
Quella valdese è una storia di lunga durata, fatta di attraversamenti, fratture, resistenze, ri-costruzioni e aperture. Bruna Peyrot la ripercorre con uno sguardo storico ampio e una scrittura limpida, seguendo il filo delle trasformazioni che hanno segnato comunità e persone: la predicazione delle origini, la Riforma, i conflitti con il potere, l’Emancipazione, il ruolo della scuola, il contributo alla società italiana contemporanea. Un racconto che non isola i valdesi in una memoria separata, ma li ricolloca dentro la storia europea e italiana, restituendo al lettore e alla lettrice la complessità, la continuità e l’attualità di questa esperienza. Per i valdesi, la storia risulta imprescindibile perché dal passato germogliano i significati della loro identità collettiva. Non si tratta di un serbatoio chiuso, colmo di caratteristiche che definiscono i soggetti o una comunità, quanto piuttosto di un insieme dinamico di tratti che amalgamano passato e presente, offrendo posizionamenti verso il futuro. A conclusione della nostra narrazione, la domanda sul destino futuro dell’esistenza valdese e protestante potrebbe passare per tre parole-nodo: storia, identità, educazione, affinché resti vivo il rispetto del dissenso, cartina di tornasole delle società democratiche.
A quattrocento anni dalla nascita, il romanzo di Bruna Peyrot e Massimo Gnone ripercorre, integrando alcune fonti storiche, la straordinaria vicenda, a metà tra mito e storia, del montanaro-condottiero Giosuè Gianavello che con strategica ostinazione lottò in difesa delle "eretiche" comunità valdesi del Piemonte dalle persecuzioni armate dei Duchi di Savoia. Piccolo proprietario contadino con il ruolo di anziano di chiesa nel Concistoro di Rorà, in val Pellice, nel Piemonte occidentale, Giosuè Gianavello si trasformò lentamente in «bandito» sia in quanto si batté in difesa delle popolazioni valdesi vessate dai Savoia sia, rispetto alla sua stessa comunità, in quanto il suo esilio fu lo scotto per una pace dopo cento anni di persecuzioni. Convinto credente e abile stratega, uomo comune ed eccezionale a un tempo, la sua vicenda illustra la complessità di un periodo storico - la seconda metà del Seicento, il «secolo di ferro» - in cui le Valli valdesi, a un tiro di moschetto da Torino, erano diventate territorio disputato dalle potenze dell'epoca, prima tra tutte la Francia del re Sole.

