La riflessione sul problema del tempo è uno dei temi fondamentali della tradizione filosofica occidentale. Ma gli ultimi due secoli - l’Ottocento e il Novecento - ne hanno visto una profonda trasformazione. Gli sviluppi dell’indagine scientifica si sono intrecciati con la maturazione di una inedita concezione della soggettività e della coscienza. Sono state riprese e affrontate con nuovi occhi questioni antichissime, in primo luogo quella già posta da sant’Agostino («Cos’è davvero il tempo? Lo so, ma non lo so spiegare »). Ci si è interrogati sui modi in cui il tempo viene vissuto, misurato, narrato, condiviso. È così apparso con sempre maggior chiarezza che il tempo è la realtà dello stesso nostro esistere, che il tempo - come scrive Borges - «è la sostanza di cui sono fatto». Per questo, del tempo, parliamo sempre come di un divenire, di un fluire. Un divenire, un fluire apparso non di rado come una successione di istanti. Istanti in cui fermare il tempo, arrestarlo nell’attimo «così bello» del Faust, riuscire in un’impresa che però, di fronte ai nuovi saperi scientifici, appare destinata a ridursi in speranza, a rivelarsi un’illusione. L’istante non esiste. E, se esiste, forse altro non può essere che l’eternità. Partendo da Hegel e Schelling per arrivare a Bergson, Russell, Heidegger e senza dimenticare i grandi «narratori del tempo» come Proust e Joyce, Stefano Poggi racconta gli episodi di una storia che non ci è presente in tutta la sua decisiva importanza perché è spesso sotterranea, ma che ha inciso nel profondo sulla nostra stessa identità di uomini moderni.
Il volume ripercorre la storia d'Italia nel ventennio della globalizzazione focalizzando l'attenzione su quella componente della sinistra che ha tentato di conservare la tradizione del comunismo rifondandola all'interno della cornice del "trionfo dell'Occidente" e del "neoliberismo". Fra il 1991 e il 2008 il Partito della Rifondazione comunista svolge un ruolo determinante negli equilibri politici italiani, prova a raccogliere l'eredità del PCI e a rappresentare i nuovi fenomeni di conflittualità politica e sociale. Agli inizi degli anni Duemila, utilizzando la forza dei movimenti altermondialisti e pacifisti, cerca di dar vita a un soggetto unitario della sinistra d'alternativa e, tramite la partecipazione al secondo governo guidato da Romano Prodi, di rompere i vincoli di stampo neoliberale che regolano il funzionamento dell'UE e di mettere in discussione la subalternità italiana ed europea a una politica estera americana sempre più incentrata sull'uso della forza militare. Nell'arco di un biennio, però, questo progetto fallisce, travolto dall'evoluzione del quadro geopolitico ed economico internazionale e dai suoi effetti sugli equilibri politici e sociali.
Nella strada del pane fragrante è un percorso meditativo e narrativo ispirato al Vangelo di Luca, che invita il lettore a compiere un viaggio spirituale e relazionale alla scoperta del «Gesù vero uomo». Antonio Manganella, sacerdote e studioso di spiritualità biblica, accompagna passo dopo passo tra gli eventi della vita di Cristo - dall’annuncio a Zaccaria e la nascita di Giovanni, fino alla Passione, alla Risurrezione e al cammino verso Emmaus - offrendo una lettura quotidiana del testo evangelico. Ogni meditazione è una tappa del cammino di fede: brevi riflessioni che intrecciano parola, emozione e vita concreta, pensate per essere lette con calma, un paragrafo al giorno. Con linguaggio limpido e accessibile, l’autore unisce la profondità spirituale alla semplicità narrativa, aiutando il lettore a incontrare Gesù come compagno di strada e presenza viva.
L’Autore analizza il fenomeno del postumanesimo e la sua interazione con l’antropologia cristiana, osservando come le nuove tecnologie, in particolare l’Intelligenza Artificiale, si stiano sempre più imponendo, fino a provocare una mutazione neurologica con forti ricadute anche sul tema della fede. Nella seconda parte si esamina la possibilità di presentare i temi religiosi in modo nuovo all’homo calculans, ai seguaci del postumanesimo e a chiunque si dichiari indifferente. A fronte di questo scenario si pone la questione se una rinnovata antropologia fondata su un "umanesimo gesuano" possa arginare queste inquietanti derive. Si vaglia, infine, l’ipotesi se la riscoperta del Gesù terrestre possa stimolare i lontani e giovare ai credenti per rinverdire la loro fede nel Cristo.
