
Nella Casa Verde i due poli geografici sono la costa peruviana e la selva amazzonica. In Vargas Llosa - ed è una costante della letteratura americana che ha dato, per fare solo un esempio, un capolavoro come Cento anni di solitudine di Gabriel Garcia Marquez - la storia del suo popolo e del suo paese è ricuperata al livello di mito simboleggiato dalla Casa Verde, il postribolo le cui vicende coincidono con la storia della città di Piura e dei suoi abitanti. Ma il mito implica una rottura del tempo storico e della logica dei fatti che Vargas Llosa compie con un procedimento, continuamente interrotto, di messa a fuoco "a ritroso".Passato e presente si confondono nei tempi della narrazione, e a poco a poco il lettore va scoprendo frammenti di verità e profili di personaggi che si sovrappongono per raccontare una storia. Che è quella della trasformazione violenta di Piura, piccolo centro di provincia dedito all'agricoltura e al commercio del bestiame, in una grande e tumultuosa città moderna. E' un processo inesorabile che travolge con automobili, grattacieli e fabbriche, gli abitanti e i costumi più radicati. Ora che persino la Mangacheria, l'agglomerato di capanne ai margini della città, variopinto crogiolo di razze e di miserie, dove sorgeva l'originaria Casa Verde, è diventato uno squallido suburbio, la vecchia Piura e i suoi personaggi, don Anselmo, padre Garcia, il dottor Zevallos, la Santera Domitilla, sono frammenti di una storia ricostruibile solo per evocazione, nei modi e nelle cadenze della mitologia popolare. La Casa Verde è però anche metafora dell'altro polo geografico, l'Amazzonia, immensa distesa di acque e foreste dove la colonizzazione non riesce a fissare che alcuni avamposti: le missioni e le guarnigioni militari.
Un padre dall'immaginazione troppo fervida, un figlio diabolicamente angelico, una matrigna dalla sensualità irresistibile sono i protagonisti di questo romanzo di raffinato erotismo. Rigoberto, il padre, è un uomo di successo, appassionato d'arte e di letteratura. Eppure qualcosa lo tormenta, qualcosa lo spinge, nelle notti insonni, a frugare tra i numerosi quaderni dove per anni ha annotato emozioni, sentimenti, riflessioni. È la nostalgia per Lucrecia, la seconda moglie che ha condiviso con lui dieci anni di notti appassionate e inventive. E mentre don Rigoberto soffre da solo, Lucrecia è relegata nel suo appartamento vittima di un simmetrico rimpianto per l'ex marito. Che cosa ha potuto separare dunque due persone che si amano così tanto?
San Pietroburgo 1866: il giudice istruttore Porfirij Petrovic indaga su un mistero molto inquietante. In un parco vengono ritrovati i corpi di un nano ucciso da un'ascia e di quello che pare il suo assassino, un uomo così alto e massiccio da sembrare un gigante, impiccato. L'unico indizio per scoprire l'identità dei morti è una ricevuta del monte dei pegni rinvenuta addosso all'impiccato: riguarda alcuni libri di proprietà di uno studente. Da qui si sviluppa una trama intricata che attraverso furti, menzogne, anime vendute, stupri, ragazze di buona famiglia costrette a prostituirsi, libri pornografici, ambizioni e disperazioni quotidiane condurrà Porfirij alla verità. Con abilità, Morris combina il gusto della ricostruzione storica con un efficace mistero, per la piena soddisfazione del lettore.
Esmeralda, una giovane zingara di grande avvenenza, è solita danzare sul sagrato della chiesa di Notre-Dame, cuore della Parigi medievale. L'arcidiacono Frollo è attratto dalla giovane donna e, pur fra sentimenti contraddittori, cerca di farla rapire dal campanaro Quasimodo, un essere deforme fino alla mostruosità. Ma il capitano Phoebus de Châteaupers la trae in salvo e conquista il suo amore. Una vicenda melodrammatica, tetra, grottesca, che ha commosso lettori di tutti i tempi e spesso ispirato il mondo del cinema.
Storia di un bizzarro esperimento scientifico, che innesta su un cane randagio moscovita l'ipofisi di un uomo, il racconto denso di avventure ironiche e grottesche di un animale che scopre il mondo con la sensibilità di un essere umano. "Cuore di cane" fu scritto nel 1925, rimase inedito per decenni perché sequestrato dalla polizia segreta sovietica, venne ritrovato negli archivi del KGB dopo la morte dell'autore e finalmente pubblicato conquistò quindi l'apprezzamento dei lettori di tutto il mondo.
Tra i più noti, apprezzati, amati scrittori di aforismi della storia, Goethe sapeva distillare in poche righe, addirittura in poche parole, il succo più profondo delle sue riflessioni sulla vita, sull'arte, sui rapporti, sui vizi, le ambizioni, le debolezze e le virtù degli uomini. Per questo le massime sono una lettura sempre sorprendente, capace di rivelare ogni volta sfaccettature che prima restavano in ombra, ma anche uno dei modi per accostarsi al pensiero di Goethe e iniziare a comprenderne la complessità.
