"'Torniamo al passato, faremo un progresso': questa citazione da Verdi suona in perfetta sintonia con il ritorno a me stesso che l'esercizio di questo libro comporta. Ciò che dico, infatti, non ha altro significato se non in quanto frutto di una lunga vita, nel corso della quale ho conosciuto, incontrato, scoperto molte cose, e vissuto le esperienze più varie. Un tale accumulo di memoria umana costituisce un tesoro di senso. E il fatto di avere attraversato un secolo pieno di invenzioni, speranze e orrori, di avere pienamente vissuto quell'avventura, che fonda la mia attuale credibilità. Perché forse ho un debito di senso con la vita - e posso permettermi, oggi, di restituirlo tramite la mia testimonianza." (Stéphane Hessel)
Ogni tanto nella storia si combinano strane costellazioni di eventi e incontri. A guardare indietro, con gli occhi smaliziati di chi sa com'è andata a finire, sembrano quasi impossibili. Così nel 1925, in quella Germania che è ancora il cuore della cultura europea, ma sta rapidamente correndo verso il baratro della catastrofe nazista, Günther Anders, fresco della sua dissertazione con Edmund Husserl, e la giovane studentessa di filosofia Hannah Arendt si conoscono a Marburgo, dove seguono entrambi il seminario di Martin Heidegger sulla Critica della ragion pura. Si incontrano di nuovo solo nel 1929, questa volta a Berlino, in occasione di un ballo in maschera. Si sposeranno subito dopo, precipitosamente, per separarsi poi già nel 1937. Lei avrebbe in seguito ricordato il matrimonio con Günther come la fuga dal grande e impossibile amore della sua giovinezza, quello per Martin Heidegger. Per Günther, invece, Hannah sarebbe sempre rimasta il primo, forse l'unico vero amore di tutta una vita. Nel Natale del 1975, all'indomani della morte di Hannah, Günther riprende in mano gli appunti degli anni berlinesi trascorsi con lei; è soltanto tra il 1984 e il 1985 che prende la sua forma definitiva questo testo. Scritto sull'onda del dolore per una perdita che la lunga separazione non ha reso meno amara, e rimasto da allora nel segreto delle carte andersiane, questo piccolo, unico gioiello è qui pubblicato per la prima volta in edizione italiana, pressoché in contemporanea con l'uscita tedesca.
Nel luglio 1942 l'Armata italiana in Russia contava circa 230.000 uomini, più veicoli, carri, materiali vari e animali. Per il trasporto furono necessari duecento convogli ferroviari. In seguito all'offensiva sovietica del dicembre di quell'anno, cominciò una disastrosa ritirata che continuò per centinaia di chilometri nella sterminata pianura russa: ogni giorno duri combattimenti falciarono migliaia di soldati. Il resto, e fu il più, lo fece il gelo. Male armati, peggio equipaggiati, in condizioni disumane, 70.000 vennero fatti prigionieri: la maggior parte morì di stenti nei campi di prigionia.
Per chi è stufo di avventure, serate in solitudine, cacce estenuanti alla ricerca dell'anima gemella, o per chi, più semplicemente, è incappato nel nuovo, ennesimo innamoramento, un prontuario di facile e piacevole consultazione per affrontare le tappe che dal primo incontro portano al primo viaggio insieme fino a eventi più traumatici come la convivenza e - per i più coraggiosi - il matrimonio. Un libro ironico, caustico, a tratti spiazzante, sulla difficoltà (nonostante tutto) di restare single godendosi la vita in santa pace.
Esiste ancora l'uomo perbene? Esiste ancora l'uomo che rispetta le code agli sportelli, vuol pagare le tasse, si lamenta ma segue le regole, non smania pur di apparire in un talk show televisivo e non gode nel fregare il prossimo? Dai tempi di Tangentopoli nel nostro Paese è successo di tutto. E oggi i vocabolari definiscono l'uomo perbene come "conforme alle norme dell'onestà e della rettitudine", ma "spesso in modo esteriore e convenzionale". Come se perfino gli studiosi della lingua si fossero assuefatti e preferissero eliminare quest'aggettivo in quanto desueto, improbabile, anacronistico. Eppure perbene c'è tanta, tantissima gente. Uomini e donne che non fingono affatto e che vivono nell'anonimato la propria esistenza alla ricerca di un valore troppo spesso non riconosciuto: la normalità. In un racconto sospeso tra saggio e gustosissime fiction surreali, usando la penna come una lampada di Diogene, Umberto Brindani va alla ricerca di ciò che sembrava perduto per sempre. E navigando tra eroi e cialtroni, truffatori e goliardi, ingenui e profittatori, dà vita a un affresco dell'Italia contemporanea. Scovando, tra le macerie della crisi economica e morale, l'anima di un popolo martoriato ma sopravvissuto a nani, ballerine e cortigiani. Un popolo che, grazie alle sue infinite risorse, può fin d'ora ricominciare a sperare nel futuro.
