Educare i figli a essere autonomi e conquistare la serenità.
1. Insegnate ai vostri figli a godersi la vita
2. Siate creativi
3. Basta piagnistei
4. Abbasso la scuola
5. Fate socializzare i vostri figli
6. Non chiedete né a loro né a voi la perfezione
7. Date loro più tempo che denaro
8. Giocate nei campi e nei boschi
9. Siate cattivi genitori e sarete bravi genitori
10. Oziate!
“Divertente, pratico, acuto e originale, Oziando si impara porta il divertimento nell’educazione dei figli.”
— Oliver James, autore di Ti hanno f*****o
Loro si aggirano per casa iperattivi, lamentosi, difficili da intrattenere tranne quando sono ipnotizzati dal megaschermo. Noi li copriamo di regali costosi e li sballottiamo tra uno sport e un corso di musica, un seminario di lingue e un laboratorio di cucina. Loro sono bambini fragili, viziati e soli. Noi siamo adulti snervati e infelici. Come uscirne? Nel modo più impensato: imparando a oziare. In un dialogo continuo con i classici del pensiero e della letteratura (da Locke a Rousseau, da Dickens a D.H. Lawrence, dal Tao te ching a Blake), Hodgkinson applica alla vita familiare la propria teoria cardinale: fare di meno significa fare di più. Esiste una terapia tanto semplice quanto sovversiva contro le nevrosi dell’educazione contemporanea: l’ozio dei genitori. Mamma e papà meno ossessivamente presenti creano bambini più autonomi, più responsabili e concentrati, quindi fonte di minor stress per i genitori, che a loro volta diventano più tolleranti e sereni. Un circolo virtuoso per ripristinare l’equilibrio in famiglie che ne hanno un disperato bisogno.
Questa guida è la risposta ideale a chi crede che l’educazione sia una corsa a ostacoli – e soffre per questo. Ogni bambino ha un istinto naturale alla creatività e all’indipendenza che la vigile assenza dei genitori può stimolare più di qualunque corso. Per svilupparlo, Hodgkinson propone piccole tappe accessibili a tutti: rilassarsi sul divano in salotto, prendersi il tempo di una passeggiata, cancellare ogni tanto un appuntamento, cenare con i bambini e i propri amici senza ansia da prestazione… Una rivoluzione tranquilla nei nostri stili di vita, che è più facile di quanto pensiamo. Basta concedersi lo spazio per essere felici. Perché la felicità è a portata di ozio.
Dopo aver introdotto il concetto di "golpe al rallentatore" Luttazzi aggiorna il quadro con l'esame satirico della tappa successiva: la "guerra civile fredda". Essa è il risultato del progetto reazionario, creatore di disuguaglianze e gerarchie, in atto da un ventennio nel Paese. Se risulta paradossale l'appoggio che col loro voto i cittadini italiani stanno dando alle politiche classiste che da anni li danneggiano, una spiegazione tuttavia c'è. Che Berlusconi e la Lega continuino a vincere le elezioni; An si fonda col PDL; Di Pietro cresca nei sondaggi; il PD resti inconcludente; Prodi abbia battuto Berlusconi per due volte; la Chiesa attragga fedeli da duemila anni; e Grillo riempia i palazzetti e le piazze coi suoi meet up lo si deve innanzitutto al potere di una forte tecnica di persuasione: la narrazione emotiva. Le strategie del marketing politico Usa insegnano che l'elettorato non vota in modo razionale, ma in base a suggestioni emotive. Il programma elettorale diventa secondario, se non sai come raccontarlo. Nella nuova realtà politica, la popolarità sostituisce la legittimazione; la vittoria la credibilità; e i sondaggi l'ideologia. La satira di Luttazzi esplora i cinque elementi della narrazione emotiva con una serie di casi tratti dalla cronaca più recente, mostrando come l'analisi narratologica riesca non solo a spiegare certi fatti, ma anche a prevederli. In appendice, la raccolta di vignette "Cow Crucis" del disegnatore Massimo Giacon.
