
Fu davvero l'imperatore Nerone a incendiare Roma? Il filologo classico Carlo Pascal (1866-1926) lo mette in dubbio in questo intrigante e documentato libro che ha già fatto scandalo. Fuori dalle librerie da molti anni, questa edizione rende di nuovo disponibile un racconto denso di aneddoti e forte di prove. Con le cronache del tempo sotto mano, ecco emergere il profilo dei veri colpevoli: furono i cristiani gli attori della più grande e abominevole congiura incendiaria di tutti i tempi. Per gli appassionati della storia raccontata in presa diretta è un libro fondamentale, ma soprattutto godibile nel suo stile investigativo. Capace di penetrare i racconti e i luoghi comuni, Pascal mostra il potere di una vecchia scienza a torto considerata neutrale. La filologia può restituirci una storia che scende dal piedistallo per tornare viva e continuare ad appassionare.
In questo libro, fondato sullo spoglio di diari, romanzi, carteggi e riviste, Raffaele Liucci affronta un tema a lungo espunto dalla memoria ufficiale: la seconda guerra mondiale vissuta, raccontata e talvolta sofferta dagli intellettuali italiani, che sono rimasti a osservarla passivamente, o hanno tentato in tutti i modi di evitarla, perché estranei alla sua sfera ideologica. Da Cesare Pavese a Piero Calamandrei, da Giovanni Comisso a Salvatore Satta, da Alberto Moravia a Tommaso Landolfi, non pochi sono stati gli uomini di cultura che hanno cercato di esiliarsi nella loro "casa in collina", dalla quale osservare la catastrofe, senza esserne travolti, talora ripiegando in un soliloquio estetizzante. Ricostruire le loro vicende, dalla fine degli anni Trenta al secondo dopoguerra e oltre, significa gettare una nuova luce sull'identità della Repubblica, "nata dalla Resistenza", ma figlia anche del disimpegno civile e del rifiuto della Storia.
Per secoli la costruzione del Duomo di Milano è stata attribuita al duca Gian Galeazzo Visconti. Una nuova, dettagliata analisi di inediti documenti medievali rovescia ora questa classica interpretazione. L'autrice dimostra come non al duca, ma al popolo milanese si debba la quasi totalità delle entrate per la costruzione, costituite soprattutto da migliaia di modeste offerte di povera gente - un uovo, un pezzo di formaggio, una monetina.
Il saggio si propone di tracciare l'itinerario di un giudizio di Luigi Einaudi, in una sua opera del 1933, sulle ragioni che resero il nostro stato liberale incapace di fronteggiare le difficoltà del primo dopoguerra, sino a consentire la vittoria del fascismo. Poiché le premesse del giudizio di Einaudi si ritrovano nella critica dei liberisti italiani all'indirizzo dei governi, a partire dalla tariffa doganale del 1887, di quella critica il saggio ricostruisce sia il contesto, sia il contenuto specifico, mettendo in luce come non si trattava semplicemente di contrastare una politica economica, quanto di combattere contro una forma di stato fortemente impopolare e a favore di uno stato che fosse liberale non solo di nome ma di fatto. Gradualmente, Einaudi farà sua questa lezione, sino a considerare inscindibile, come sosterrà in una celebre discussione con Benedetto Croce, il binomio liberismo e liberalismo.
Le vite al bando, di cui, attraverso fonti processuali, si ricostruiscono alcuni momenti, sono quelle dei membri di una delle tante compagnie di zingari che vive, nei decenni a cavallo tra XVI e XVII secolo, nell'area padana. Vite di uomini e donne alle prese con l'ordine di espulsione, banditi ma ciò nonostante inseriti in contesti sociali e relazionali che, pur segnati da una diffusa ostilità, svelano una realtà quotidiana diversa da quella descritta dalle retoriche criminali, dagli stereotipi e dagli immaginari che proprio nel corso del XVI secolo vengono 'stabiliti' e fissati in forme che resteranno valide per i secoli a venire. Le storie degli zingari narrate permettono quindi di indagare il significato profondo della condizione di bando, il suo essere strumento principe di un potere che si afferma ordinando lo spazio geografico in interno ed esterno e definendo le condizioni umane e politiche come "fedeli" o pericolose. Un bando smentito dalla presenza cingara consolidata e a suo modo radicata - che ci interroga, ancora, sui limiti e sul senso delle relazioni tra "minoranze culturali" e società maggioritarie e sui processi di costruzione degli immaginari identitari.
