Lungo il Novecento il cristianesimo latinoamericano ha vissuto una profonda trasformazione dovuta alla crescente diffusione di numerosi gruppi protestanti. Il presente volume ricostruisce in modo organico l'attenzione della Santa Sede verso la questione protestante in America Latina nella prima metà del secolo, offrendo un contributo storico fondato su materiale archivistico inedito, in particolare relativo al pontificato di Pio XII. Pur caratterizzata da una forte religiosità e da evidenti segnali di vitalità, l'America Latina attraversa in quegli anni una fase segnata da una crescita protestante sempre più ampia. Nel 1944, su indicazione di Pio XII, la Santa Sede promuove un'inchiesta volta a comprendere con precisione la situazione religiosa del continente e a predisporre un'adeguata strategia pastorale. Si avvia così un rilancio istituzionale del cattolicesimo latinoamericano, accompagnato dal rafforzamento dell'impegno ecclesiale mediante il coinvolgimento di nuove forze e l'invio di religiosi e membri del clero europeo e nordamericano. Gli anni del pontificato pacelliano rappresentano una stagione decisiva, in cui il cattolicesimo del continente matura una più consapevole responsabilità nel contesto universale della Chiesa.
C’è un momento, alle origini valdesi, in cui la Bibbia esce dal recinto degli specialisti e diventa parola portata per le strade, tradotta, imparata, predicata, brandita come obbedienza a Dio. Francesca Tasca torna a quel momento inaugurale senza miti e senza scorciatoie apologetiche. Attraverso cronache, commenti, lettere, sermoni e testi controversistici, segue le tracce minute di una rivoluzione fragile e ostinata: laici e laiche che riconoscono nelle Scritture non un oggetto da venerare a distanza, ma una voce da ascoltare e annunciare. Ne emerge una storia concreta del testo biblico come forza di identità, conflitto e trasformazione, alle radici del movimento valdese. E una domanda viva: che cosa accade quando la Parola cambia mani?
Una terza via per parlare degli angeli. Credete agli angeli? La domanda divide: per alcuni sono superstizione, per altri presenze da invocare. Daniel Marguerat apre una terza via, insieme sobria e sorprendente: tornare alla Bibbia per capire che cosa accade quando una parola, un incontro, un gesto di protezione vengono riconosciuti come visita dell’invisibile. L’angelo biblico non è una figura da catalogare né un essere alato da immaginare, ma un messaggero. Da Abramo a Giacobbe, da Balaam alla Pasqua e all’Apocalisse, questo libro invita a guardare il reale con occhi nuovi: senza rinunciare alla ragione, ma lasciando spazio al mistero che consola, inquieta e rimette in cammino. Una lettura per chi crede, per chi dubita e per chi non vuole chiudere in fretta la porta dell’invisibile.
Che cosa significa dire «noi»? Rut e Giona rispondono spiazzando ogni identità chiusa. Nel primo racconto, una donna straniera entra nella storia della promessa; nel secondo, Dio guarda con misericordia Ninive, la città nemica. Due libri brevi e potenti per interrogare il presente e scoprire nella Bibbia una parola più larga delle nostre appartenenze, capace di aprire relazione, futuro, ascolto e speranza. «La questione dell’identità caratterizza il nostro tempo. È attorno all’identità che si accendono passioni, si focalizza il conflitto, avvengono scelte politiche e si stendono agende etiche. Anche le religioni si trovano a ripensarsi entro questo orizzonte, e inevitabilmente i loro testi sacri vengono letti a partire dalla domanda identitaria. Ma le Scritture ebraico-cristiane si presentano come una grande discussione, impossibilitata a restringere ad imbuto una parola divina che è plurale. Per questo Rut e Giona non offrono un’identità tutta di un pezzo: aprono invece un dialogo in cui la fede si scopre attraversata dall’altro, e in cui la domanda su chi siamo resta aperta alla promessa di Dio». Prefazione di Paolo Curtaz.
