Una narrazione spirituale che dà voce all’apostolo Pietro, immaginandolo a Roma, in prigione, mentre rilegge il proprio cammino di fede: scritto in prima persona, il testo si presenta come testimonianza immaginata e meditazione interiore, radicata nella Scrittura, nella tradizione patristica e nel Magistero della Chiesa, ma con un tono semplice, accessibile e profondamente umano. Come scrive Paolo Curtaz nella prefazione, «il libro di Giuseppe Cesareo aiuta a entrare nella vita di Pietro, mettendosi nei suoi panni, accorciando la distanza che ci separa da lui, per farlo tornare fratello e compagno di viaggio, e ci aiuta a desiderare di percorrere lo stesso cammino, a compiere gli stessi passi, a conoscere anche noi la tenerezza di Dio». Ne nasce un invito a scoprire Pietro non come una statua irraggiungibile, ma come un uomo fragile e appassionato, chiamato da Cristo a essere guida, custode e testimone della speranza.
Fin da piccoli, bambini e bambine scoprono con entusiasmo la bellezza di Sophia: il gusto di imparare, esplorare, conoscere, scoprire il piacere della conoscenza delle parole e degli altri linguaggi. Ma poi, per molti di loro, questa consapevolezza evapora, forse perché la tradizione scolastica trascura la componente estetica e emozionale del conoscere e lo impone come dovere, ridotto alla memorizzazione di nozioni e concetti non compresi e non vissuti come propri. Le conoscenze, però, diventano utili a patto che vengano non solo ricordate per superare una prova d’esame ma aprano lo sguardo sul mondo e sulla propria interiorità, plasmino il carattere e la sfera desiderante, divengano caratteristiche identitarie. Occorre dunque che l’incontro con i saperi e le conoscenze sia cura della vita della mente, consapevolezza estetico-emozionale, scoperta del piacere e della bellezza di Sophia.
"E poi torno anch’io", dice alla moglie un operaio che sta per essere deportato a Mauthausen. È l’8 marzo 1944 quando dalla stazione Santa Maria Novella a Firenze parte un treno diretto al lager. Su quel convoglio ci sono, tra gli altri, cinque lavoratori della Sitca (Stabilimento industriale toscano - Cartiera Cini), che avevano incrociato le braccia per il più grande sciopero della Seconda guerra mondiale. Arrestati con altre settantadue compagne da un solerte commissario di pubblica sicurezza, vengono portati al centro di raccolta nazista allestito alle scuole Leopoldine del capoluogo toscano. Le colleghe saranno liberate, loro moriranno a Mauthausen. Corredato da un documentario audio (accessibile tramite QR code), questo libro racconta le brevi vite di quegli uomini. Una storia ricostruita attraverso i documenti di archivio, l’istruttoria, la giustizia mancata, le voci e i ricordi dei familiari, che è anche una storia di donne, colleghe, mogli, figlie e nipoti che "tengono in vita" quella memoria.
Un libro per capire gli sconvolgenti cambiamenti in atto nel nostro mondo. Perché nel mondo crescono le autocrazie? E perché in Occidente i ceti meno abbienti e le periferie votano a destra mentre gli abitanti dei centri città sono in maggioranza progressisti? Per spiegare questa inversione spesso il popolo di sinistra si accontenta di luoghi comuni: per esempio che le persone meno colte non capiscono la complessità del mondo e addirittura votano contro i loro interessi.
In che misura i testi antichi greci e latini che noi leggiamo in copie confezionate almeno un millennio dopo che quelle opere erano state scritte, le rispecchiano fedelmente e quali modifiche hanno subìto? È una questione storica, che ne comporta una più operativa: quando si tenta l'edizione di una di quelle opere, quali procedure ci consentono di muoverci in direzione degli originali? È di questo che si occupa la filologia classica, una disciplina coltivata già nell'antichità, fin dal tempo della Grande Biblioteca di Alessandria nel III e II secolo a.C., e poi affinatasi principalmente come studio della tradizione. In questo volume Luciano Canfora si propone di familiarizzare i lettori con i concetti fondamentali di questa disciplina (variante, archetipo, stemma e soprattutto errore), grazie anche al ricorso ad esempi concreti. Se nei manoscritti a noi giunti non ci fossero errori, i filologi sarebbero disoccupati. Per fortuna ci sono, e perciò gli studiosi da secoli si affannano al fine di ricostruire gli «originali»: e prendono spunto proprio dalle difettose copie che abbiamo tra mano. Questo libro tenta di raccontare successi e sconfitte, delusioni e delizie, di tale incessante lavoro.