Il 70 per cento degli italiani non si fida dei politici.
Il restante 30 per cento sono politici.
Breve storia feroce (ma nonostante tutto ottimista) della disunità d’Italia.
Siamo un Paese a forte rischio sismico e vogliamo fare il Ponte sullo Stretto: così se non casca il ponte cascano le regioni alle quali è attaccato. Poi magari scopriamo che la Sicilia è abusiva... Tra l’altro, la Sicilia l’avrà l’agibilità? Grazie ai meravigliosi progressi delle ferrovie italiane, sulla tratta Milano-Roma il treno vince sull’aereo, peccato che sulla tratta Milano-Voghera il treno perda dalla bicicletta. Ci facciamo del male con la mozzarella e vogliamo costruire le centrali nucleari. Abbiamo più comunità montane che monti. E per risolvere i problemi della sicurezza mandiamo l’esercito nelle città: abbiamo deciso di invaderci… “Spezzeremo le reni a Torino!” C’è un’unica soluzione: evacuare l’Italia. Trasferiamoci in una tendopoli in Svizzera, poi ogni tanto passa Berlusconi in elicottero e dall’alto ci lancia dell’emmenthal.
“Buonasera onorevole”: questa frase che è ormai una parola d’ordine segnala la sospensione dell’immunità parlamentare dalla satira. Altro che libro Cuore, le parole di Crozza arrivano direttamente ai polmoni, una boccata d’aria fresca in un Paese in cui il potente è coccolato come una specie protetta, ma fa più danni dell’orso grizzly dell’Appennino. In questo libro Crozza non si limita però a scherzare sulle debolezze di chi ci governa: di notizia in notizia, di crisi in crisi, traccia la storia degli ultimi anni, fotografando l’Italia dal taglio basso delle sue assurdità, dei suoi scandali e delle sue macchiette. Un piccolo aiuto per chi già oggi non ci si raccapezza, e un salvagente lanciato alle prossime generazioni, quando guardandosi intorno si chiederanno: “Ma che cazzo è successo?”.
Una risata vi seppellirà. Il vecchio slogan anarchico potrebbe essere un perfetto epitaffio per l'URSS e, più in generale, per il comunismo inteso come sistema di governo. È la tesi di questa rilettura della storia del comunismo raccontata attraverso le barzellette comuniste. Ben Lewis ha dedicato anni a raccogliere storielle divertenti e irriverenti (e vignette, caricature, satira) in ogni angolo dell'Europa orientale, da Mosca alle capitali dei suoi ex paesi satelliti, convincendosi alla fine che il cosiddetto "anekdot" non solo sia servito a alleviare le pene di chi viveva sotto il regime ma descrivendo quei sistema come qualcosa di patetico e incapace di funzionare abbia contribuito al suo collasso.
Avrebbe anche potuto intitolare questo libro "Io l'avevo detto": perché è assolutamente vero che la satira è, in qualche misura, profetica. E come i sismografi, registra vibrazioni che preannunciano un movimento, uno sviluppo, un pericolo. Sfogliando questo libro, l'attenzione deve appuntarsi sulla data, sull'anno in cui ogni vignetta è stata fatta. Una per tutte: nel 1993, in piena frenesia di Mani Pulite, c'è un Robespierre che dice semplicemente: "Gli italiani non hanno capito la differenza tra una Rivoluzione e una retata". Che fosse proprio così, oggi lo possiamo vedere più chiaramente. Attenzione però: "lo l'avevo detto" è la riflessione su un metodo, non un grido narcisista. E Caro Mao perché sei morto è, infatti, un libro attuale, non rivanga il passato. Il suo compito è simile a quello della vignetta (2008) in cui il moribondo esala le sue ultime parole al prete che gli sta accanto: "Lascio a mio figlio il cerino acceso".
