
Non piegato dalla sofferenza del suo corpo, Giuliano Fantechi ci mostra una via misteriosa e allo stesso tempo unica per continuare a sognare e a combattere contro i nostri draghi, contro i nostri demoni, contro le nostre malattie, perché smettere di sognare e di sperare è già un po' morire. Queste favole ci insegnano il valore dei sentimenti, dell'amore per gli altri e prima ancora per se stessi, ci guidano nella riflessione e nella comprensione di ciò che siamo e riescono a far emergere il bambino dimenticato. Quel bambino anela la nostra attenzione e le nostre cure, poiché tutti siamo stati bambini e tutti portiamo ancora magnifica, dentro di noi, la gemma di quella purezza.
Tempi tristi, all'alba del Duemila, anche per la Chiesa romana. Che fare, allora, per tirarsi su di morale? Portandoci con la macchina del tempo all'alba del 2100, per seguire la vicenda singolare di Zeffirino II, un papa mite, coraggioso ed evangelico, che dirà le parole di consolazione e di speranza da sempre attese dalla gente, ma che mettono in crisi l'establishment ecclesiastico e il Sacro Potere. Ma a causa di un incidente automobilistico il pontefice entra in coma irreversibile, che si protrae per tredici anni. In una struttura monolitica, rigidissima e autocratica come è il papato, che accade nella Curia romana, e nella Chiesa cattolica, in tale inaudita situazione di un papa presente/assente? Accade il caos, la paralisi e il rischio di dissoluzione del sistema, secondo i cardinali legati allo status quo ante; ma, chi ha fiducia nella Brezza dell'Eterno, vede invece il dischiudersi di un'inattesa primavera che libera molte energie positive e aiuta tutto il "popolo di Dio" ad assumersi nuove responsabilità.
Romanzo storico-teologico su un utopico papato modellato sulla figura di Francesco di Assisi, un libro di grande fascino e di grande letteratura che scalda il cuore del lettore e lo avvince dalla prima all'ultima pagina. Nell'ultimo conclave, ambientato idealmente nel giorno di Natale, a loro insaputa, i cardinali eleggono un semplice prete della diocesi di Genova che assume il nome di Francesco. Nel discorso Urbi et Orbi di fronte al mondo attonito e allo sconcerto ecclesiastico, in piazza San Pietro, Francesco I si spoglia di tutti i suoi averi, abolisce di fatto il Vaticano per restare semplicemente un uomo pellegrino sulle strade del mondo che indica la via del futuro: il ritorno alle sorgenti evangeliche e alle fonti dell"umanità".
Una ricostruzione d'epoca, una galleria di personaggi scavati con la precisione fotografica del reporter. Un vivido, dolente racconto corale di un capitolo tristemente esemplare della storia del nostro Paese. Un testimone racconta e profetizza il Vajont prima della catastrofe che il 9 ottobre 1963 causò oltre duemila morti fra Longarone e dintorni. Il romanzo, "I corvi di Erto e Casso. Voci dal Vajont", vede la luce solo oggi, a quasi cinquanta anni da un disastro rimasto impresso a caratteri cubitali nella storia del Paese per cause legate all'incuria delle istituzioni, alla cattiva gestione della cosa pubblica, allo sfruttamento più inconsulto dell'ambiente e delle sue risorse. Il testimone è un giornalista, che si chiama Armando Gervasoni, è nato a Vicenza nel 1933, e fino ai primi mesi del 1963 lavora alla redazione di Belluno del Gazzettino. Un ruolo professionale che gli consente di seguire "in diretta" la costruzione della grande diga commissionata dalla società elettrica Sade, esprimendo nelle pagine di questo suo romanzo le inquietudini, le paure, i dubbi e i sospetti generati dalla costruzione di un'opera di colossali proporzioni. Armando Gervasoni, che intanto aveva iniziato a scrivere per il settimanale Panorama, nel 1968, a soli 35 anni di età trova la morte in un incidente stradale.
"Questo è il romanzo che è stato scritto prima della catastrofe del Vajont. Il testimone è il suo scrittore che racconta e profetizza prima di quel 9 ottobre 1963, giorno in cui persero la vita oltre duemila persone fra Longarone e dintorni. Quando avviene il disastro, Gervasoni si reca come inviato del Gazzettino a Longarone e negli altri paesini veneti colpiti da quello spaventoso tsunami in miniatura. L'ingrato e doloroso compito di raccontare a posteriori una vicenda che aveva già avuto modo di 'avvertire' e in qualche modo 'vedere', trasformando in narrazione letteraria le tensioni e i conflitti di un territorio profondamente segnato dal progetto prima, e dall'edificazione poi, di quell'immensa diga. Il romanzo dovrà attendere per essere pubblicato. Perché nel 1968, a soli 35 anni di età, Armando Gervasoni, che intanto aveva iniziato a scrivere per il settimanale Panorama, trova la morte in un incidente stradale. Oggi, grazie all'interessamento degli eredi di Armando Gervasoni, che hanno coinvolto nella loro iniziativa lo scrittore Stefano Ferrio come curatore del libro, 'I corvi di Erto e Casso' giunge finalmente al suo meritato esito. Un romanzo di denuncia civile si potrebbe definire questo di Armando Gervasoni, ma anche uno scritto pieno di poesia e di emozioni, che mette voglia di gridare contro la miseria degli uomini e l'iniquità di altri uomini. Un normalissimo romanzo vero, insomma." (Dalla Prefazione di Isabella Bossi Fedrigotti)
Greta frequenta l'ultimo anno di liceo nell'amata Verona. La sua vita scorre tranquilla tra lo studio, le uscite con le amiche e un rapporto non sempre facile con la sua famiglia. Fino a quando non incontra David, nigeriano d'origine e musulmano di religione. Dovrà allora fare i conti con una realtà nuova, una Verona dai tanti volti con profonde spaccature e pericolosi conflitti. Una storia d'amore e d'ingiustizie, d'amicizia e di speranze, con al centro un gruppo di giovani nella loro inquieta ricerca di sé...
