
Da studioso di storia ecclesiastica, Ernesto Buonaiuti sa di non poter prescindere da «una conoscenza solida di quei principi» che costituiscono «la trama scientifica delle discipline storiche». Il corso da lui tenuto al Seminario Romano nel 1904-1905, finora inedito, muove da due ambiziose domande: la storia è scienza? E, se lo è, quali sono le leggi capaci di condurre a un'interpretazione oggettiva dei fatti? Si delineano così i fondamenti per una metodologia della ricerca storica: la raccolta delle fonti, l'analisi critica per stabilire se abbiano valore di testimonianze e in quale misura corrispondano alla realtà, l'ordinamento del materiale per comprendere gli avvenimenti e le loro relazioni. Affrontando la fatica di accostare, all'inizio del Novecento, storia e scienza, Buonaiuti conclude che la storia, benché non immune dal dubbio, «non ha nulla da invidiare per grado di certezza» alle scienze empiriche.
Tra 1774 e 1778 il filosofo Gotthold Ephraim Lessing dà alle stampe sette frammenti attribuiti a un immaginario Anonimo di Wolfenbüttel. In essi il vero autore, H.S. Reimarus, per primo osserva, con sguardo storicamente disincantato, la discontinuità tra il messaggio di Gesù e le forme della sua trasmissione. Il sesto frammento, qui proposto con ampio commento, esamina le contraddizioni presenti nei racconti evangelici della risurrezione, che rendono impossibile dimostrare se sia realmente avvenuta: i discepoli potrebbero aver sottratto il corpo dal sepolcro e attribuito alla morte del maestro un significato di redenzione che in origine essa non aveva. Queste riflessioni sono il fondamento del dibattito ancora aperto sulla figura storica di Gesù. Una chiave per comprendere il significato della risurrezione per la ricerca storica, ma anche della ricerca storica per la risurrezione.

