Chi sono io, davvero? La domanda ritorna a ogni svolta dell'esistenza, e oggi trova meno appigli che mai: le identità si sono fatte fragili, la fede non è più ovvia, e nemmeno la parola «cristiano» dice ormai da sé che cosa siamo. Bonhoeffer, dal carcere, la formulava così: «Chi sono? Questo sono o sono quello?» - e rispondeva soltanto all'ultimo verso, rivolgendosi a Dio. Sette volte, nel Vangelo di Giovanni, Gesù risponde parlando di sé: io sono la porta, il buon pastore, la vite, la luce, il pane, la via, la risurrezione. Sette volte riprende, in greco, il nome che Dio aveva pronunciato davanti a Mosè, presso il roveto. Gerhard Gäde attraversa questi detti non da esegeta, ma da guida sapiente di esercizi spirituali. Ne esce una meditazione che chiama in causa Caino e Sartre, la crisi climatica e lo smarrimento della chiesa, tenendo ferma una sola intuizione: nell'«Io sono» di Gesù non si rivela soltanto lui. Viene rivelato chi siamo noi. Un libro da pregare, prima ancora che da leggere. «Io sono» è il nome che Mosè ode davanti al roveto ardente. Nel Vangelo di Giovanni lo pronuncia un uomo. Sette volte.