Si può essere amati a ottanta anni da una donna molto più giovane? Sì. Purché gli ottanta siano solo anagrafici. È il caso del protagonista delle "Confessioni" che vive trasognato la splendida vicenda e, quasi rinato, si reclina su se stesso per afferrare il mistero di ciò che gli sta accadendo. La risposta è contenuta nella sua vita, nel suo essere diverso in mezzo ad una normalità rivoluzionaria ma superficiale e asfissiante. Dovrà trovare il filo conduttore che spiega la stranezza. Comincia un viaggio fiabesco, affascinante e talora doloroso, tenebroso, drammatico, emozionante, attraverso gli anni, le persone, gli avvenimenti, i paesaggi, la storia di un'esistenza non comune, consumata prima tra Abruzzo, Calabria, Puglia e Lombardia, poi, da adulto, in un Veneto in vivace evoluzione economica e umana.Manfredo Anzini è nato in Abruzzo parecchi anni fa. Vive a Verona, per sua scelta, da oltre 50 anni.
Il libro è il racconto della vita di Ricky (Riccardo), affetto dalla sindrome di down. Ma ancor più è la testimonianza di come e quanto si possa amare un "down", perché lo si ama in modo diverso. Lo si ama per il suo personalissimo modo di amare, fatto di un amore totale, assoluto, viscerale, senza se e senza ma, senza nulla in cambio. È come andare a una "scuola di amore". Se, a nostra volta, impariamo ad amarlo così, semplicemente per il suo amore, potremmo ottenere uno dei più solidi rapporti umani che un uomo possa desiderare di realizzare in questa vita. Così da rammentarci, attraverso la lettura appassionante di queste pagine, che ognuno di noi, esattamente come Ricky, è persona "diversamente amabile".
Il lupo, mitizzato oppure oltremodo temuto, viene presentato in queste pagine per quello che è in realtà: un predatore sociale altamente specializzato. Le ambientazioni e i comportamenti degli animali sono basati su dati reali, presentando solo occasionalmente alcune licenze. Diana, una Golden Retriever viene abbandonata dai proprietari sui dossi innevati dell'Altopiano della Lessinia: la porta dell'auto le si chiude sul muso, un mondo sconosciuto e ostile le si spalanca dinnanzi. L'esploratore del branco dei lupi della Lessinia non tarda a fiutare la presenza dell'intrusa. Un cane goffo e inetto, un lupo agile e determinato: sui colli innevati della Lessinia la saga di Diana e Wolfgang ha inizio... Alberto Franchi vive a Verona, dal 1986 è medico veterinario libero professionista. Appassionato di montagna, fin da bambino ha percorso in tutte le stagioni e con ogni condizione di tempo dossi, boschi, vaj e foreste della Lessinia che sono l'ambientazione scelta per questo racconto, uno spaccato della vita dei lupi attraverso l'arco di un anno.
È giunta la primavera. Diana, la cagna incontrata nel primo episodio della saga, abbandonata dai proprietari sulla neve, è sopravvissuta grazie all’intervento dell’esploratore Wolfgang ed è stata accolta nel branco, superando l’inverno e condividendo le vicende affrontate dai lupi. L’attendono ora giorni di tepore, ma anche la mai scontata vita selvatica sull’altopiano, con le sue difficoltà e i suoi pericoli… Le ambientazioni e i comportamenti degli animali descritti si basano su dati reali, solo sporadicamente sono state prese alcune piccole libertà narrative. Anche in questo secondo episodio della saga il lupo, mitizzato oppure oltremodo temuto, viene presentato per quello che è in realtà: un predatore sociale altamente specializzato.
Alberto Franchi vive a Verona, dal 1986 è medico veterinario libero professionista. Appassionato di montagna, fin da bambino ha percorso in tutte le stagioni e con ogni condizione di tempo dossi, boschi, vaj e foreste della Lessinia che sono l’ambientazione scelta per questa saga, uno spaccato della vita dei lupi attraverso l’arco di un anno.
Nel panorama della poesia giapponese Fukuda Chiyo-ni (XVIII sec.) è un vero gigante e questo libro intende rivelare la figura e mostrare la bellezza della sua arte. Traspare nei suoi versi un mondo femminile di immagini delicate e di attenzione ai dettagli della quotidianità, mentre le sue scelte di vita testimoniano il suo spirito libero e indipendente. In età avanzata prese la decisione di farsi monaca buddista e in questo modo cammino religioso e poesia si fusero in un'unica via spirituale, dandole così la possibilità di comporre i suoi haiku migliori. "Quando l'essere umano raggiunge la profonda conoscenza delle cose, questa profondità gli è impossibile esprimerla con il suono della voce, e ricorre a significarla con pennellate silenziose. La conoscenza che è entrata nell'uomo anzitutto in silenzio, si esprime anzitutto con il silenzio" (dalla Prefazione di p. Luciano Mazzocchi).

