
Viviamo in una società che è in realtà un aggregato di villaggi dove si avvicendano e amalgamano diversi colori e alterne abitudini in un vivido arcobaleno dai toni fluorescenti. Oggi sono in declino i valori universali, le gerarchie di valori condivisi: lo Stato moderno non rappresenta più i cittadini e si accolgono i leader populistici che calamitano le passioni e le inclinazioni dei singoli. In breve, sono giunti i nuovi barbari. Che non vivono in società ma in comunità, e si avvolgono nel manto dei loro segni di riconoscimento e autoriconoscimento, come il lusso o il tatuaggio, moltiplicandosi come cellule impazzite: più che di una società, siamo diventati membri di una tribù. E le tribù sono racchiuse nei loro territori che i loro membri tutelano gelosamente dinanzi a ingerenze e contaminazioni. Ogni tribù ha il proprio stile di vita. Sono state generate dai circoli privati, da piccole comunità autoreferenziali: hanno conquistato il caravanserraglio della Rete, dei social, che tutto accolgono e tutto vomitano. Le tribù sono un’eredità antica che si innesta già nell’origine della modernità, dalla quale Elio Franzini prende le mosse per condurci sino al dibattito su moderno e postmoderno, sino al presente e alle politiche della corporeità che lo nutrono. Federico Vercellone, affidandosi anch’egli a una genealogia storica che va dall’avanguardia espressionista sino ai movimenti della sinistra radicale, enfatizza l’idea che il vero rischio del nostro presente non è la crisi del Sé e dell’identità bensì il suo contrario. Siamo esposti all’inflazione prodotta da mille identità che, affermando insistentemente sé stesse, logorano e disgregano il vincolo che le congiunge.
Di che cosa ci parlano i Sette Palazzi Celesti di Anselm Kiefer? Che cosa additano, se non il fallimento di una modernità che ha ormai perduto la sua energia di Età nuova per eccellenza? Edifici solidi e pericolanti ad un tempo, quelle torri sembrano riflettere un'ansia arcaica nel rimandarci l'immagine della nostra epoca, alle prese con la sua forza distruttiva, con il terrore che la dilania e la frustra. La molteplicità di immagini senza misura che oggi popola il mondo produce sconcerto e disorientamento, ma proprio in un tale semi-barbaro proliferare di immagini - sembra dirci Kiefer - possiamo scoprire la traccia di nuove risorse simboliche, o forse addirittura una chance di salvezza.
C'è un ideale di bellezza tipicamente novecentesco? O è vero piuttosto che il Novecento è il secolo nel quale la bellezza non c'è, se non nelle forme grottesche e inautentiche del kitsch? In realtà il declino della bellezza comincia ben prima del secolo scorso, addirittura alla fine del Settecento, in ambito romantico. Da allora in poi la bellezza possiederà un valore evocativo, che la conduce a incombere sul panorama con tutta la forza della sua natura. Il volume ripercorre la vicenda dell'ideale estetico dal suo tramonto in età romantica ("Mai il bello", ebbe a dichiarare Schlegel), attraverso la crisi otto-novecentesca sancita da Nietzsche e Spengler, fino alla sua rinascita con la pop art e, soprattutto, con Andy Warhol, quando la bellezza torna a proporsi, sia pure ironicamente, quale misura dell'essere e del mondo. Dietro l'ironia si cela una sfida fondamentale. E' possibile oggi ripensare in termini "classici" alla bellezza? Individuarla ad esempio come misura "ecologica" che promuova una rinnovata abitabilità della terra?
Oggetto della ricostruzione storci e tematica proposta in questo volume è la concezione dell'estetica moderna e contemporanea come filosofia dell'arte a partire dalla sua origine nel pensiero settecentesco fino ai più recenti sviluppi.

