
Il Tevere non è soltanto un fiume. È un dio dimenticato, un profeta crudele, una ferita aperta che attraversa l’Italia e l’Occidente. Una storia d’acqua. Dalla foce di Ostia fino alle sorgenti sul Monte Fumaiolo, Marzio G. Mian ne risale il corso, in un viaggio che è insieme reportage, esplorazione geografica, indagine storica e ricerca interiore. Ogni ansa del fiume spalanca un mondo: pescatori, eremiti, archeologi, ambientalisti, migranti, uomini e donne che resistono ai margini della modernità e custodiscono un patrimonio destinato a dissolversi. Ma lungo le sue rive riaffiorano anche Enea e Romolo, Annibale e san Francesco, Pasolini, Virgilio e T.S. Eliot, perché sul Tevere il passato non smette mai di abitare il presente. Risalendo la corrente, Mian attraversa un’Italia che sembra aver perduto il rapporto con il sacro, con la natura e con sé stessa. Il degrado ambientale, lo spopolamento degli Appennini, le migrazioni, la crisi della politica e la fragilità delle comunità si intrecciano in un racconto che unisce cronaca, memoria, mito e riflessione, mentre il fiume si fa immensa metafora del nostro tempo.
Nessun fiume al mondo ha visto scorrere tanta Storia, assistito a eventi così determinanti per i destini dell'umanità intera. Lungo le sue sponde si è generato ciò che siamo. Era un Padre, il Tevere. Addirittura un dio. Eppure è abbandonato, scartato, invisibile, come tutto quello che non è utile alla modernità. È un fiume sconosciuto; percorrerlo oggi, dalla foce di Ostia alle sorgenti in Romagna, è come esplorare una regione esotica, viaggiare tra le rovine d'una civiltà perduta che ha smarrito il contatto con il passato, la terra, il senso del divino. È ancora il fiume simbolo della nazione - forse dell'Occidente -, Storia fatta d'acqua, che custodisce il mito, l'identità, la bellezza e il capolavoro; ma anche via maestra da cui osservare la decadenza dell'Italia, di Roma, degli Appennini che si spopolano, dei borghi passati dal misticismo al materialismo. Risalendo alla sacra fonte, in compagnia di Enea, dei Borgia, di San Francesco e di tutte le figure che hanno segnato la biografia del Tevere, ma anche insieme a personaggi di oggi dal fascino romanzesco, Marzio G. Mian fa confluire nella narrazione altri corsi d'acqua che attraversano territori lontani. Come nello scorrere della vita, paesaggi, incontri e voci si mescolano a formare un'intima geografia, poiché, scriveva T. S. Eliot, il fiume è dentro di noi, il mare tutt'intorno a noi.

