In Europa è a lungo prevalso il termine "olocausto" per descrivere l'annientamento delle comunità ebraiche per opera dei nazisti tra il 1939 e il 1945. Poi, nel 1985 il regista francese Claude Lanzmann concluse la lavorazione, protrattasi per dodici anni, della sua opera principale, intitolandola con uno dei termini ebraici per designare il genocidio: Shoah. A partire da quel momento, il vocabolo entrò nel lessico comune. Il film è un lavoro straordinario per durata e complessità. Attraverso la testimonianza di decine di individui, scelti tra quelli più vicini ai siti dello sterminio, Lanzmann offre una polifonia radicata nei luoghi del genocidio, ormai vuoti e muti. Il volume esamina la struttura dell'opera, collocandola tra le rappresentazioni documentarie della Shoah, e ne indaga il ruolo tanto nella storia del cinema quanto nella produzione del regista.
Come è cambiata la cultura statunitense dagli anni Settanta all'odierna "era Trump"? Il volume ricostruisce mezzo secolo di trasformazioni che hanno ridefinito l'immaginario americano, tra crisi identitarie e rivoluzioni tecnologiche, profonde fratture sociali e nuove forme di espressione. In questo arco temporale emerge una serie di nodi complessi per gli Stati Uniti: le disfunzioni del sistema politico, le diseguaglianze socioeconomiche, le tensioni interrazziali, l'appannamento dell'egemonia internazionale. Nel libro si prendono quindi in esame le culture politiche, la rivoluzione digitale, la religione, la letteratura, la musica, le tendenze cinematografiche, le discussioni sulla memoria della schiavitù, la storia dei consumi, gli elementi di forza e debolezza del soft power americano. Si propone, in tal modo, un viaggio nella cultura tardo-novecentesca e contemporanea di un paese contraddittorio e vitale, che ha perso fiducia nel futuro ma al contempo è capace di inventarsi nuove utopie.
Quattro capitoli di «filosofia della religione», quattro trainanti profili di mistici, spirituali e alchimisti tratteggiati con impareggiabile perizia dal più grande storico e filosofo della scienza del Novecento. Tradotto per la prima volta in italiano, e accompagnato da un ampio saggio introduttivo, il penetrante volume di Koyré rappresenta un apporto essenziale per la determinazione storiografica e teoretica del «pensiero religioso liberale», che viene qui fissato nel suo momento originario, come risposta alla crisi religiosa del XVI secolo, durante l’esodo dalle grandi Chiese europee favorito dal rinnovamento della coscienza morale generato dalla Riforma e dall’Umanesimo erasmiano. Caspar Schwenckfeld, Sebastian Franck, Paracelso e Valentin Weigel - questi i protagonisti dei "medaglioni" koyreani - hanno rivestito, in questo senso, un ruolo fondamentale nel difficile attingimento del principio di libertà, opposto con coraggio al principio confessionale. Il ruolo giocato dalla tradizione mistica, nell’audace e pionieristico collegamento, sottolineato da Koyré, che la stringe all’incipiente rivoluzione scientifica e alla più avanzata riflessione filosofica, suggerisce una lettura nuova, e per certi versi inedita, della costruzione dell’interminabile modernità nella quale ancora siamo, offrendo al lettore un contributo alla storia della cultura che è anche contributo a una più profonda intelligenza del suo presente.
Gli anni Settanta italiani sono un persistente oggetto di studio, di memorie contrapposte, di nuove interpretazioni e di immutabili demonizzazioni. Il presente lavoro ne analizza alcune tematiche selezionate - dallo stragismo di Stato all’autonomia operaia, dal femminismo alla lotta armata, dai rapporti internazionali alla "questione elettorale" - restituendo la complessità di una storia ancora incandescente, problematica e divisiva. Continuare a studiare il lungo Sessantotto italiano è ancora necessario: per cogliere la forma sempre mutevole delle lotte di classe in Occidente e per definire storicamente la crisi della sinistra italiana, che proprio negli anni Settanta assume un connotato perdurante nei decenni successivi.