La dura disamina dello stato della fede cristiana in Italia e in Occidente.
La critica di una fede ammorbata dal clericalismo vaticano e dal materialismo marxista.
Per un rinnovamento della religiosità attraverso la laicità dello Stato e una "religione civile".
Nel pensiero di Giuseppe Mazzini (1805-1872), la religione occupa un posto centrale ed è strettamente legata, tramite il disegno provvidenziale, alla lotta politica per l’Unità d'Italia.
La sua concezione religiosa e la sua profonda spiritualità emergono con chiarezza nei quattro saggi proposti in questo volume, risalenti al periodo 1832-1870, che sostanzialmente racchiude l'intero arco della sua vita attiva.
Vi emergono con chiarezza molti temi chiave del pensiero mazziniano: la critica del papato, che ostacola l'unificazione e l'indipendenza della nazione oltre che l'emancipazione civile e religiosa del popolo; lo stretto nesso tra religione e politica e, contemporaneamente, la distinzione tra potere politico e potere spirituale; gli ideali democratici e repubblicani, la religione del Progresso...
Andrea Panerini (1983), laureato in Storia contemporanea, studia presso la Facoltà valdese di Teologia a Roma in vista del ministero pastorale. Ha pubblicato numerosi volumi di saggistica e di poesia, tra cui si segnalano la curatela dell'inedito di Mazzini L'Italia, l'Austria e il Papa (2005) e la silloge poetica Litanie arabe (2010), entrambi pubblicati da La Bancarella di Piombino (Li).
1861-1901: è il quarantennio cruciale della storia d'Italia. "Iniziava da quel momento una nuova storia, in cui lo Stato e le istituzioni, le culture e i protagonisti che li presupponevano si andavano trasformando in moltiplicatori di energie ed eventi sempre più lontani dalle tematiche risorgimentali, soprattutto dopo il completamento dell'unificazione nel 1870. In quegli anni fondativi l'Italia, coerentemente con quanto accadeva sulla scena europea, attraversò l'età del 'liberalismo classico', una fase storica in cui si mantenne viva la convinzione della classe dirigente di poter operare sul consolidato terreno del rapporto Parlamento/società civile, secondo il 'classico' mito del modello britannico. Ciò era plausibile anche perché quel Parlamento rappresentava, nel bene e nel male, l'istituzione in cui i liberali credevano di ravvisare non solo l'organo di rappresentanza, ma anche il motore 'legislativo' e 'pedagogico' dello sviluppo della società civile, tanto più fondamentale in relazione all'ostile presenza-assenza della Chiesa e dei suoi codici d'integrazione civica. Affrontando gli eventi di questo quarantennio, il lettore avrà modo di imbattersi in sorprendenti analogie con molte vicende della nostra storia più recente e della cronaca attuale. Se siano fuorvianti o meno è difficile dirlo; forse però rappresentano un'ulteriore conferma che la comprensione della storia italiana richiede una qualche conoscenza delle sue fondamenta postunitarie."
Gilda Zazzara ricostruisce il profilo di una leva di studiosi di storia che, nel secondo dopoguerra, ha introdotto in ambito universitario nuovi settori di ricerca di argomento otto-novecentesco, in particolare la storia del movimento operaio e della Resistenza. Lavorando tra università, mercato culturale e centri di ricerca 'militanti' (sostenuti da partiti e circuiti politici socialisti, comunisti e azionisti) questa generazione di storici è stata mossa da una parte dallo sforzo di legittimare la storia contemporanea come disciplina scientifica a pieno titolo e dall'altra dalla convinzione che la conoscenza del passato prossimo fosse un elemento imprescindibile della rialfabetizzazione democratica degli italiani. Il libro presenta gli storici di quella generazione - giovani intellettuali cresciuti sotto il Regime, spesso allievi prediletti dei più prestigiosi accademici degli anni Trenta per poi passare a esaminare alcuni centri di ricerca (Biblioteca Feltrinelli e Istituto nazionale per la storia del movimento di Liberazione di Milano; Fondazione Granisci di Roma) dove era possibile avere un costante confronto con dirigenti politici e testimoni degli eventi recenti e soprattutto era possibile accedere alle prime raccolte documentarie. Dopo l'analisi di decenni importanti per la ricerca e il consolidamento istituzionale e di rinnovamento metodologico della disciplina, si arriva agli anni Settanta quando gli intellettuali italiani devono confrontarsi con la contestazione giovanile.