Il 1966 è un anno decisivo per Londra. A partire dal 1963, la capitale britannica è una città in fibrillazione, un centro di innovazioni a tutto campo - nella musica, nella moda, nella fotografia, nel cinema, nel costume. Nel mondo si impara a vestirsi come vogliono le boutique londinesi, si ascolta la musica che nasce nei club e che si trasforma in epidemia globale, le immagini di artisti e fotografi precedono la società che cambia e la Pop Art si fonde con i gesti e i modi della vita dei giovani. In tre anni la swinging city riesce a toccare l'immaginazione di tutto il mondo. Michelangelo Antonioni arriva a Londra per preparare il suo nuovo film "Blow-up", proprio nel gennaio del 1966. Quando cominciano le riprese, a fine aprile (protagonista un giovane fotografo di moda, uno di quei maghi dell'immagine che Antonioni, con rara preveggenza, definisce allora "i nuovi persuasori"), il regista è ben consapevole che sta "registrando" una rivoluzione in atto, una rivoluzione che avviene grazie al gioco, alle idee, alla creatività, alla spudoratezza di un manipolo di persone geniali, libere da vincoli di classe, da priorità accademiche e da inibizioni culturali. Da quella Londra, e da quel film, è discesa una "follia" che ha contaminato tutto. E il mondo non è più lo stesso.
La prima indagine storica del lato più oscuro del Ventennio: la delazione anonima, odioso strumento nelle mani di Mussolini per controllare la vita degli italiani. È il 1923 quando l'ex socialista Benito Mussolini, alla guida da pochi mesi del governo di coalizione, pone con una breve nota il primo mattone di un autentico mostro politico-burocratico che, con i suoi tentacoli intinti nel veleno di intercettazioni, delazioni e soffiate, stritolerà la vita pubblica italiana fino alla fine del regime fascista: "Caro Finzi, dispongo che le intercettazioni telefoniche siano d'ora innanzi recapitate solamente a me. Una copia sola, quindi, che tu riceverai e mi trasmetterai". Mimmo Franzinelli, grazie a una ricerca accuratissima, non paga di uno scrupoloso scandaglio degli archivi ma ricca anche di testimonianze di prima mano (spesso terribili), ci mostra con chiarezza come sia stato possibile tenere sotto il tallone d'acciaio del terrore un intero paese, trasmettendo l'insicurezza profonda che è il primo ingrediente dell'obbedienza cieca. Quando nemmeno fra i muri della sua casa si sente al sicuro, quando i partigiani vengono scovati nei nascondigli più impensabili, quando le famiglie ebraiche vengono tradite dai vicini e dagli amici, il popolo è pronto, pur di non correre alcun rischio, a pagare il terribile prezzo di abdicare alla propria libertà.
Andrej Tarkovskij è stato l'ultimo rappresentante della grande tradizione cinematografica russa, ancora oggi in grado di esercitare una decisiva influenza sul cinema d'autore contemporaneo. La sua è stata una lezione di regia pura, sorretta da un'eccezionale maestria tecnica mai fine a se stessa e sempre al servizio di un'intensa ricerca spirituale. Tarkovskij si è tenacemente opposto al materialismo sovietico a partire dalla sua stessa opera, un caleidoscopio di visioni mistiche e bagliori di profondo lirismo che restituiscono piena dignità alla condizione umana e al suo disperato bisogno di fede. In questo libro, incentrato su testi finora inediti, il regista ha tradotto in parole l'indagine esistenziale condotta attraverso la macchina da presa. Pagine che comunicano l'intensità e le atmosfere dei suoi lungometraggi, il fascino e l'indipendenza di un'arte che ha trasceso radicalmente la piatta superficialità della moderna civiltà dell'immagine.
Milano raccontata al centro della propria storia e del proprio sviluppo, dalle fondamenta antiche alla città di sant'Ambrogio, dalla capitale del ducato dei Visconti e degli Sforza fino alla stagione dell'Unità, della grande borghesia e del decollo economico. Un evocativo percorso lungo i secoli del capoluogo lombardo, attraverso i segni che il tempo ha depositato nel suo tessuto urbano. Il Castello Sforzesco, il Duomo, la Ca' Granda, il Teatro alla Scala, le università, le case editrici, le banche: i simboli delle diverse vocazioni di una metropoli che ha fatto della condivisione e dell'assimilazione i tratti distintivi della propria identità. Alcuni fra i più qualificati esperti di storia milanese ci guidano in un viaggio lungo le stagioni di una città dalla grande anima, alla scoperta di un patrimonio di idee sostenuto da una "acuta responsabilità civile e da una tenace e operosa fede religiosa", in dialogo tra loro: un codice genetico che ha permesso a Milano di ricoprire per molti anni il ruolo di guida del nostro Paese, un patrimonio umano a cui attingere per ritrovare un autentico senso di appartenenza e di cittadinanza. Prefazione di Lorenzo Ornaghi.