In un tempo segnato da crisi profonde e incertezze dilaganti, questo volume è una guida luminosa per riscoprire la dottrina sociale della Chiesa. Essa è come una bussola per l'azione del cristiano nel mondo. Non è un sistema rigido o chiuso, ma un patrimonio dinamico, aperto a nuovi contributi e arricchimenti, purché non ne vengano alterati i princìpi fondamentali. Lo ricorda anche papa Leone che, in queste pagine, come osserva mons. Vito Angiuli in Prefazione, troverà una risposta ai suoi auspici per una rinnovata valorizzazione della dottrina sociale. Attraverso una riflessione rigorosa e attuale, l'autore invita il lettore ad approfondire i princìpi fondanti che, radicati nella fede e nella ragione, offrono orientamento e speranza per la società contemporanea. Analizzando sfide, minacce e nuove opportunità, il testo si fa compagno di viaggio per chi desidera costruire un mondo più giusto, solidale e conforme al piano di Dio, riscoprendo la bellezza di una convivenza ispirata al bene comune e al mistero della persona. Prefazione di Vito Angiuli.
La figura di Ernesto Buonaiuti (1881-1946), sacerdote scomunicato dalla Chiesa cattolica in quanto "modernista" e professore di storia del cristianesimo all’Università di Roma, privato della cattedra per il rifiuto di giurare fedeltà al regime fascista, continua a presentare ancora oggi, nonostante gli importanti studi che le sono stati dedicati, non poche zone d’ombra. Grazie all’ingente materiale inedito, reperito in alcuni archivi italiani e stranieri, e al confronto con la sua vasta bibliografia, è ora possibile fare luce sulla sua complessa vicenda esistenziale. In particolare, il volume ripercorre l’intricato e contraddittorio rapporto di Buonaiuti con la Chiesa romana, che osteggiò con continuità il suo "ministero" di riforma culturale e religiosa dell’Italia, trovando il sostegno non solo del fascismo, ma anche dei successivi governi democratici.
Il volume "Gesù è vivo" propone una riflessione intensa e appassionata sul cristianesimo come incontro personale con Cristo, più che come sistema dottrinale. Gli autori denunciano il fallimento delle ideologie moderne e indicano nel Vangelo l’unica risposta autentica alla crisi dell’uomo contemporaneo. Al centro dell’opera vi sono la speranza, la non violenza, la solidarietà e il primato dei valori spirituali. Gesù Cristo è presentato come presenza viva, capace di trasformare l’esistenza individuale e la società. Un testo testimoniale e provocatorio, che invita a riscoprire la fede come esperienza concreta e vitale.
Tempo e carità sono principi o movimenti legati l'uno all'altro e proprio nella loro strutturale apertura al trascendente diventano costitutivi della comunità ecclesiale. Mentre la preghiera cristiana è comunemente denominata "liturgia delle ore" proprio perché è un tutt'uno con il tempo che passa, la carità o amore per il prossimo è un comandamento e quindi pure legato inscindibilmente al tempo e alla sua origine. Entrambi sono un dono divino a edificazione di tutti e come tali essenziali «per l'edificazione della comunità» (1 Cor 14,12). È in questa prospettiva che sempre entrambi acquistano una rilevanza per tutto il diritto canonico. Nello spirito del canone 839 del CIC/1983 si desidera quindi aiutare a comprendere come «la carità con la quale Dio ha amato il mondo» (LG 41) spinge ogni fedele a compiere sempre "opere di carità", perché esse «aiutano grandemente a radicare e corroborare il regno di Cristo nelle anime e contribuiscono alla salvezza del mondo». Ecco il senso ultimo di queste annotazioni canonistiche su tempo e carità. Come afferma in modo autorevole ed efficace san Paolo: «La carità non avrà mai fine» (1 Cor 13,8).
Il volume promuove una teologia delle realtà sociali. Il contributo inerente alla dottrina sociale della Chiesa funge da punto di riferimento per gli altri saggi di etica sociale, intenti a esplorare l'apporto della fede in Gesù Cristo all'edificazione della cosa pubblica. L'angolatura da cui il credente scruta le vicende storiche è mutuata non dalle scienze sociali, di cui pure si avvale a motivo della loro capacità di illustrare il quadro sociale, bensì dalla tradizione apostolica, che si sostanzia nella dottrina sociale della Chiesa, intenta ad annunciare la salvezza che il Vangelo apporta in re sociali, disvelando il senso pieno delle realtà sociopolitiche e orientandovi l'agire umano.