L'avventura dei personaggi del fortunato "Qualcosa, là fuori" non è finita, sebbene continui in uno scenario completamente diverso: dopo l'estenuante migrazione attraverso un'Europa devastata dalla crisi climatica, Marta, sua figlia Sara e il giovane Miguel sono riusciti ad arrivare in Scandinavia, dove le condizioni climatiche permettono ancora una vita civile organizzata. Accolti nella casa di Ahmed, i tre si illudono di essere in salvo. Purtroppo per loro, non è così. L'intelligenza artificiale esercita una sorveglianza soffusa e totale sulla popolazione, suddivisa in caste. Al vertice regnano i cittadini A, con neurochip impiantati nel cervello, con vite più lunghe e capacità fisiche che li rendono superiori a tutti gli altri. Quando i disastri climatici e la prolungata siccità cominciano a intaccare le risorse alimentari, i cittadini C, rigidamente confinati in città satellite di baracche improvvisate e abbandonati a sé stessi, si ribellano. Mentre le condizioni di vita si fanno sempre più proibitive, Marta, Sara e Miguel si uniscono alla Resistenza e si preparano all'ultimo sforzo... In questo incalzante romanzo di speculative fiction Bruno Arpaia immagina uno dei nostri possibili scenari futuri, del quale già si scorgono le tracce nel presente. Tracce che noi non vediamo o preferiamo non vedere.
Tala, palestinese di Città di Gaza, e Michelle, israeliana di Sderot, vivono a una dozzina di chilometri l’una dall’altra, separate da un muro e da una guerra. I loro mondi non potrebbero essere più distanti. Cresciute per odiarsi, accettano di scriversi grazie a un’idea di Dimitri Krier, giornalista del «Nouvel Obs», che le mette in contatto. Così, dal marzo 2024 fino al luglio 2025, nonostante i pericoli che un semplice scambio di lettere può comportare per entrambe, si scrivono. Nel caos della guerra - sotto il tiro dei razzi, tra il rumore delle sirene - mentre tutt’intorno dominano la sofferenza e il lutto, avviene un incontro autentico. Michelle e Tala non cercano di riconciliarsi, ma condividono le loro verità: le loro lettere parlano della quotidianità, degli studi di diritto, delle loro paure, ma anche dei libri preferiti, dei sogni, dei progetti per l’avvenire. Del dolore. Del desiderio di un futuro diverso. La loro corrispondenza non è soltanto un documento eccezionale. È la prova scritta che, se è possibile un dialogo tra questi due «cuori invincibili», allora è possibile per tutti gli altri. In attesa del momento in cui, per dirla con le parole di Tala, «la finiremo di venerare i morti e di combattere i vivi».
Dai tempi delle guerre persiane, Oriente e Occidente sono fratelli coltelli, amici e nemici, sogno e incubo. «L'Oriente è l'Oriente, l'Occidente è l'Occidente: e nessuno potrà mai accordarli», dichiara Rudyard Kipling al tempo della fondazione dell'impero britannico d'India. Sulla base dei troppi malintesi generati dal loro confronto sono emersi anche 'ismi' ideologici, tanto accaniti tra loro quanto ambigui: orientalismo e occidentalismo, avvolti nel dilatare delle loro contraddizioni. Già Oswald Spengler aveva decretato il 'tramonto dell'Occidente'; ma immediatamente, dietro l'Occidente-Europa spengleriano, se n'era andato profilando un altro, quello americano, che dopo aver soggiogato il Pacifico si apprestava a trangugiare anche l'Atlantico: Leviathan di terra e di mare secondo Carl Schmitt, contrapposto a Behemoth, compatto Oriente tutto terragno. Ma intanto però, altrove, dal Giappone alla Cina e all'India si andavano proponendo altri Occidenti, fondati su presupposti differenti da quello euroamericano e portatori di altre 'modernità'. Con la guerra in Ucraina, la Russia viene definitivamente spostata verso l'Asia ed esclusa dalla sua dimensione cristiana ed europea. Ma questa definizione di Occidente ha senso o è soltanto utile oggi per ragioni strumentali?