Nel paese dei tarocchi, dove le sedie sono poche e i culi abbondano, dove l'etica è un optional, le banche sono popolate di guardie che fanno l'occhiolino ai ladri, dove il tubo catodico si è sostituito alle cellule cerebrali, Flavio Oreglio continua a tentare di svegliare le coscienze addormentate con il sorriso. Oreglio non scherza per nulla, quando scherza. Ci fa pensare nella tradizione del Teatro canzone di cui è uno dei massimi esponenti. La politica, l'economia, la religione: Oreglio dissipa le nubi dell'ignoranza con il paradosso. Il libro rappresenta il terzo capitolo della serie "Siamo una massa di ignoranti. Parliamone". Nel precedente era stati individuati tre livelli di ignoranza (scolastica, sociopolitica, filosofica) ed era stato dato spazio al primo e al terzo, rimandando a questo volume l'approfondita trattazione del secondo livello (ignoranza socio-politica).
Un libro che scoppietta di allegria! Una miniera di battute, battutine, battutelle. Leggile tutte e scatenerai il finimondo! Correrai nella vita con la gioia incollata dalla testa alle punta delle dita!
Per una donna c'è una sola cosa peggiore della crisi dei trent'anni: quella dei trentacinque. Geppi, attrice comica, donna con una vita sentimentale apparentemente appagante, lo sa bene. è in notevole ritardo sui suoi progetti di vita e dopo due anni di relazione a distanza si trova ancora alle prese con Michele, conosciuto in Meglio donna che male accompagnata. Intelligente, ironico e abbastanza in carriera, senza ex fidanzate psicolabili nell'armadio, quest'uomo sembra avere tutti i requisiti per renderla madre e moglie.
Nota stonata di questo romantico fidanzamento il fatto che Michele non ha mai pronunciato le parole "io", "te", "per sempre", "bambini" nella stessa frase; e a Geppi questa mancanza di progettualità comincia a pesare. Lui, a Las Vegas per questioni di lavoro, le ha appena fatto recapitare un biglietto aereo per raggiungerlo, accompagnato da tre invitanti parole: "Vola da me". Quale destinazione, poi, meglio di Las Vegas per capire se questa relazione è un bluff oppure no?
Nella capitale del vizio, però, fa la sua comparsa un terzo giocatore che prende malignamente le sembianze di una notevole, competitiva e sfrontata architetto di venticinque anni, Erika, figlia del padrone dell'azienda di cui Michele è il miglior interior designer. Dall'indesiderato ménage à trois si snoda una bizzarra avventura amorosa, fatta di allegre strategie di seduzione, slanci d'affetto e pensieri di violenza pura.
Per fortuna, Geppi non è sola. Al suo fianco, come sempre, ci sono Stefania e Lucia, le amiche d'infanzia trapiantate come lei a Milano dalla Sardegna. Saranno proprio loro a supportarla in questa lotta, tra incontri con personaggi assurdi e sconvolgimenti nel quadrilatero più trendy mai concepito: Milano, Austin, Las Vegas e Macomer. Fresca come Sophie Kinsella, brillante come Sex and the City al Martini dry, Geppi Cucciari diverte, coinvolge e svela quant'è faticoso, al giorno d'oggi, trovare un uomo e condurlo all'altare senza ricorrere all'ipnosi.
"Il punto G (ve lo spiego un po' col linguaggio della navigazione) si situa a circa sette, otto centimetri sulla rotta della jolanda. A l'intérieur. Questo rassicura anche chi ha un walter mignon, piccolo come il tappo del moscato."
