Esistenza, identità, persistenza, modalità, proprietà, casualità: articolati in sei sezioni tematiche, questo volume raccoglie i testi più significativi e influenti che la filosofia di orientamento analitico ha dedicato ai temi centrali della metafisica, da indiscutibili classici del pensiero novecentesco, come Moore, Russell, Carnap, Anscombe e Quine, ad autori più noti per i loro apporti nei campi della logica e della filosofia del linguaggio, come Davidson, Dummett, Putnam, Kripke e Lewis, fino alle voci più recenti e tuttora in prima linea nel dibattito filosofico internazionale. Testi di Anscombe, Armstrong, Black, Carnap, Chisholm, Davidson, Ducasse, Dummett, Evans, Geach, Kripke, Lewis, Lowe, Mellor, Moore, Putnam, Quine, Russell, Ryle, Sellars, Sider, Stalnaker, Strawson, Wiggins, Williams.
«Quando la vedi da fuori, Casa Leopardi, è come non te la aspetteresti: un palazzo di 5.000 metri quadrati su quattro piani, facciata in stile neoclassico, pianta trapezoidale. In questa casa, dal 1200 abita la stessa famiglia e qui il 29 giugno 1798 nacque Giacomo Leopardi conte di San Leopardo, poeta, prosatore, pensatore e altro ancora. Ed è qui che mi troverai perché Casa Leopardi è un luogo che frequento da molti anni in qualità di guida, di operatore turistico, talvolta di Caronte (dipende dal pubblico e dai suoi umori). Della casa conosco la vita silenziosa che dimora negli angoli, il cigolio del mobilio quando il palazzo riposa di notte, il respiro dei solai e il sussurro di cardini di porte e finestre al mattino. Ti accompagnerò attraverso queste ‘sudate stanze’ sfruttando il chiarore della luna, ti parlerò di storie cui ho assistito, alle quali ho partecipato o anche solo delle leggende che ho orecchiato. Li ho salvati tutti questi ricordi e ve li racconterò tutti, prima che la casa di Giacomo si popoli di sconosciuti che ne faranno un set fotografico.»
L’Iliade è un’opera complessa e misteriosa, che raffigura una civiltà remota fondata su valori lontanissimi dai nostri. Quando si affronta a scuola, faticando su traduzioni a tratti incomprensibili, la sensazione di stringere tra le mani un relitto del passato, la traccia inerte di un’epoca grandiosa e perduta, è quasi inevitabile. Invece l’Iliade è un’opera d’arte strepitosa, da cui sprigiona una forza umana eccezionale. Un racconto che, a quasi tre millenni di distanza, è ancora capace di emozionare e di rispondere, oltre i cascami del tempo, alle domande di noi lettori contemporanei. Primo poema di guerra, origine dell’estetica e dell’etica della violenza, l’Iliade è anche una meditazione delicata e toccante sulla fragilità umana. I suoi guerrieri - assassini feroci, eroi potentissimi - sono anche esseri umani in costante balìa di forze superiori, che non sanno capire né controllare. Proprio da qui, dalla contemplazione di una comune sofferenza, nasce l’impulso alla condivisione, in grado di abbattere perfino le barriere tra nemici mortali. Contrariamente a quanto si pensa, l’Iliade non è allora solo il poema della forza, ma anche il poema della debolezza. In cinque capitoli, intervallati da numerosi estratti in una nuova, appassionante traduzione, Francesco Morosi ricostruisce le tante debolezze che l’Iliade mette in scena: quella di Elena, perennemente sospesa tra la forza di un eros invincibile e il rimorso per le proprie scelte; quella di Ettore, difensore senza macchia che condanna Troia alla rovina; e quella di Achille, l’eroe nichilista, il migliore dei Greci che non riesce a strappare alla morte l’amico Patroclo e assiste, dilaniato dal dolore, al crollo del suo stesso mondo.
Un’inedita lettura della storia della giustizia e della magistratura che fa sua l’idea che è solo a partire dal secondo dopoguerra che l’amministrazione della giustizia (penale in specie) assume un ruolo significativo nelle dinamiche sociali, politiche e giuridiche del Paese. Il punto di avvio è lo ‘storico’ congresso della ANM di Gardone del 1965. È da quel momento che ci si pone il problema del ruolo politico che giudici e PM andranno a svolgere in una società che vive la grande stagione delle riforme degli anni ’70 (diritto di famiglia e divorzio, Statuto dei lavoratori, legge Basaglia, SSN). Sono riforme con un’evidente ricaduta giudiziaria. Come lo sono le indagini controverse sui responsabili della strage di piazza Fontana, i processi che hanno riguardato il terrorismo, con le prime forti frizioni tra pubblici ministeri e una parte del mondo della politica, fino allo scontro aperto con l’invio dei Carabinieri, per ordine del presidente Cossiga, al CSM nel 1991. La fase della lotta alla mafia, poi, identifica un ‘nuovo’ modo di svolgere il ruolo inquirente, in concomitanza con l’introduzione in Italia del processo accusatorio. Un’attenzione speciale è data alle posizioni sul ruolo del PM di Giovanni Falcone, così come alla fase di ‘mani pulite’ e l’emersione del populismo giudiziario. Vengono, inoltre, ripresi nelle loro linee principali i fatti più recenti del 2019, il ‘caso Palamara’, poiché hanno trascinato la giurisdizione in una crisi di credibilità grave, e si arriva fino al tema caldissimo della riforma dell’ordinamento giudiziario.