A cinquant’anni dalla fondazione del Ministero per i beni culturali e ambientali e a cento anni dalla nascita di Giovanni Spadolini, ideatore e primo titolare dell’istituzione, questo catalogo si propone di accompagnare il lettore in un percorso di riflessione sul ruolo e sulle prospettive della tutela del patrimonio culturale in Italia. Attraverso un’accurata selezione di documenti, opere e appunti personali, viene ricostruito il clima culturale e civile che animò quella fase storica, mettendo in luce la visione lungimirante di Spadolini. Dall’alluvione di Firenze ai furti d’arte, dalla salvaguardia del paesaggio alle innovazioni nelle biblioteche e negli archivi, il racconto si sviluppa attorno ai temi cardine dei beni culturali, offrendo una narrazione articolata e polifonica. Un’opera che invita a considerare il patrimonio culturale non solo come un’eredità da preservare, ma come una responsabilità pubblica e una prospettiva fondamentale per il futuro.
In un’epoca in cui l’umanità si trova sospesa tra accelerazioni tecnologiche e crisi spirituali, nasce un libro unico: un’intervista immaginaria ma profondamente verosimile a Papa Francesco, realizzata attraverso l’ausilio dell’intelligenza artificiale. Il pontefice risponde, con il suo tono inconfondibile di tenerezza e fermezza evangelica, alle grandi domande del nostro tempo: la sfida dell’intelligenza artificiale, il dramma dell’indifferenza, la pace come dovere e promessa, la cura della casa comune, la crisi della fede, i nodi della liturgia, della famiglia e del ruolo della donna nella Chiesa. Diviso in tre sezioni — La Chiesa e i problemi sociali, L’idea di Chiesa, La Chiesa e i problemi interni — il libro attraversa temi caldi e controversi: l’ecumenismo, la sinodalità, la misericordia, il celibato, la messa in latino, l’eutanasia, la maternità surrogata. In ogni risposta, si intrecciano la voce profetica di Francesco, la memoria viva della tradizione e la volontà riformatrice di una Chiesa che vuole "camminare insieme".
Le sette armi spirituali di Santa Caterina de’ Vigri (Caterina da Bologna) è un caposaldo della letteratura femminile in italiano volgare. Un riferimento per la spiritualità francescana e non solo. Da questa versione in lingua corrente, che comprende una biografia coeva e una raccolta di miracoli della Santa, ne emerge la grande attualità. Un evergreen della fede, alla portata di chiunque si incammini, per dirlo con l’autrice, sulla via «della vera religione». Caratteristiche che vanno estese alla figura di Caterina, con la sua esperienza mistica, la vittoria contro il male, la sobria vita spirituale e l’evidenza del suo corpo incorrotto, col quale il lettore, può confrontarsi fisicamente e spiritualmente. In una visione, Dio stesso invita Caterina a comprendere bene le parole che un angelo le sta annunciando: "Et gloria Eius in te videbitur", "In te si vedrà la gloria di Dio". Così, a secoli di distanza questo libro è, se vogliamo, l’indicazione certa che non c’è strada che conduca a Dio, che l’uomo non debba percorrere nella sua divina unità di spirito e corpo, di fatiche e gioia eterna.
Gli scritti di Cesare Dall’Oglio raccolti in questo volume sono una testimonianza significativa di impegno cristiano e civile nel cuore del Novecento italiano. Dall’esperienza drammatica della Resistenza - culminata nella condanna a morte scampata - all’impegno nella ricostruzione democratica e nella riforma agraria, Dall’Oglio unisce fede e azione, Vangelo e politica, spiritualità e realismo. I testi riflettono una tensione morale alta, radicata nella dottrina sociale della Chiesa e orientata al bene comune. Il volume è anche un ritratto di una generazione che ha lottato per una democrazia fondata sulla giustizia sociale e sulla dignità della persona. Un documento storico e spirituale di grande attualità.
