiniana del primo Novecento alle teorie apocalittiche sul conflitto mediorientale che ci condurrebbero alla fine del mondo circolate in questi anni, il fondamentalismo evangelico mostra una lunga e complessa storia che questo volume cerca di ricostruire. All’origine il fondamentalismo evangelico fu una teologia e, soprattutto, un modo di leggere la Bibbia; nel tempo, organizzatosi in associazioni e radicatosi in alcune chiese evangeliche, è diventato anche un soggetto religioso e politico in grado di incidere nello spazio pubblico, anche nel Sud globale.
Dal 1555 al 1870, salvo brevi interruzioni, gli ebrei di Roma furono confinati nel Ghetto, un quartiere murato con portoni chiusi dal tramonto all'alba. Il volume ricostruisce la storia della comunità ebraica romana in questi tre secoli (guerre d'Italia, Riforma, Illuminismo, Risorgimento), evidenziando la loro capacità di resistere a discriminazioni, battesimi forzati e difficoltà economiche, mantenendo la propria identità religiosa in un ambiente ostile ma in parte accogliente. Le vicende del gruppo, deciso a preservare la propria differenza, sono narrate attraverso viaggi, conflitti, incontri e figure storiche. Con l'Unità d'Italia, il Ghetto fu smantellato come simbolo di un'intolleranza ritenuta superata, ma che resta profondamente impressa nella memoria degli ebrei di Roma, i quali considerano ancora oggi quel quartiere uno spazio significativo della loro storia.
Caserme dismesse, Case del Fascio riconvertite, statue rimosse o restaurate, affreschi coperti e poi riscoperti: l’Italia contemporanea convive ogni giorno, spesso senza accorgersene, con l’eredità materiale lasciata dal fascismo. Questo libro ricostruisce i modi in cui il nostro Paese ha affrontato - tra rimozione, oblio e valorizzazione - i segni ingombranti del Ventennio. Dal 1943 in avanti la rottura con il passato ha convissuto con la continuità, il vastissimo e ubiquo lascito fascista è stato ora percepito come una vergogna da nascondere, ora come testimonianza storica o persino come patrimonio culturale da esibire. Così, si sono alternate ondate di iconoclastia, tentativi di cancellazione simbolica, ma anche scelte di conservazione o recupero. All’inizio le reazioni furono guidate dall’urgenza di marcare la distanza dal regime, ma negli anni del boom economico questa esigenza ha convissuto con l’eredità fascista, non ponendo particolare attenzione al suo significato simbolico. Negli ultimi decenni il dibattito si è riacceso: dalla riscoperta, a partire dagli anni Ottanta, di un patrimonio artistico e architettonico che è stato restaurato e messo in mostra, fino ai dibattiti sulla ‘eredità difficile’ dei totalitarismi e alle polemiche sulla presunta cancel culture. Così, monumenti, edifici, opere d’arte, e persino nomi delle strade, sono diventati terreno di battaglia per la memoria collettiva, rivelando le difficoltà dell’Italia repubblicana a fare i conti con la propria storia.
Il presente volume si propone di indagare alcuni aspetti connessi all'attuale riacutizzazione del conflitto israelo-palestinese: la relazione tra la firma nel 2020 degli storici Accordi di Abramo e la ripresa della violenza di Hamas; la potenziale islamizzazione dell'Occidente in corrispondenza e in ragione del sostegno delle piazze democratiche, europee e non, alla causa palestinese; la necessità di chiarire il modo in cui debba essere inteso Hamas, se come formazione politica legittimamente resistente o come gruppo armato terroristico. Fulcro del testo è l'interpretazione dell'antisionismo, disallineata rispetto alla modalità corrente. Partendo dall'estensione semantica che il concetto di 'sionista' avrebbe assunto, secondo lo studioso Abraham B. Yehoshua, dopo il 1948, per cui lo Stato di Israele non appartiene solo ai suoi cittadini, ma all'intero popolo ebraico, l'Autore riflette sulla possibilità di impiego della nozione di 'antisionismo anti-semitico' per designare quel tipo di contemporanea particolare avversione nei confronti di Israele e degli ebrei nella loro totalità, che, passando strumentalmente per la 'semplice' e 'legittima' critica nei confronti del governo dello Stato ebraico, troppo spesso, ormai, si volge nella delegittimazione e nella richiesta di annientamento di Israele, oggi imprescindibile principio informatore dell'identità 'normalizzata' degli ebrei. Chiude il testo l'esposizione (critica) dei termini in cui si stanno presentando tanto la questione dell'accusa rivolta dal Sudafrica a Israele per genocidio nei confronti del popolo palestinese, sottoposta nel dicembre 2023 alla Corte internazionale di giustizia, quanto la relativa discussione pubblica, che vede contrapposti docenti universitari, avvocati, esperti giuristi, esponenti politici e intellettuali, in un'atmosfera che aggiunge tensione continua a una guerra che sembra non avere fine.