Data di pubblicazione: Dicembre 2009
DISPONIBILE SUBITO
€ 12,00
L’anno sacerdotale, proposto dal Santo Padre Benedetto XVI il 19 giugno 2009, sta spingendo l’intera Chiesa a pregare e a riflettere sulla figura del sacerdote. Si ripropone così, ancora una volta, il tema fondamentale della “identità” del sacerdote, una questione sempre attuale e, per certi versi, mai risolta in termini totalmente definitivi. Il presbitero, infatti, si definisce non come essere chiuso in se stesso, ma per la missione ricevuta dal sacramento dell’Ordine: si tratta di una missione che è,
da un lato, sempre la stessa – l’annuncio del Vangelo –, dall’altro lato, sempre nuova nel senso che è rivolta a uomini che vivono nella storia, e dunque nel continuo cambiamento del mondo.
Talvolta, come succede nella nostra stagione storica, questo cambiamento sembra manifestarsi con modalità più rapide e insieme più complesse rispetto al passato, creando così nei presbiteri – ma, ovviamente, non solo in loro – un senso di incertezza e di smarrimento, di ansia e di affaticamento. Dove stiamo andando? Che cosa sta accadendo? Come, in quali forme è possibile oggi annunciare il Vangelo?... Sono le domande ricorrenti negli incontri e nelle discussioni pastorali e a volte, in modo persino lacerante, presenti nel cuore di ogni presbitero.
Tra le caratteristiche del mondo attuale sta quella del suo essere diventato una realtà globalizzata e urbanizzata: sembra di essere tutti parte di un’unica e grande città, dove tutto quanto succede è contemporaneo, dove il vivere è sottoposto ad un flusso incessante e travolgente di informazioni, ma dove paradossalmente si ha spesso la sensazione di essere soli, tremendamente soli, in un’immensa folla anonima. Come annunciare il Vangelo dentro questa città senza confini? È possibile o la città è per definizione un ambiente ostile al Vangelo e l’urbanizzazione sfocia inevitabilmente nella perdita del riferimento a Dio, nella diffusione della secolarizzazione, nella caduta nel relativismo?
Le riflessioni che mons. Carlo R. M. Redaelli, Vicario generale della Diocesi di Milano – una grande “area urbanizzata” con più di 5 milioni di abitanti –, ci regala vogliono essere il tentativo di cercare e di trovare nella Parola di Dio una risposta a questi interrogativi. E per certi versi la risposta è sorprendente: se l’alfa della storia è costituita dal giardino originario, il compimento della storia dell’umanità – l’omega – non è un ritorno all’Eden, ma è una città: la città santa. La città quindi è la meta verso cui gli uomini si stanno incamminando.
È vero, si tratta della “città santa”, della “sposa dell’Agnello”, diversa dalla città degli uomini, spesso simile alla “grande prostituta”, ma la città terrena, pur con i suoi limiti, non cessa di essere già l’inizio della città santa. Pur con le sue ambiguità, con il suo essere in bilico tra il realizzarsi come sposa o come prostituta, la città degli uomini non è un ambito totalmente refrattario all’annuncio del Vangelo, anzi, spesso è un contesto favorevole.
Lo ha rivelato il Signore Gesù ad un apostolo, Paolo, assai preoccupato per l’evangelizzazione di Corinto: «Non aver paura, continua a parlare e non tacere, perché io sono con te e nessuno cercherà di farti del male: in questa città io ho un popolo numeroso» (Atti 18, 9-10).
Partendo dal giardino dell’Eden, passando per Babele, Ninive, Babilonia, Nazaret, Cafarnao, Gerusalemme, Damasco, Antiochia, Atene, Corinto, Roma sino a giungere finalmente alla città santa, l’autore ci presenta il rapporto – non sempre facile, complesso e insieme affascinante – del profeta e dell’evangelizzatore con la città: Giona, Daniele, Paolo e lo stesso Gesù. L’intento è quello di portare i lettori – e, prima, gli ascoltatori, preti e seminaristi, che hanno meditato queste
pagine durante alcuni corsi di esercizi spirituali – alla convinzione che l’identità del prete, oggi e nel futuro, non può prescindere dalla città dal momento che tale identità si precisa in riferimento a quella missione evangelizzatrice che si rivolge alla città stessa. Certamente senza ingenuità e senza facili irenismi, ma con grande fiducia e incrollabile speranza. Del resto la città, con i suoi valori e le sue risorse, le sue opportunità e ambiguità, non è che la proiezione della stessa umanità: non si può che volerle bene. Svelare a colei che spesso è realmente e brutalmente la “grande prostituta” il destino di salvezza che il Signore le ha preparato, cioè quello di essere la “sposa dell’Agnello”, costituisce il servizio dell’evangelizzatore oggi, la buona notizia che è chiamato a portare. Egli lo farà talvolta piangendo
come Gesù sulla sua città, ma più spesso con il cuore pieno di gioia perchè nelle sue case, nelle sue strade, nel suo traffico caotico, in ogni ambiente di vita sono presenti splendidi segni di amore: «esultate per essa tutti voi che l’amate» (Isaia 66,10). Sì, esultiamo e non fuggiamo dalla città, ma viviamo in essa con forte speranza, con la speranza che ci viene dal Cristo morto e risorto, dall’Agnello immolato e vittorioso.
