Un agile volume per trasformare il detto finché c’è vita c’è speranza in finché c’è speranza c’è vita! Potrai volare sulle ali della speranza, vincendo ogni pessimismo e nichilismo d’oggi. Non bastano né l’intelligenza artificiale né le seduzioni dell’influencer in agguato. Sarai spronato a valorizzare testa e cuore alla luce della fede, conscio che è come il paracadute: funziona se si apre! La speranza viva vede la spiga quando i nostri occhi di carne non vedono che il seme che marcisce. Non si può vivere senza la virtù teologale della speranza, senza il divino trainer invisibile, lo Spirito Santo. Solo così potrai gridare: «Tutto posso in colui che mi dà la forza» (Fil 4,13). Senza la speranza non siamo capaci di sostenere il peso dell’esistenza. Dietrich Bonhoeffer affermava: «L’essenza della speranza è guardare al di là della situazione presente, ed è la forza vitale di lottare quando gli altri si rassegnano, quando sembra che tutto fallisca»; perché quanti sperano nel Signore riacquistano forza, mettono ali come aquile (Is 40,31).
Fra gli anni Venti e Trenta del Novecento un laico scrive al suo parroco: lettere pungenti, ironiche e a tratti spietate in cui gli dice quello che ai suoi occhi proprio non va in parrocchia: troppo clericalismo, un Vangelo troppo recitato e poco vissuto, troppa indifferenza verso i poveri. L'epistolario sarebbe già sorprendente in sé per la lungimiranza profetica e il coraggio di parlare alla chiesa di quegli anni, ma diventa una testimonianza straordinaria perché quel finto laico è in realtà lo stesso don Primo Mazzolari.
Pensatore straordinario già agli occhi dei contemporanei, Tommaso d’Aquino risulta ancora oggi una figura di grande fascino intellettuale e spirituale, di cui si continuano ad apprezzare il genio speculativo e il rarissimo e armonico connubio dello scienziato e del santo. Come mostra questa voce enciclopedica di Martin Grabmann e Franz Pelster, suoi autorevoli studiosi, ha saputo spaziare dalla teoria della conoscenza alla metafisica, dalla filosofia naturale alla psicologia, dall’estetica all’etica, fino alla filosofia sociale e politica, indagando magistralmente sia i misteri del cristianesimo sia la complessità della metafisica aristotelica. Pasquale Porro, che a Tommaso ha dedicato numerosi studi, colloca il saggio nel contesto della medievistica della prima metà del Novecento, cogliendovi la presenza di tutti i temi classici del neotomismo dell’epoca.
Che cosa racconta davvero un comportamento antisociale infantile? Per Winnicott, dietro la trasgressione, la distruttività o la provocazione può nascondersi la traccia di una deprivazione: la perdita dell’ambiente capace di offrire sicurezza, continuità e cura. Attraverso il confronto con bambini e ragazzi accolti nelle comunità durante gli anni della Seconda guerra mondiale, Winnicott elabora una delle sue intuizioni più feconde e paradossali: la tendenza antisociale può essere vista come un segno di speranza, quella di trovare un ambiente che permetta di riprendere la crescita interrotta. Un libro ancora oggi attuale, che illumina il difficile incontro tra giovani in sofferenza e le istituzioni chiamate a educarli e accoglierli.
La temperanza è, tra le virtù cardinali, la più focalizzata sul singolo: la prudenza orienta lo sguardo al reale, la giustizia alla relazione con l'altro, la fortezza a ciò che minaccia la vita, la temperanza invece a noi stessi, a ciò che desideriamo e a come dovremmo desiderarlo. Non significa disprezzare il corpo e i suoi bisogni, ma ordinare secondo disciplina e misura la complessa struttura fisica e spirituale dell'essere umano. Fine della temperanza, «uno dei quattro cardini sui quali gira la porta di accesso alla vita», è l'equilibrio interiore dal quale solo può derivare la pace dell'animo. Oltre a una funzione naturale di auto-conservazione, la temperanza ha un valore soprannaturale: indirizza l'uomo al bene e al bene sommo che è Dio. Se oggi il discorso etico si limita a proporre norme di comportamento senza preoccuparsi della crescita morale della persona, l'etica delle virtù elaborata da Josef Pieper, apparentemente inattuale, si rivela quanto mai necessaria.