«Questo presente, privo di ogni faticosa formazione, stufa perché è un accumulo di attimi e fatti isolati e sfuggenti, come brandelli di un tessuto non più ricomponibile. Una volta, dietro a ogni uomo o cosa c’era un background: artigianale, contadino, militare, aristocratico, sacerdotale, commerciale, professionale, industrial-borghese e intellettuale. Ogni persona e circostanza risuonavano di echi in una polifonia di livelli sociali, epoche e luoghi, entro un tessuto umano carnale e sapienziale significativo. Tutto riecheggiava del tutto, essendone a un tempo la parte e l’intero. Ogni uomo aveva dignità - nei modi, nel vestire, nel sentire e nel pensare -, tra gli estremi del mendicante e del nuovo ricco. Oggi massa e classe dirigente prediligono una realtà allo spezzatino. Io me ne sto il più possibile nell’ozio ‘operoso’, come si sarebbe detto una volta. Appena ne esco vengo invaso da torrenti di turisti che nulla vedono e intendono, salvo lo specchiarsi unicamente nel cellulare. È come se gli individui, uniformati da un’uguaglianza più consumistica che democratica, si fossero incollati gli uni agli altri nel costume e nel comportamento. Le città non hanno quasi più abitanti: se chiedi a qualcuno d’indicarti una strada non la conosce, pur lavorando da tempo in quel luogo, perché i palazzi del centro sono ormai ridotti ad assemblaggi di Bed and Breakfast e Case Vacanza. Terra e cielo sono ormai un colossale meccanismo comandato da pochissimi padroni che ammaliano infima plebe e ricchissimi i quali, faticosamente oppure facilmente, acquistano cose e distrazioni solo per disfarsene al più presto volendone altre ancora».
Alle 16,30 del 10 giugno 1924, a Roma, sul lungotevere Arnaldo da Brescia, un uomo viene caricato a forza su un’automobile. L’uomo è Giacomo Matteotti, indomito avversario del fascismo e di Benito Mussolini. Non sarà mai più visto vivo. Un delitto che è stato senza dubbio il più grande ‘caso’ della storia italiana, raccontato come se nessuno l’avesse fatto prima: la scena del crimine; la meccanica; gli esecutori e i loro mandanti; i possibili moventi. Infine, come in ogni delitto, c’è un ‘dopo’, le molteplici ‘vie di fuga’ dall’affaire: dai processi del 1926 e del 1947 al destino di ciascun protagonista nel corso del ventennio. Ma soprattutto c’è la vittima: chi era, chi è stato Giacomo Matteotti? E perché proprio lui?
Nel travagliato contesto ecclesiale e culturale occidentale, la post-secolarizzazione ha riportato al centro figure che si concepiscono come "cercatori di senso" (seekers). Questa felice intuizione del filosofo Charles Taylor ispira il presente saggio, pensato in particolare per le giovani generazioni, spesso non più alfabetizzate al linguaggio della fede. Il libro offre un percorso agile per comprendere perché Gesù di Nazareth sia la verità dell’uomo e perché la Chiesa sia la comunità nella quale si sperimentano legami di amicizia, generati dalla fede nelle Scritture e dalla partecipazione alla vita divina nei sacramenti. Il cercatore di senso post-secolare non ha paura dell’incertezza del tempo presente: nella Chiesa e nella sua prassi liturgica scopre che l’umano è sempre degno di cura, perché predestinato da Dio ad amare il suo compimento ultimo: la risurrezione.