Enrico, ingegnere, 51 anni, ha deciso di abbandonare l'azienda per dedicarsi alla gestione degli hotels de charme. Per Donatella l'attività di volontariato è diventata così importante che a 56 anni ha deciso di lasciare il posto di impiegata e mettere la sua esperienza al servizio dell'associazione a cui dedicava parte del tempo libero. Augusto, che al cambiamento è stato costretto, non si è dato per vinto e, a 59 anni, ha combattuto l'azienda per cui lavorava sul suo stesso terreno, creando un'agenzia import-export di prodotti di diagnostica. Sandro è riuscito ad andare in pensione a 60 anni, ma ha mantenuto una collaborazione part-time che gli permette di dedicare molto più tempo alla famiglia. Le generazioni dei baby boomer sono le prime a risentire di un cambiamento radicale dell'età da sempre ritenuta "pensionabile", il cui inizio viene di giorno in giorno posticipato, se non addirittura messo in forse, ma sono anche le prime a godere di almeno una ventina d'anni in più rispetto al passato in cui realizzare progetti, sogni e aspirazioni a lungo rimandati. Enrico Oggioni, da sempre impegnato nello sviluppo delle risorse umane, racconta le condizioni e le aspettative di chi, per necessità o desiderio di cambiare, si è trovato a reinventarsi la quotidianità tra i 50 e i 70 anni. Come goderne al meglio? Che scelte fare? Oggioni illustra come i baby boomer sono riusciti a mutare prospettiva sul futuro e affrontare con caparbietà una fase che non si presenta sempre facile.
Al centro di questo libro sono le élites, senza distinzioni tra élites sociali ed élites politiche. Il tema è perché c'è una crisi delle élites in Italia, da dove viene questa crisi, quali forme prende e come si può eventualmente ovviarvi. Ci sono molti motivi per censurare le élites italiane, ma una loro condanna generalizzata e sommaria non ha senso. È vero che possono essere accusate di cinismo, pigrizia, mancanza di cultura e di senso della responsabilità, ma è anche vero che in alcune circostanze hanno dato discreta prova di sé. Carlo Galli muove da questa riflessione per capire con quale spirito e con quali capacità le élites del nostro paese si sono rapportate alla politica e hanno interagito con la classe dirigente dei partiti. Dialogando con alcuni letterati italiani dei secoli scorsi (fra cui Machiavelli, Leopardi, Manzoni, Carducci, D'Annunzio) e filosofi e scienziati della politica (da Platone a Gramsci), Galli ripercorre il rapporto fra le élites italiane e la democrazia, rileva continuità e discontinuità, riflette su come esse non siano tanto riluttanti a esercitare dominio e predominio quanto piuttosto a essere qualcosa di più che un insieme di privilegiati. A smettere di oscillare, come un pendolo, tra l'assenza e il salvataggio in extremis di situazioni compromesse. Ad assumersi finalmente le responsabilità proprie del loro status.
Margherita Hack, "un bestione tutto senso e stupore", come l'ha scherzosamente definita un collega, ha attraversato il Novecento con lo sguardo rivolto verso un ignoto da indagare continuamente ma "con i piedi ben saldi per terra", mettendo la propria intelligenza e sensibilità al servizio di tutti sin dai suoi primi passi da ricercatrice. La sua contagiosa sete di conoscenza non si è mai placata. Dall'adolescenza in tempo di guerra, alla scoperta casuale dell'astrofisica, e nonostante le difficoltà incontrate all'inizio nell'ambiente universitario fiorentino, si è conquistata il proprio successo passo dopo passo senza mai dimenticarsi dei maestri che hanno contribuito a renderla la persona straordinaria che è: i suoi genitori, raro esempio di libertà e coerenza durante il fascismo, Otto Struve che l'ha invitata ad Harvard e il marito Aldo, l'"enciclopedia vivente" di cui si è cibata per una vita intera. In occasione dei suoi novant'anni, Margherita Hack si confida con acume e impertinenza; a noi "fratelli di zuppa", nati insieme a lei da quella primordiale esplosione di particelle, ricorda l'importanza dei principi che hanno guidato la sua vita: l'etica del lavoro, l'ostinazione, l'impegno civile e morale, la fiducia in se stessi e nelle proprie idee. Testimonia la sua partecipazione civile alle vicende della società italiana, ripercorre con la memoria la sua straordinaria avventura intellettuale contro corrente, e gli "scompigli" che non ha mai smesso di provocare.