
Perché alcuni popoli sono più aggressivi di altri? E per converso, come mai in alcune società «selvagge», come quelle dei Kung del Kalahari o degli Inuit canadesi, violenza e aggressività, per lo meno tra i membri dello stesso gruppo, sono quasi inesistenti? Secondo gli autori di questi saggi - tutti antropologi con diretta esperienza sul campo, dall'Oceania all'Artico, dall'Asia all'Africa - la risposta sta nel rapporto madre-figlio e nel successivo processo di socializzazione dei bambini. Nei diversi casi studiati, il carattere non-aggressivo è il prodotto culturale di un'educazione affettuosa e non punitiva tesa al controllo dell'ira, della paura, dell'ostilità. Un'educazione che, lungi dal cancellare una competizione non spietata, ritenuta al contrario salutare, spinge verso comportamenti sociali cooperativi. Ed è ormai certo che l'umanità, nella sua evoluzione biologica e sociale, debba molto di più allo sviluppo degli impulsi cooperativi che non allo sviluppo degli impulsi aggressivi. Anzi, il suo futuro dipende proprio dal loro ulteriore sviluppo, e non certo dalla loro soppressione.
La pelle è un organo dei più sottovalutati eppure dei più fondamentali: "Un essere umano può trascorrere la vita cieco e sordo o completamente privo dei sensi dell'olfatto e del gusto, ma non può sopravvivere senza le funzioni proprie della pelle" scrive Ashley Montagu, antropologo inglese dei più insigni e rivoluzionari del Novecento. Egli mette al centro del suo interesse la pelle in quanto organo complesso e affascinante, e approfondisce le infinite possibilità e le straordinarie conseguenze che toccarla presenta sullo sviluppo dell'uomo. Innumerevoli evidenze scientifiche sostengono la tesi che la sensazione del tatto come stimolo è assolutamente necessaria per la sopravvivenza dell'organismo, e che un'adeguata stimolazione tattile è di importanza fondamentale per il sano sviluppo comportamentale dell'individuo, a partire dal momento della sua nascita.