Il volume offre per la prima volta una panoramica sull’architettura e sulla pianificazione urbana nelle colonie italiane, tra Ottocento e Novecento, in Nord Africa, nell’Africa orientale e nelle isole del Mediterraneo. Esaminando la storia del colonialismo italiano e le aspettative che lo plasmarono, questo libro analizza le posizioni teoriche degli architetti attivi in Italia e nei territori coloniali e indaga come, di conseguenza, gli amministratori e i pianificatori operarono a Tripoli, Addis Abeba e negli insediamenti per i coloni in Libia e in Etiopia. Ripercorrendo i vari tentativi volti a definire un’architettura coloniale che distinguesse l’Italia dalla Gran Bretagna e dalla Francia, l’autrice fornisce una riflessione comparativa e originale sul colonialismo italiano e le sue manifestazioni architettoniche, che spesso nascondevano, dietro una maschera di modernità, amministrazioni disordinate e piani in conflitto tra loro.
Nato dall’esperienza di "Consigli di classe", collettivo culturale composto da docenti della scuola e dell’università di cui fanno parte le autrici e gli autori dei saggi qui riuniti, questo volume è una raccolta di voci diverse ma convergenti: insegnanti, ricercatori, studiosi che vivono ogni giorno il mondo della scuola e che trovano profondamente inadeguato il modo in cui le questioni educative vengono oggi trattate nel dibattito generale e nelle scelte di governance politica. Le recenti trasformazioni dell’istruzione pubblica, dall’aziendalizzazione al modello delle "competenze" mirate all’orientamento lavorativo, dalle riforme autoritarie al ricatto dell’"innovazione" come risposta a ogni male, hanno ridotto l’intero sistema della formazione ad agenzia di soddisfazione dei bisogni di studenti, famiglie e imprese, convertendolo in un prodotto a misura del paradigma neoliberale e delle sue esigenze. Dunque, è solo assumendo la scuola pubblica come luogo di resistenza alla potenza pervasiva del mercato che essa può riguadagnare la centralità che le spetta: perché è nel lavoro docente, nella trasmissione del sapere e in una relazione educativa svincolata sia da ogni autoritarismo, sia dalla logica dell'efficienza e dalle astrazioni pedagogizzanti, che emerge il ruolo dell’istruzione come spazio di conoscenza, conflitto, trasformazione del presente ed emancipazione.
Nel reparto di Alta Sicurezza di Rebibbia, Anna, ex trafficante internazionale di cocaina, cerca di ricucire il rapporto con la figlia Veronica raccontando finalmente la propria verità. Convinta che la ragazza abbia conosciuto solo un giudizio esterno e distorto della sua vita, coinvolge due detenute in un progetto di condivisione delle loro storie. Monica e Virginia, attraverso il racconto di abusi, violenze e scelte estreme, trovano nella parola uno spazio di confronto e consapevolezza. Tra scontri e legami inattesi, le tre donne scoprono che narrare la propria vita può essere l’unico modo per capire cosa si eredita e cosa si lascia di sé.
I "verbi greci Bignami" raccolgono in modo sistematico paradigmi e forme principali dei verbi più utilizzati. Un repertorio pratico, chiaro e immediato, indispensabile per affrontare traduzioni ed esercizi di greco antico. Un testo compatto che, nello stile Bignami, garantisce rapidità di consultazione e affidabilità nello studio.