Ognuno di noi ha una sua vetta preferita sulle Alpi: possono essere le guglie affilate delle Dolomiti o le bianche cime dei massicci occidentali, il Sassolungo o il Cervino, le Tofane o il Monviso. Enrico Camanni ci accompagna in un viaggio straordinario attraverso l’arco alpino con la passione di chi ha dedicato una vita a esplorare, studiare e amare le nostre montagne. Ogni capitolo, ogni cima, è l’occasione per un’immersione nella storia, nella geologia, nelle leggende e nelle tradizioni e, intrecciando sapientemente racconto naturalistico e memoria storica, scoperte scientifiche e avventure umane, restituisce al lettore non solo la grandezza paesaggistica ma anche il ruolo cruciale nella cultura europea. Se fino all’Ottocento la storia delle Alpi è stata prevalentemente storia di valli e valligiani, tutto cambia con l’arrivo dei viaggiatori e degli alpinisti di città, spinti dalla sete di conoscenza e dal desiderio di conquista. Dalla civiltà della valle si passa alla moda della vetta. Alla stoica convivenza con i rigori della montagna subentrano la conquista delle cime e lo sfruttamento dei paesaggi e delle risorse idriche. Le Alpi cambiano significati e destini, e il passaggio avviene in un tempo troppo breve per essere compreso dai protagonisti: pochi decenni, il soffio di una generazione. Un libro che si rivolge tanto agli appassionati di montagna quanto a chi desidera scoprire il fascino di un territorio unico al mondo. Ogni vetta e ogni valle diventano una finestra sulla complessità e la bellezza dell’universo alpino, invitandoci a guardare con occhi nuovi questi custodi silenziosi della nostra storia.
Il 4 novembre 1925, in una stanza d’albergo in piazza Colonna, a Roma, la polizia fascista arresta Tito Zaniboni prima che spari al Duce. Di lì a poco, infatti, Mussolini si sarebbe affacciato dal balcone di fronte, da Palazzo Chigi. Ma il tentativo vano di Zaniboni, deputato socialista, ex valoroso ufficiale degli alpini, non resta isolato. Ne seguono altri tre. Il 7 aprile 1926 una aristocratica irlandese, Violet Gibson, spara a Mussolini, che si salva per caso: la donna, dichiarata pazza, finirà la sua vita in manicomio; l’11 settembre l’anarchico Gino Lucetti lancia sull’auto del capo del governo una bomba a mano che rimbalza sul cofano ed esplode lontano; il 31 ottobre, a Bologna, la folla lincia il quindicenne Anteo Zamboni accusato di voler uccidere il Duce: è disarmato. Tra il 1931 e il 1932, poi, sono progettati e non realizzati altri cinque attentati. Successivamente, tra il ’37 e il ’39, è invece l’Ovra a montarne altri, uno attribuito addirittura a Galeazzo Ciano, allo scopo di rafforzare l’immagine del Duce o di regolare i conti all’interno della nomenklatura fascista. Per i colpevoli, veri o no, c’è il carcere e il confino, per alcuni di loro la condanna a morte. Bruno Manfellotto racconta la vita di ogni attentatore, i motivi che li spingono, le deboli alleanze che li sostengono, la solitudine in cui sono lasciati, le trame in cui cadono. E ricostruisce gli eventi che in pochi anni cancellano la democrazia e aprono la strada alla dittatura e alla tragedia finale.
Può una legge essere bella? Sì, se scaturisce da un sentimento di insoddisfazione nei confronti della realtà e dal desiderio di modificarla, da un’attenzione nei confronti delle condizioni di vita delle persone, da un’immersione nel contesto sociale e dall’ascolto. Ne è un esempio la legge che ha la sua genesi all’interno di una concezione riparativa della giustizia, che favorisca il contatto tra vittima e autore del reato al fine di elaborare i conflitti e il trauma che ne deriva. Oppure, quella che consente a chi si è indebitato senza colpa di accedere a percorsi di liberazione dai debiti o la legge che riconosce il diritto di accompagnamento ai soggetti vulnerabili. Certo, una legge non potrà mai essere bella come un’alba, ma è altrettanto certo che occorrono anche leggi belle per godere di un’alba, o per poter tornare a farlo.
Meretrix Augusta, ovvero prostituta imperiale. Con questo non invidiabile epiteto, il poeta satirico Giovenale tramandò nei secoli l’immagine di Messalina, moglie dell’imperatore Claudio e figura di grande rilievo nella Roma del I secolo. Ma era davvero una adultera e una donna inadatta a ricoprire un ruolo regale o è stata artefice del suo destino, rendendosi protagonista di una vera e propria congiura politica volta a spodestare il marito? Francesca Cenerini fornisce una chiave di lettura capace di spiegare cosa c’è dietro la storia di Messalina arrivata fino a noi.