Alle voci di questo dizionario hanno partecipato circa settanta biblisti e studiosi di diverse discipline teologiche. L’obiettivo è quello di coniugare il rigore dell’esegesi con un approccio di carattere divulgativo, attento anche al lettore meno abituato al linguaggio teologico. Il dizionario prende in considerazione un numero molto ampio di voci, selezionate perché determinanti per la teologia biblica. Ogni voce offre un’aggiornata bibliografia e un approfondimento dei passi biblici più significativi, sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento. I diversi riferimenti biblici accompagnano chi legge alla meditazione e alla frequentazione della parola di Dio, rispettando un criterio classico dell’esegesi biblica: la Bibbia si comprende con la Bibbia. Consulenza teologica di Alessia Brombin e Maurizio Buioni
Perché si soffre? È forse il primo e più grande interrogativo che si pone l’uomo dinanzi alle innumerevoli forme che nella sua esperienza di vita il male può assumere. Una domanda che per i credenti è gravata dal pensiero angosciante di un Dio che lo consente: se Dio è buono, perché permette che gli innocenti soffrano? Il biblista Luca Mazzinghi e il filosofo Andrea Di Maio si mettono alla ricerca di possibili risposte rileggendo il Libro di Giobbe, il testo biblico che più di ogni altro ragiona sul mistero del male.
Istituito da Bonifacio VIII nel 1300, il giubileo è stato da subito non solo un evento di devozione religiosa, ma anche uno strumento di enorme importanza per il papato, con ricadute sul piano spirituale, politico, economico e culturale. A partire dal Novecento le celebrazioni dei giubilei sono state per la Santa Sede straordinari momenti di confronto con lo sviluppo dei media audiovisivi di massa. Se per il cinema, la radio e la televisione gli Anni Santi hanno funzionato da catalizzatori di attenzione verso il Vaticano, per la Santa Sede hanno rappresentato l'occasione per sperimentare attraverso i media audiovisivi nuove modalità di interpretare e dispiegare la missione universale del papato. Il volume ricostruisce questa complessa e poco indagata vicenda, delineando una storia lunga più di cento anni: la prima contesa cinematografica tra la Biograph e i Lumière per il giubileo del 1900, l'impatto della stampa per quello del 1925, della radio (1933) e della Tv (1950), fino all'irrompere dei nuovi media per il giubileo wojtyliano (2000) e il giubileo straordinario della misericordia (2015) voluto da papa Francesco.
Si è scritto molto sulla guerra nel Medioevo, non altrettanto sulla pace. D'altra parte, la stessa civiltà medievale, quando raccontava sé stessa, lo faceva per lo più attraverso la guerra; non c'era spazio nella narrazione per la pace, intesa come assenza, come vuoto senza alcuna rilevanza storica (e storiografica). Ermanno Orlando intende colmare proprio questo vuoto, ricostruendo la storia delle donne e degli uomini che hanno sostenuto la pace tra il X e il XV secolo, dando talora vita a veri e propri movimenti pacifisti: dai promotori delle paci e tregue di Dio a Francesco d'Assisi; da Raimondo Lullo a Niccolò da Cusa; da Caterina da Siena sino a Giovanna d'Arco. Il Medioevo occidentale si rivela così nella sua contraddizione più affascinante: un'epoca segnata dalla violenza e dai conflitti, ma al tempo stesso capace di elaborare riflessioni, pratiche e ideali di pace che ancora parlano al nostro presente.