
In questo saggio, che chiude l'ideale trilogia dedicata a Leopardi, l'autore affronta il tema della modernità del poeta di Recanati. Egli anticipa il tratto fondamentale dell'uomo contemporaneo, che si muove in un universo fatto di opposizioni apparentemente inconciliabili. Nella sua lirica la frattura si esprime tramite polarità che si attraggono: per questo nel deserto c'è il fiore, nella finitudine il respiro dell'infinito, nella ferita della vita la presenza dolceamara di ciò che è perduto. Seguendo le vie dei "Canti" e delle "Operette morali", Prete indaga nelle pieghe di un solo verso - "negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi - nella "filologia fantastica" della prosa morale, concentrandosi sullo "Zibaldone", il testo forse più profondo della modernità.
Scopo dell'autore è quello di liberare il poeta da categorie scolastiche e semplicistiche che per molto tempo ne hanno avvilito il pensiero impedendo di accostarvisi in modo libero e interrogativo. La prima formula a essere messa in discussione è quella del pessimismo, seguito a ruota da quella che si ostina a vedere nel suo percorso poetico e intellettuale un passaggio dalla natura benigna alla natura matrigna. Nello smontare queste e altre costruzioni superficiali, viene posta in primo piano la definizione del pensiero di Leopardi come pensiero della finitudine. Nel cuore della finitudine prende campo l'azzardo di un infinito impossibile da esplorare e impossibile da trattenere nel linguaggio: è il germe da cui nasce il suo "pensiero poetante".