Il volume affronta gli anni nei quali, consolidatesi le dinamiche del «miracolo economico», la Democrazia cristiana si trovò a governare un Paese profondamente mutato rispetto alla fase della ricostruzione postbellica. Il cambiamento non aveva interessato solo gli aspetti economici e produttivi, ma aveva interessato anche il tessuto sociale e antropologico, innescando un prepotente processo di secolarizzazione che, in una decina d'anni, si sarebbe materializzato nel risultato referendario sul divorzio. In questo quadro, spinta da Fanfani e Moro, i due «cavalli di razza» secondo una definizione in voga in quegli anni, la Dc imboccò la strada del dialogo con le sinistre: prima attraverso la coalizione del centrosinistra (coinvolgendo nell'area di governo il Partito socialista); poi, dal finire del decennio, attraverso la cosiddetta «strategia dell'attenzione» che Moro pose in essere nei confronti del Partito comunista. Questa seconda strada, una volta entrata in crisi irreversibile la coalizione del centrosinistra, sembrò poter prendere corpo: le elezioni del 1976 videro - secondo la definizione di Moro - «due vincitori» ai quali spettava il compito di gestire una fase di crisi conclamata, generata non solo dal quadro economico internazionale, ma anche da un'impennata della violenza politica.
Ogni roccia è un archivio. Ogni parete, ogni scogliera, ogni guglia custodisce una storia di centinaia di milioni di anni, scritta in un linguaggio che pochissimi sanno leggere. Un viaggio in 12 tappe che ci farà osservare il paesaggio italiano con occhi diversi. Perché la bellezza che conoscevate era solo la superficie. L'Italia è uno scrigno. Ma non solo per le sue chiese, i suoi musei, i suoi borghi medievali. Sotto ogni montagna, dentro ogni scogliera, lungo ogni gola di questa penisola si nasconde qualcosa di più antico e di più misterioso: la memoria viva della Terra, scritta nelle rocce per centinaia di milioni di anni. Alessandro Iannace ci porta in 12 luoghi d'Italia -dalle guglie delle Dolomiti alle scogliere bianche della Scala dei Turchi, dalle coste sarde alle vette appenniniche -e ci insegna a guardarli con occhi nuovi: non solo come paesaggi da ammirare, ma come monumenti della storia del pianeta. Partiremo dalle formazioni più giovani (in senso geologico: si parla pur sempre di migliaia e migliaia di anni) e proseguiremo verso le più antiche, esplorando un abisso temporale vertiginoso. Con pochi strumenti visivi e spiegazioni rigorose ma mai aride, conosceremo regole semplici che cambiano il modo di guardare il paesaggio. Non serve alcuna preparazione scientifica. Serve solo la curiosità di chi si ferma, guarda e vuole capire. E la disponibilità a stupirsi: perché quello che le rocce raccontano è una storia che nessun monumento costruito dall'uomo potrà mai eguagliare. Un libro che non si limita a spiegare il paesaggio italiano: lo farà anche amare di più.
Cosa è successo alla società israeliana dopo tre anni di guerra permanente e totale? Chi parla, oggi, per Israele? «Poche sono le persone che si sono immerse nel dramma del Medio Oriente con coraggio, profondità e umanità come Francesca Caferri. La sua scrittura è intensa e ci restituisce una lettura profonda e onesta di una delle regioni più difficili del mondo.» David Grossman Dal 7 ottobre del 2023, Israele si è presentato al mondo come una fortezza sotto assedio. Una piccola Sparta pronta a rispondere colpo su colpo alle aggressioni, senza incertezze e dubbi. Una società unita dal dolore e dalla volontà di sopravvivere, da cui sono banditi coloro che obiettano e dissentono. Ma siamo sicuri che Israele abbia una sola faccia o invece ce ne sono mille che si contraddicono, si ignorano, si temono a vicenda? Come è possibile che un leader accusato di corruzione in patria e di crimini contro l'umanità alla Corte dell'Aja continui a governare con il consenso della maggioranza? Per rispondere a queste domande, Francesca Caferri ha fatto un viaggio dentro la società israeliana con gli strumenti del buon giornalismo: le scarpe consumate sul campo, le interviste cercate e conquistate, lo sguardo capace di stare sui fatti. Così, ci porta dagli elettori della destra radicale e dai pacifisti ostinati e sempre più soli, dai media sotto pressione e dagli imprenditori che guardano dall'altra parte. E poi in Cisgiordania, a toccare con mano l'espulsione dei palestinesi. Voci che in Israele non hanno quasi mai diritto di parola, ma che finalmente riusciamo ad ascoltare. Sullo sfondo resta proprio Gaza, con i suoi morti e la sua distruzione. E anche una domanda che percorre tutto il libro: come può Israele non vedere ciò che indigna il resto del mondo? E non capire le conseguenze - pericolosissime - di questi anni di guerra?