Con sinteticità e chiarezza l’Autore presenta le ragioni teologiche utilizzate dal Documento Finale del Sinodo del 2024 per sostenere che la sinodalità è una dimensione costitutiva della Chiesa (nn. 12, 28). Il DF pone al vertice di tali ragioni teologiche il Battesimo, perché essendo ricevuto da tutti ed elevando tutti alla figliolanza divina, permette a tutti i cristiani di radunarsi insieme, testimoniare insieme, discernere insieme e camminare insieme verso una piena e visibile unità (nn. 15, 21). Per dar forza a questa sua affermazione, il DF sostiene che l’intero cammino sinodale si è svolto nella luce del magistero conciliare e che il Concilio Vaticano II è stato l’ispiratore di tutto il contenuto del DF (n. 5). Tale premessa, tuttavia, provoca non poca sorpresa nel lettore; non tutti concordano al riguardo, anzi, molti ne sono in pieno disaccordo, come dimostrano i numerosi dibattiti teologici sorti sul tema della sinodalità nel periodo postsinodale. Ecco allora la necessità di fare chiarezza, certi che le obiezioni sollevate in queste pagine possano aiutare il lettore a capire l’importanza del tema della sinodalità nella Chiesa e a fugare il rischio di possibili fraintendimenti.
Nei giorni del 2 e 3 giugno 1946, al termine della Seconda guerra mondiale e della Resistenza che aveva chiuso il ventennio fascista, gli italiani scelsero di dare all’Italia democratica una forma repubblicana. Ma quelle furono giornate storiche anche per un’altra ragione: per la prima volta a livello nazionale ‒ dopo le municipali di pochi mesi prima ‒ votarono le donne. Ebbe inizio così una trasformazione radicale, destinata a ridefinire i confini della cittadinanza e della democrazia italiana. A ottant’anni di distanza, questo numero di MicroMega torna su quel momento fondativo per ricostruirne il contesto, le tensioni, le speranze e per misurare quanto è stato fatto e quanto resta ancora da fare. Con contributi di: Maurizio Ridolfi, Patrizia Gabrielli, Chiara Giorgi, Carlo Galli, Paolo Flores d’Arcais, Guido Crainz, Emanuele Felice, Salvatore Romeo, Manfredi Alberti, Massimo Baldacci, Chiara Saraceno, Raffaele Carcano, Giorgia Serughetti, Alessandra Dino, Francesco Petruzzella, Davide Conti, Piero Ignazi, Francesco Filippi, Ezio Mauro, Elettra Santori.
Una raccolta di racconti inediti che vedono protagonista Rocco Schiavone, tra l’infanzia e la maturità, Roma e Aosta, la nostalgia e il dolore. L’amicizia con i compagni di Trastevere, prima da bambini e poi da adolescenti, eterni ragazzi di strada e di vita, sempre sospesi tra sfrontatezza e crimine. L’incontro inaspettato con la moglie Marina, in una tempesta di emozioni e presagi. Lo sdegno morale di fronte a un organizzatore di matrimoni, un wedding planner che sembra destinato a una brutta fine. Le pulsioni erotiche di un giorno di noia smisurata. La guerra e la Resistenza, le figurine dei calciatori, i sogni dell’infanzia. I morti ammazzati, i segreti di famiglia, la fatica di mettersi ancora una volta al lavoro su un nuovo caso. L’affetto e lo sprezzo per i colleghi, il rigore di chi cerca sempre la verità e applica una costante disubbidienza alla stupidità e all’ingiustizia. In queste storie Antonio Manzini sembra ripercorrere un cammino iniziato tredici anni fa con Pista nera creando un personaggio e un mondo in cui convivono umorismo e dramma, suspense e sensibilità, fotografia della realtà e rovesciamento tragicomico. I Tramezzini sono un punto di arrivo, e di rinnovata partenza.