Nessuno come Luciana Littizzetto riesce a farci ridere prendendo in giro i nostri costumi. E quello che c'è sotto. Insomma, per capirsi, quelle cose lì che ognuno chiama un po' come vuole, ma quando lei le chiama il walter e la jolanda la risata è irresistibile, imperiosa, incontinente. Nessuno come la mitica Litti riesce a rendere sublimi anche gli argomenti più triviali, e a trascinare a terra, a portata di mano e di sbeffeggio, quelli più alti. O forse semplicemente sopravvalutati. Finiscono così sotto una gragnola di geniali guizzi comici la pubblicità, fatta di scoiattoli che spengono gli incendi con una puzzetta o di campioni del calcio (tanto per non fare nomi, Beckham) con un walter che riempie l'intero cartellone: "Avete presente una baguette, un arrosto per dodici persone, un bob a due, l'uovo di Pasqua del bar, quello della lotteria pasquale?". Le banche, con i loro comodissimi codici IBAN: "È il numero più lungo del mondo. Un numero lungo come le balle dei cani da caccia. Sicuramente più di parecchi piselli. Che spesso somigliano invece al CIN". Gli uomini, che girano per casa coi bragoni da ginnastica ascellari o peggio ancora nudi, "con una pancetta a meloncino rosa dove l'ombelico pare il buco che si fa per metterci dentro il porto". I politici: "Che fine ha fatto Prodi, con l'occhiale montatura Telefunken e il viso a forma di Tetrapak?". Il Papa: "Ma chi lo fotografa ogni volta, il regista di Paperissima?". E qualche altro sano e divertentissimo sobbalzo di coscienza, giusto "per non vivere nella beata ignoranza come le oche da pâté".
Ripreso in occasione di due serate speciali al Palalottomatica di Roma e prodotto in esclusiva per Rizzoli, "A sproposito di noi" è un one-man-show a tutti gli effetti: ideato, diretto e interpretato da Brignano stesso, con il meglio dell'attore romano. Scritto a quattro mani con Mario Scaletta, lo spettacolo è un pot-pourri di pezzi tratti dalle esperienze teatrali degli anni precedenti affiancati a nuovi sketch che indagano con ironia le ansie, le paure, le insicurezze, i vizi privati e le pubbliche virtù dell'uomo comune. Il comico della risata "pensante" conduce i suoi spettatori a una riflessione vera e appassionata sulla vita di oggi.
I postumi dell'amore. Metafora per indicare le conseguenze del disamore, la rovina causata dalla perdita amorosa, il dolore che si prova dopo essere stati abbandonati dall'altro, la caduta, in casi estremi, in uno stato di devastazione esistenziale: ego demolito e aspettative assenti. Molto simile alla risacca del mare, alle onde che arrivano sulla spiaggia a un ritmo cadenzato, una dopo l'altra, e poi si ritirano e si scontrano con le successive. Queste onde morenti, ma ostinate che mantengono la sabbia bagnata finché il tempo se ne va e la marea si abbassa. A quel punto il calore asciuga la sabbia. Ma solo fino all'irruzione della marea successiva. Queste onde esprimono anche l'attrazione verso l'abisso, il richiamo accogliente del mare, che nei casi disperati offre la sua definitiva protezione ai malati gravi di disamore inducendoli a rifuggire il dolore che credono li stia devastando e offre l'oblio in cambio della distruzione reale.
Le vie dell'Inferno sono lastricate di buone intenzioni... e di vuoti di bottiglia. Dai baccanali dei romani al Martini Dry di Churchill, da "Gli ubriachi di Velázquez" ai quadri di Hopper, dai "collassi" di Henry Chinaski (l'alter ego di Bukowski) alla memorabile sbornia del capitano Willard di Apocalypse Now: Juan Bas ripercorre tutta la deriva post-alcolica nella storia, nella letteratura, nel cinema e nei fumetti. Gli astemi, extraterrestri venuti da qualche sconosciuta galassia, non potranno mai vivere un solo giorno di postumi. I bevitori di tutto il mondo invece sono soggetti a soffrirne ben trentuno tipi diversi. Cefalea, secchezza delle fauci, sudori freddi, vampe, tachicardia, nausea, vomito, depressione, sentimentalismo: dopo una bella scuffia, pur di stare meglio, siamo disposti a qualsiasi compromesso e spergiuriamo che mai più toccheremo un solo goccio d'alcool. Ma non finisce qui: in questo coltissimo e devastante "Trattato" è racchiusa la risposta al perché, dopo aver appena superato i nefasti e appiccicosi gorghi del doposbornia, cadiamo di nuovo in tentazione.