Hanno bisogno di te, ma non ti vogliono accanto. Desiderano la tua presenza, ma ti impongono una distanza. Cosa ci stanno chiedendo i nostri figli quando si comportano in modo così contraddittorio? E come esserci senza invaderli, restare senza soffocarli, ascoltarli senza l'ansia di correggerli? Forse non ci eravamo mai sentiti così disarmati davanti alla sofferenza dei nostri figli. Eccessi, sfide aperte all'autorità degli adulti: quella espressa dagli adolescenti nel recente passato era spesso una sofferenza rumorosa, visibile, talvolta spettacolare. Oggi, accanto a queste forme di disagio, se ne diffondono di più silenziose e difficili da decifrare. Il dolore non esplode verso l'esterno: si ritira. Quando provano a parlarne, ragazze e ragazzi si limitano spesso a frasi brevi, apparentemente vaghe: «Non sto bene», «Non ho voglia di niente». Siamo abituati a pensare che il dolore, per essere compreso, debba prima di tutto essere formulato. Ma a volte il dolore è muto, si limita a esistere. Così la sofferenza trova altre strade. Nel sonno che scompare o diventa eccessivo, nella stanchezza che non passa, nel ritiro, nel silenzio, nel rapporto difficile con il cibo, nella fatica di affrontare le attività di ogni giorno. Ma cosa cercano di dirci i nostri figli con il loro modo di stare male? Michela Marzano, attraverso l'ascolto quotidiano di studenti e giovani, prova a entrare dentro il disagio adolescenziale contemporaneo, proponendone una lettura diversa. E ricordandoci che il modo in cui una generazione soffre dice qualcosa del mondo in cui vive. Di noi adulti, non meno fragili e disorientati, chiamati non tanto a risolvere il loro dolore quanto a restargli accanto anche quando la relazione fa male.
Il nazionalcapitalismo è capitalismo, anche spinto, ma incorniciato nel quadro della nazione e dell'interesse nazionale. Non è un'idea nuova. È il terreno da cui sono nate le due guerre mondiali. Perché le destre nazionaliste e illiberali vincono ovunque, dall'Europa agli USA? Non per caso, non per rabbia popolare, non per la crisi della sinistra. C'è una logica, un progetto, un nome: nazionalcapitalismo. Una visione che conserva tutte le caratteristiche del capitalismo, ricollocandole nella cornice ideologica della nazione e dell'interesse nazionale, presidiati da un governo elettivo autoritario. Il nazionalcapitalismo si contrappone alla globalizzazione dell'economia, della politica e della cultura che, dopo la caduta del Muro di Berlino, ha investito gran parte del mondo. Contrariamente alle promesse, non tutti ne hanno beneficiato: ci sono stati i perdenti della globalizzazione. Il messaggio per loro è semplice: voi siete perdenti non per colpa del capitalismo, ma della sua globalizzazione e di chi l'ha voluta. Questa forma di capitalismo imbevuto di nazionalismo e autoritarismo non è un'idea nuova: è il brodo di coltura delle due guerre mondiali. Oggi si ripresenta con nuove vesti, nuovi algoritmi, nuovi nemici da indicare, ma con la stessa visione. Una menzogna precisa, efficace, pericolosa.
Sono aumentati i conflitti armati e le vittime di guerra in cifra assoluta, ma non in rapporto al numero crescente di stati e di abitanti della Terra. Le guerre sono cambiate. È aumentato il numero di attori non statali, come Hamas e i separatisti filorussi del Donbass in Ucraina. E le guerre si sono imbastardite: solo raramente sono scontri campali tra eserciti, più spesso si fa uso di missili, droni, attentati contro civili. Ma perché la guerra è tornata prepotente? Gli storici dicono che le guerre sono sempre esistite e sempre esisteranno. Ma lo stesso si può dire delle paci. Le guerre sono frutto di decisioni politiche di uomini contro altri uomini. Non sono il prodotto ineluttabile di una natura umana malvagia. Siamo capaci di guerra e di pace. Dipende dalle circostanze: c'è stato un periodo di pace sostanziale subito dopo la fine della Guerra Fredda, grazie alle operazioni di peacekeeping condotte dai caschi blu dell'ONU. Potremmo e dovremmo farlo anche oggi. Conoscere la storia ci può aiutare a capire come possiamo fare la pace e renderla duratura.
Tutti conosciamo la leggenda di re Artù, ma cosa succede se la prendiamo sul serio e la raccontiamo come la biografia di un uomo realmente esistito? Cosa ci racconta del Medioevo questo grande mito?