Sardegna, Penisola del Sinis, una giovane donna scompare nel nulla. Sei mesi di silenzio e indagini a vuoto. Poi, un unico agghiacciante segnale: il cellulare di Angela Floris si riaccende. Sul luogo del rilevamento gli ispettori Daniel Corvo e Viola Zardi trovano un macabro reperto che vale da firma. Si tratta di una mano femminile, troncata e in stato di perfetta conservazione. È l’inizio di un duello perverso con un assassino che agisce da artista della morte. Non si limita a uccidere ma osserva, studia, contempla, collezionando gli arti delle vittime come fossero opere. Per Corvo e Zardi, partner nel lavoro ma opposti per indole e modo di vedere le cose, comincia una caccia allucinata. Lui, mentalità da monaco guerriero, ancorato alla famiglia e alla fede per tenere a bada antichi traumi; lei, spirito in tempesta con il fascino dell’azzardo nel gioco e nella vita, capace di domare il caos soltanto quando lo incanala nei casi da risolvere. Mentre i demoni personali riaffiorano e un’altra ragazza scompare, i due poliziotti capiscono che il killer non li sta solo sfidando, li ha scelti. Attirandoli tra stagni di sale e campagne desolate, trasforma ogni scoperta nella tappa di un incubo meticolosamente orchestrato. Più Corvo e Zardi si avvicinano alla verità, più diventa chiaro che le vittime erano solo un prologo. Il vero capolavoro, l’opera suprema che l’Artista vuole realizzare, forse sono proprio loro. Sullo sfondo di una Sardegna sospesa tra west selvaggio e lande crepuscolari, Pulixi firma una storia ipnotica e avvolgente, che scandisce una deriva nei chiaroscuri dell’anima umana.
L'appartenenza generazionale contribuisce a determinare chi siamo: influenza scelte, stili di comunicazione e la nostra idea del mondo e del futuro. Oggi, per la prima volta nella storia, convivono otto generazioni; nei contesti più longevi fino a cinque possono lavorare insieme, ciascuna con visioni e valori diversi. Una coesistenza complessa, ma anche un patrimonio umano poco compreso e valorizzato. Ma cosa significa appartenere a una generazione? Come si traduce in comportamenti, lavoro, relazioni, desideri? E come trasformare questa convivenza in una risorsa per individui, comunità e organizzazioni? L'autrice presenta una mappa che unisce demografia e scenari futuri per esplorare come le generazioni rappresentino i loro tempi e anticipino i cambiamenti in arrivo. Attraverso una lettura comparata delle otto coorti attuali e l'analisi delle loro epoche, rivela come nasce una mentalità generazionale, come si manifesta in famiglia, al lavoro e in società, e come contribuisce a plasmare il domani. Non solo analisi, ma strumenti concreti per superare i cliché e costruire società più eque, organizzazioni più intelligenti e relazioni più solide, favorendo futuri prosperi per tutti.
La cosiddetta «generazione-Z» si trova oggi al centro di un intenso dibattito teso a comprenderne gli atteggiamenti, i comportamenti, le opinioni. Chi sono davvero i giovani di questa generazione? Quali speranze li animano e quali inquietudini li attraversano? Il libro si propone di rispondere a questi interrogativi concentrandosi su un segmento molto caratterizzato: gli studenti universitari. Basato sui risultati di un'ampia e rigorosa ricerca empirica condotta in tre grandi atenei del Nord Italia, il volume ricostruisce le rappresentazioni delle minoranze - etniche, religiose, sessuali, immigrate - elaborate dagli studenti. Ne emerge un quadro spesso inatteso che contribuisce a illuminare parte del modo in cui i giovani adulti italiani guardano al presente e al futuro della società.
Samuel David Luzzatto (1800-1865), anche noto con l’acronimo Shadal, è assai studiato per le sue traduzioni e i suoi commenti biblici e come docente presso il Collegio rabbinico di Padova. In onore della lingua santa indaga un aspetto finora inesplorato della sua figura: gli anni di formazione giovanile, gli studi e le opere composte prima del trasferimento a Padova. Muovendo dalla vasta mole di materiale inedito custodito negli archivi, si focalizza sulla centralità della lingua e della letteratura per la costruzione dell’identità ebraica. Luzzatto viene così collocato all’interno del complesso mondo ebraico del XIX secolo, in dialogo con la Wissenschaft des Judentums e la cultura europea dell’epoca. Fin dagli anni giovanili emerge quindi la sua posizione circa i problemi più dibattuti dell’ebraismo coevo: le questioni relative al culto, l’ebraico come lingua di utilizzo letterario ed epistolare, il rapporto con il governo asburgico. Con appendice antologica inedita in ebraico con testo a fronte.