Il 6 maggio 1527, la Roma rinascimentale, simbolo di potere e splendore, crolla sotto la furia devastante dei Lanzichenecchi. La città eterna viene saccheggiata e distrutta, segnando l'inizio della sua emarginazione politica e militare. Un evento che sconvolse l'Europa e la cui eco risuona ancora oggi, a cinquecento anni di distanza. Antonio Forcellino, il più illustre restauratore italiano e uno dei massimi esperti di arte rinascimentale, ci conduce in un viaggio straordinario tra le pieghe di questa tragedia collettiva. Partendo dal restauro di due affreschi danneggiati durante il sacco e da nuovi documenti d'archivio, Forcellino ricostruisce con rigore e passione uno dei più grandi "cold case" della storia europea. Tra intrighi, doppi giochi e cacce al bottino, emergono figure memorabili come Carlo V, Clemente VII, Francesco I, Alfonso d'Este e Isabella d'Este, protagonisti di un intreccio di odi personali e ambizioni sfrenate. Sullo sfondo, un esercito senza guida, nutrito di odio religioso e bramoso di ricchezze, travolge Roma in un crescendo di caos e violenza. Con uno stile avvincente e una narrazione che nulla ha da invidiare alle migliori serie televisive, Forcellino trasforma la storia in una saga epica, capace di illuminare non solo le responsabilità dell'élite europea dell'epoca, ma anche le conseguenze di uno degli episodi più drammatici della nostra storia.
Il presente volume nasce dalla passione per l’uomo e quindi dall’accettazione delle sfide che la «controversia sull’humanum» pone all’inizio del terzo millennio. Proprio nei frangenti storici in cui la dignità, l’integrità, la verità e l’eccellenza dell’uomo vengono posti in questione o, addirittura, a rischio, più forte risplende la sua«santità» (Lévinas), cioè, l’impossibilità di estinguerlo e vanificarlo.
Il pensiero cristiano ha sintetizzato questa dignità incontrovertibile nella nozione di “persona”. I diversi saggi qui pubblicati si preoccupano di reperire le radici dell’essere persona dell’uomo e quindi il realismo dell’essere persona: come nell’essere persona si presenti il punto di massima densità del reale. Una delle tesi di fondo di tutti i lavori è che non sarà possibile affermare la centralità dell’uomo (antropocentrismo) al di fuori di una salda personologia.
Saggi di Karol Wojtyla, Massimo Serretti, Jacques Servais, Christof Betschart, Daniele Serretti, Ricardo Gibu Shimabukuro, Massimiliano Pollini, Aldo Giacchetti Pastor, Gustavo Sánchez Rojas, Jorge Olaechea Catter, Paul Ludwig Landsberg.
Questo libro si inserisce all'interno di una collana più ampia che vuole guidare il lettore in un cammino finalizzato a rendere accessibile a tutti i preziosi insegnamenti di Gesù sul vivere nella Divina Volontà.
Ogni argomento viene presentato attraverso una sequenza di meditazioni che si susseguono secondo un iter cronologico che comincia dal primo volume, fino all'ultimo, rendendo chiaro e comprensibile un insegnamento profondo e spesso complesso. Dice Gesù a Luisa: «La Mia Parola è come pioggia che feconda la terra, e il segno per riconoscere se ciò che è scritto in queste pagine è frutto della Mia Parola, è se germina Virtù». (Volume VI, 12 dicembre 1905)
Lasciamoci quindi guidare da Gesù, facendo della preghiera, della parola di Dio, e dei sacramenti, il cuore vivo della nostra vita cristiana.
Prima il personaggio, poi l'uomo. O forse è sempre stato il contrario? Alla vigilia dei novant'anni, Lino Banfi apre per la prima volta lo scrigno dei suoi ricordi più intimi e profondi. Molto prima della fama, e ancor prima di trasformare il dialetto pugliese in un amato tesoro nazionale, c'era semplicemente Pasquale Zagaria nato ad Andria. In questo memoir, l'attore condivide il terrore delle bombe durante la guerra, la breve parentesi in seminario e il freddo delle notti passate per strada da ragazzo, inseguendo un sogno impossibile: diventare famoso. Dai modesti esordi nell'avanspettacolo accanto a Domenico Modugno alle prime comparsate nei film con Franco e Ciccio, il "fenomeno Banfi" ha conquistato, passo dopo passo, il cuore del Paese: decine di film da protagonista, show televisivi con milioni di telespettatori, fiction di successo lo hanno reso un volto familiare della televisione e un protagonista del grande schermo, regalandogli infine l'affettuoso titolo di "nonno d'Italia". Il suo calore unico e l'umorismo gli hanno permesso di stringere un'amicizia speciale e duratura persino con papa Francesco. Eppure, dietro la leggendaria comicità si nasconde una storia di profonda resilienza. Attraverso i momenti più bui della vita - i pensieri suicidi in giovane età, la crisi di fede, la malattia e la straziante perdita dell'amata moglie Lucia - ha sempre trovato il modo di lasciare che l'ironia lo guidasse attraverso il dolore. In questo memoir commovente e sincero, Lino Banfi esce per la prima volta dal personaggio e apre le porte del suo cuore per condividere una risata, una lacrima, una riflessione sul vero significato di una vita vissuta pienamente.