L’anno sacerdotale, proposto dal Santo Padre Benedetto XVI il 19 giugno 2009, sta spingendo l’intera Chiesa a pregare e a riflettere sulla figura del sacerdote. Si ripropone così, ancora una volta, il tema fondamentale della “identità” del sacerdote, una questione sempre attuale e, per certi versi, mai risolta in termini totalmente definitivi. Il presbitero, infatti, si definisce non come essere chiuso in se stesso, ma per la missione ricevuta dal sacramento dell’Ordine: si tratta di una missione che è,
da un lato, sempre la stessa – l’annuncio del Vangelo –, dall’altro lato, sempre nuova nel senso che è rivolta a uomini che vivono nella storia, e dunque nel continuo cambiamento del mondo.
Talvolta, come succede nella nostra stagione storica, questo cambiamento sembra manifestarsi con modalità più rapide e insieme più complesse rispetto al passato, creando così nei presbiteri – ma, ovviamente, non solo in loro – un senso di incertezza e di smarrimento, di ansia e di affaticamento. Dove stiamo andando? Che cosa sta accadendo? Come, in quali forme è possibile oggi annunciare il Vangelo?... Sono le domande ricorrenti negli incontri e nelle discussioni pastorali e a volte, in modo persino lacerante, presenti nel cuore di ogni presbitero.
Tra le caratteristiche del mondo attuale sta quella del suo essere diventato una realtà globalizzata e urbanizzata: sembra di essere tutti parte di un’unica e grande città, dove tutto quanto succede è contemporaneo, dove il vivere è sottoposto ad un flusso incessante e travolgente di informazioni, ma dove paradossalmente si ha spesso la sensazione di essere soli, tremendamente soli, in un’immensa folla anonima. Come annunciare il Vangelo dentro questa città senza confini? È possibile o la città è per definizione un ambiente ostile al Vangelo e l’urbanizzazione sfocia inevitabilmente nella perdita del riferimento a Dio, nella diffusione della secolarizzazione, nella caduta nel relativismo?
Le riflessioni che mons. Carlo R. M. Redaelli, Vicario generale della Diocesi di Milano – una grande “area urbanizzata” con più di 5 milioni di abitanti –, ci regala vogliono essere il tentativo di cercare e di trovare nella Parola di Dio una risposta a questi interrogativi. E per certi versi la risposta è sorprendente: se l’alfa della storia è costituita dal giardino originario, il compimento della storia dell’umanità – l’omega – non è un ritorno all’Eden, ma è una città: la città santa. La città quindi è la meta verso cui gli uomini si stanno incamminando.
È vero, si tratta della “città santa”, della “sposa dell’Agnello”, diversa dalla città degli uomini, spesso simile alla “grande prostituta”, ma la città terrena, pur con i suoi limiti, non cessa di essere già l’inizio della città santa. Pur con le sue ambiguità, con il suo essere in bilico tra il realizzarsi come sposa o come prostituta, la città degli uomini non è un ambito totalmente refrattario all’annuncio del Vangelo, anzi, spesso è un contesto favorevole.
Lo ha rivelato il Signore Gesù ad un apostolo, Paolo, assai preoccupato per l’evangelizzazione di Corinto: «Non aver paura, continua a parlare e non tacere, perché io sono con te e nessuno cercherà di farti del male: in questa città io ho un popolo numeroso» (Atti 18, 9-10).
Partendo dal giardino dell’Eden, passando per Babele, Ninive, Babilonia, Nazaret, Cafarnao, Gerusalemme, Damasco, Antiochia, Atene, Corinto, Roma sino a giungere finalmente alla città santa, l’autore ci presenta il rapporto – non sempre facile, complesso e insieme affascinante – del profeta e dell’evangelizzatore con la città: Giona, Daniele, Paolo e lo stesso Gesù. L’intento è quello di portare i lettori – e, prima, gli ascoltatori, preti e seminaristi, che hanno meditato queste
pagine durante alcuni corsi di esercizi spirituali – alla convinzione che l’identità del prete, oggi e nel futuro, non può prescindere dalla città dal momento che tale identità si precisa in riferimento a quella missione evangelizzatrice che si rivolge alla città stessa. Certamente senza ingenuità e senza facili irenismi, ma con grande fiducia e incrollabile speranza. Del resto la città, con i suoi valori e le sue risorse, le sue opportunità e ambiguità, non è che la proiezione della stessa umanità: non si può che volerle bene. Svelare a colei che spesso è realmente e brutalmente la “grande prostituta” il destino di salvezza che il Signore le ha preparato, cioè quello di essere la “sposa dell’Agnello”, costituisce il servizio dell’evangelizzatore oggi, la buona notizia che è chiamato a portare. Egli lo farà talvolta piangendo
come Gesù sulla sua città, ma più spesso con il cuore pieno di gioia perchè nelle sue case, nelle sue strade, nel suo traffico caotico, in ogni ambiente di vita sono presenti splendidi segni di amore: «esultate per essa tutti voi che l’amate» (Isaia 66,10). Sì, esultiamo e non fuggiamo dalla città, ma viviamo in essa con forte speranza, con la speranza che ci viene dal Cristo morto e risorto, dall’Agnello immolato e vittorioso.