"Ci sarà Romain..." Bastano tre parole perché Florence dimentichi tutto il resto e venga sopraffatta dai ricordi. Sono passati diciotto anni da quando lui è partito per l'Africa, lasciandola disperata e libera per Denis. Ai tempi dell'università e dell'impegno ideologico, in una Parigi percorsa da una vitalità vibrante e spregiudicata in cui tutto sembrava possibile, Denis e Romain hanno amato Florence liberamente, audacemente. E Florence li ha amati entrambi. Ma non poteva durare, a costo di una sofferenza che prima o poi lascia il segno. Il loro triangolo aveva retto nel periodo dell'utopia e della spensieratezza, finché non era giunto il momento delle vere scelte. Romain aveva deciso di partire. Florence aveva sposato Denis: un matrimonio senza figli, sereno anche se un po' noioso, fino a quella sera... Quella sera Romain è di passaggio a Parigi e la festa é solo una scusa per rivedere Florence. Perché non l'ha mai dimenticata. Perché la vuole tutta per sé. Non gli importa più del legame profondo che lo univa a Denis, non gli importa della gelosia che all'improvviso si scatena nell'ex amico. E Florence è lacerata dai dubbi. Nell'arco di una sola serata prende coscienza di non aver mai deciso della propria vita. Ha accettato, non ha scelto. E adesso che lo potrebbe fare il futuro le appare insopportabile...
"All'uomo non conviene considerare, riguardo a se stesso e riguardo alle altre cose, se non ciò che è l'ottimo e l'eccellente; e inevitabilmente dovrebbe conoscere anche il peggio, giacché la conoscenza del meglio e del peggio è la medesima" dice Platone in un passo del Fedone. Tuttavia, aggiunge Sgalambro in questo libro ad alta temperatura speculativa, la filosofia si è invece legata strettamente solo al "meglio", tanto da identificarvisi, e lo stesso Platone non ha affrontato minimamente la conoscenza del peggio che raccomandava. Vi è stato, certo, un "pessimismo che si è assunto il compito di trattare del pessimum, ma passando attraverso la sofferenza", e facendoci pagare i "lugubri stati d'animo del pessimista", mentre "solo dopo il dolore compare il vero pessimismo". Verso quest'ultimo, dunque, non può che condurci un "fanatico della verità" come Sgalambro: il metodo che Sgalambro utilizza assomiglia molto a un libero flusso di un pensiero erratico che si sviluppa attraverso contrappunti capaci di suscitare inattese accensioni nella mente del lettore. Ma per tornare sempre, lungo un percorso le cui diversioni compongono in realtà un disegno di mirabile coerenza, al tema dominante, fulcro di un'opera filosofica fra le più notevoli dei nostri tempi. E non senza un sentimento di contagiosa euforia.
Nei due decenni successivi alla rivoluzione di Khomeini, mentre le strade e i campus di Teheran erano teatro di violenze barbare, Azar Nafisi ha dovuto cimentarsi nell'impresa di spiegare a ragazzi e ragazze, esposti in misura crescente alla catechesi islamica, una delle più temibili incarnazioni del Satana occidentale: la letteratura. È stata così costretta ad aggirare qualsiasi idea ricevuta e a inventarsi un intero sistema di accostamenti e immagini che suonassero efficaci per gli studenti e, al tempo stesso, innocui per i loro occhiuti sorveglianti. Il risultato è un libro che, oltre a essere un atto d'amore per la letteratura, è anche una beffa giocata a chiunque tenti di proibirla.
Dieci personaggi tanto vivi da balzare fuori dalla pagina, dieci storie di una Sicilia senza tempo, insieme mitica e reale. Angiolina la cappellaia, nata con difetto, ha lavorato tutta la vita per dimostrare di essere migliore degli altri: la manina di ferro come un'insegna di guerra, "il sangue ci aveva messo in quel negozio". Non lascerà certo che suo figlio, Fortunato di nome e di fatto, metta a repentaglio "L'Altamoda del cappello". "Per non perdersi la luna", Ninofocu dorme all'aperto anche d'inverno. Se le nuvole sono basse accende un fiammifero dopo l'altro, cosi la luna può ritrovare la rotta... Angelo figlio della Madonna, "un Aiace in panni da pescatore", non lascia mai il lago, che un novembre di tanto tempo prima ha inghiottito il suo amore impossibile. Là, da sessant'anni, aspetta Aurora, che forse arriverà di notte camminando sull'acqua. Dieci piccoli racconti, una scrittura che travolge il lettore illuminando sentimenti struggenti e disamori, sfide senza limite, volontà di riscatto dalla "natura matrigna" e dall'infinita aridità del potere e del denaro. Dieci storie che rappresentano l'intemperante esuberanza della vita non senza amarezza, ma con uno sguardo che sorridendo giudica e commuove.

