
La televisione non è scomparsa, si è spostata e vive altrove: nei feed, nelle connessioni di un pubblico che scrolla gli smartphone, i tablet e abita le piattaforme, dove gli algoritmi decidono cosa vedere e il racconto si mescola al consumo. In questo nuovo ecosistema, la tv si ibrida con il linguaggio dei social, si frammenta in clip, si ricompone in meme e si estende nei format digitali. Come mette in evidenza il volume, si tratta di una televisione espansa, che dialoga con l'intelligenza artificiale, costruisce archivi infiniti e personalizza gusti e sguardi. Un arcipelago di pratiche, linguaggi e dispositivi in cui i dati partecipano al processo creativo, orientano le narrazioni, plasmano ritmi e formati, ridefinendo il ruolo degli autori e il senso stesso della scrittura. Nel contesto italiano, la televisione lineare entra in osmosi con piattaforme e social media, dando vita a un modello eterogeneo in cui si riconfigurano le modalità di partecipazione dello spettatore e la visione si trasforma in esperienza condivisa e continua.
Trent'anni fa venne sdoganata in Italia la TV del dolore. Anzi, in quell'occasione, il paese fece scuola. Il 13 giugno del 1981 alle 7 del mattino, milioni di telespettatori italiani assisterono impotenti alla morte di Alfredino Rampi. Era giusto, non era giusto puntare le telecamere su un bambino che stava sprofondando in un buco? Di lì a poco, sarebbero state sconvolte tutte le nostre concezioni sul rapporto fra informazione e spettacolo. L'informazione ha cambiato volto, modalità di approccio alla notizia, dilata l'oggetto esplorato, abusa del diritto di cronaca. Esiste un limite sottile che separa informazione e intrattenimento ma troppo spesso viene varcato, alimentando una TV che sembra onnipotente.

