
Abituati a non riflettere sulla morte, come se riguardasse soltanto gli altri, troviamo irrealistiche «la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà», sebbene di esse ci si proclami in attesa in ogni celebrazione eucaristica. La risurrezione di Gesù e degli esseri umani è uno dei contenuti fondamentali della fede cristiana, di cui l'autore intende mostrare la plausibilità alla luce della teologia, dialogando con il sapere scientifico. La resistenza di molti si basa sul fatto che la risurrezione non è verificabile. Tuttavia nel corso del tempo essa è stata strenuamente sostenuta dalle teologie cristiane e il dibattito si è interrogato se debba essere collocata alla fine del mondo o al termine della vita di ciascuno. Anche sulla condizione dei risorti è possibile interrogarsi cercando di pensare scientificamente la trasformazione della materia. Un libro che supera l'incapacità odierna di parlare del destino finale delle persone e del creato.
L'elezione di Leone XIV introduce diverse novità nella storia della Chiesa, ma una spicca su tutte: è il primo papa proveniente dagli Stati Uniti. Il suo insediamento è avvenuto nel contesto di una rottura dell'ordine internazionale liberale creato dopo la fine della Seconda guerra mondiale, che porta con sé una serie di incertezze riguardanti non solo l'asse transatlantico, ma anche i rapporti tra la Chiesa e il mondo, e all'interno della Chiesa globale. Un mutamento epocale che deriva dalla politica degli Stati Uniti di Trump e del movimento MAGA, in cui il rapporto tra religione e politica è ridefinito in una direzione diversa, se non per certi versi opposta, rispetto alla visione espressa dal magistero della Chiesa cattolica. La lezione di Agostino di fronte alla crisi dell'Impero Romano diventa per Leone XIV un modello per affrontare le tensioni interne alla Chiesa, in un mondo dove è ritornata la guerra come mezzo per la risoluzione dei conflitti tra le nazioni. A queste sfide inedite che il pontificato di Leone XIV si trova ad affrontare, e che investono l'unità della Chiesa e la pace nel mondo, si aggiunge quella rappresentata dall'intelligenza artificiale, al centro della enciclica Magnifica Humanitas, ampiamente commentata in queste pagine.
Sebbene condividano metodi e oggetti d'indagine, lo storico e il filologo hanno compiti diversi: le fonti sono per l'uno strumenti di conoscenza, per l'altro punti d'arrivo per comprendere valori e ideali della civiltà che in esse si esprime. Con il discorso pronunciato il 18 dicembre 1914 all'Università di Basilea - dov'era stato chiamato, a soli ventisei anni, a ricoprire la cattedra di Filologia classica -, Werner Jaeger scioglie la filologia dal legame con le scienze dell'antichità e le riconosce un'alta funzione pedagogica: preservare e custodire i beni eterni degli antichi, immergersi quanto più possibile nel loro mondo e «conservarlo puro per i contemporanei e per i posteri come somma eredità culturale». Mosso dal dovere del rispetto e della cura responsabile, il filologo sarà capace di «guidare gli uomini del proprio tempo verso l'eterno». Werner Jaeger (1888-1961), allievo di Ulrich von Wilamowitz-Moellendorff e suo successore sulla cattedra di Filologia classica all'Università di Berlino, ha segnato la storia degli studi classici nel Novecento. Tra le sue opere maggiori ricordiamo Paideia. Sulla formazione dell'uomo greco (1934-1955), pubblicata in tre volumi da La Nuova Italia (1953-1959), poi in volume unico da Bompiani (2003).
Un profilo della vita di Francesco d'Assisi tracciato sulla base di una lunga ricerca, in connessione con il dibattito sulle caratteristiche dell'identità francescana e sul ruolo della povertà religiosa. Gli scritti del santo e il dettato delle fonti - costituite dalle diverse biografie agiografiche e dalle compilazioni redatte nel corso del secolo xiii - traspaiono all'interno di una narrazione biografica che lascia a ogni singolo lettore il "suo" san Francesco, la sua spiritualità e testimonianza. Un racconto rigoroso e appassionante della vita del figlio del mercante di Assisi che, dopo otto secoli, suscita ancora profonda ammirazione.
La fortezza, capacità di resistere a ciò che minaccia la nostra incolumità, nasce dalla consapevolezza che siamo vulnerabili. Significa avere paura ma non lasciarsi frenare dal compiere il bene; assorbire gli urti con pazienza, uno dopo l'altro, senza che l'equilibrio interiore ne sia intaccato; saper accettare le ferite, fino a essere disposti a morire, nella lotta contro il male. Il cristiano è guidato in ciò dalla certezza che ogni colpo subìto è un passo verso un'incolumità più profonda ed essenziale. Oggi - scrive nella Prefazione Andrea Aguti - le riflessioni di Josef Pieper possono essere lette come un incoraggiamento a resistere agli sconvolgimenti dell'ordine politico in atto, ricordando che può esser forte soltanto chi è vulnerabile.
Di fronte alla secolarizzazione e alle recenti scoperte scientifiche, il cristianesimo attraversa una crisi di credibilità. L'idea di un Dio personale, separato dal mondo, che pianifica il corso della storia e interviene arbitrariamente nella creazione, è per molti difficilmente conciliabile con la cosmologia e la fisica quantistica, che descrivono l'universo come esito di processi evolutivi e la realtà come struttura di relazioni. Per dialogare con la modernità, la fede ha bisogno di linguaggi e paradigmi nuovi, radicati nella tradizione ma aperti al confronto con la scienza. Il post-teismo propone un'immagine di Dio come forza creativa che permea la realtà, l'evoluzione della natura e la storia degli uomini: tutto il mondo è in Dio, ma Dio non si esaurisce nel mondo. La questione se il post-teismo possa ancora dirsi cristiano dipende da come si definisce l'essenza del cristianesimo, in continuo cambiamento e capace, nel corso dei secoli, di ripensarsi senza tradire il cuore del proprio messaggio: Dio si svuota della sua divinità per incarnarsi nell'uomo e così rendere l'uomo e il mondo simili a sé.
Un libro che interpella la vita, lo stare al mondo e il lavorare: scritto nel 1948, dopo la seconda guerra mondiale, la prima in cui i bombardamenti colpirono deliberatamente città e civili, propone una modalità di ricostruzione che, in contrapposizione al marxismo, tenga conto di uno sguardo più profondo sulla natura umana, che comprenda anche la dimensione spirituale. Cuore della riflessione è il concetto di otium, strettamente legato alla capacità di contemplazione, approccio alla realtà di cui solo l'uomo è capace, liberandosi dalla schiavitù della prestazione, dell'affermazione di sé contro gli altri e di una visione del lavoro alienante. Non si vive per lavorare, ma, seguendo Aristotele, si lavora per avere otium, che è tale in quanto legato a un tempo altro, quello della festa e in particolare della festa religiosa - cristiana - che ha il suo culmine nel culto di Dio.
«Lo stile del Vangelo secondo Marco è stato paragonato a quello di uno scolaro. è lo stile di chi si esprime in una maniera disinvolta e popolare, non priva di un colorito immaginoso e di una simpatica attrattiva. [...] In nessuno degli altri Vangeli appare come in questo la immediatezza della narrazione. [...] Marco riproduce fedelmente l'annuncio cristiano primitivo nella sua forma più semplice ed elementare. Non commenta, non medita, non polemizza, ma racconta». dall'Introduzione di Pietro Rossano. Prefazione di Giulio Osto.

