
Sebbene condividano metodi e oggetti d'indagine, lo storico e il filologo hanno compiti diversi: le fonti sono per l'uno strumenti di conoscenza, per l'altro punti d'arrivo per comprendere valori e ideali della civiltà che in esse si esprime. Con il discorso pronunciato il 18 dicembre 1914 all'Università di Basilea - dov'era stato chiamato, a soli ventisei anni, a ricoprire la cattedra di Filologia classica -, Werner Jaeger scioglie la filologia dal legame con le scienze dell'antichità e le riconosce un'alta funzione pedagogica: preservare e custodire i beni eterni degli antichi, immergersi quanto più possibile nel loro mondo e «conservarlo puro per i contemporanei e per i posteri come somma eredità culturale». Mosso dal dovere del rispetto e della cura responsabile, il filologo sarà capace di «guidare gli uomini del proprio tempo verso l'eterno». Werner Jaeger (1888-1961), allievo di Ulrich von Wilamowitz-Moellendorff e suo successore sulla cattedra di Filologia classica all'Università di Berlino, ha segnato la storia degli studi classici nel Novecento. Tra le sue opere maggiori ricordiamo Paideia. Sulla formazione dell'uomo greco (1934-1955), pubblicata in tre volumi da La Nuova Italia (1953-1959), poi in volume unico da Bompiani (2003).
Un profilo della vita di Francesco d'Assisi tracciato sulla base di una lunga ricerca, in connessione con il dibattito sulle caratteristiche dell'identità francescana e sul ruolo della povertà religiosa. Gli scritti del santo e il dettato delle fonti - costituite dalle diverse biografie agiografiche e dalle compilazioni redatte nel corso del secolo xiii - traspaiono all'interno di una narrazione biografica che lascia a ogni singolo lettore il "suo" san Francesco, la sua spiritualità e testimonianza. Un racconto rigoroso e appassionante della vita del figlio del mercante di Assisi che, dopo otto secoli, suscita ancora profonda ammirazione.
La fortezza, capacità di resistere a ciò che minaccia la nostra incolumità, nasce dalla consapevolezza che siamo vulnerabili. Significa avere paura ma non lasciarsi frenare dal compiere il bene; assorbire gli urti con pazienza, uno dopo l'altro, senza che l'equilibrio interiore ne sia intaccato; saper accettare le ferite, fino a essere disposti a morire, nella lotta contro il male. Il cristiano è guidato in ciò dalla certezza che ogni colpo subìto è un passo verso un'incolumità più profonda ed essenziale. Oggi - scrive nella Prefazione Andrea Aguti - le riflessioni di Josef Pieper possono essere lette come un incoraggiamento a resistere agli sconvolgimenti dell'ordine politico in atto, ricordando che può esser forte soltanto chi è vulnerabile.
Di fronte alla secolarizzazione e alle recenti scoperte scientifiche, il cristianesimo attraversa una crisi di credibilità. L'idea di un Dio personale, separato dal mondo, che pianifica il corso della storia e interviene arbitrariamente nella creazione, è per molti difficilmente conciliabile con la cosmologia e la fisica quantistica, che descrivono l'universo come esito di processi evolutivi e la realtà come struttura di relazioni. Per dialogare con la modernità, la fede ha bisogno di linguaggi e paradigmi nuovi, radicati nella tradizione ma aperti al confronto con la scienza. Il post-teismo propone un'immagine di Dio come forza creativa che permea la realtà, l'evoluzione della natura e la storia degli uomini: tutto il mondo è in Dio, ma Dio non si esaurisce nel mondo. La questione se il post-teismo possa ancora dirsi cristiano dipende da come si definisce l'essenza del cristianesimo, in continuo cambiamento e capace, nel corso dei secoli, di ripensarsi senza tradire il cuore del proprio messaggio: Dio si svuota della sua divinità per incarnarsi nell'uomo e così rendere l'uomo e il mondo simili a sé.
Un libro che interpella la vita, lo stare al mondo e il lavorare: scritto nel 1948, dopo la seconda guerra mondiale, la prima in cui i bombardamenti colpirono deliberatamente città e civili, propone una modalità di ricostruzione che, in contrapposizione al marxismo, tenga conto di uno sguardo più profondo sulla natura umana, che comprenda anche la dimensione spirituale. Cuore della riflessione è il concetto di otium, strettamente legato alla capacità di contemplazione, approccio alla realtà di cui solo l'uomo è capace, liberandosi dalla schiavitù della prestazione, dell'affermazione di sé contro gli altri e di una visione del lavoro alienante. Non si vive per lavorare, ma, seguendo Aristotele, si lavora per avere otium, che è tale in quanto legato a un tempo altro, quello della festa e in particolare della festa religiosa - cristiana - che ha il suo culmine nel culto di Dio.
«Lo stile del Vangelo secondo Marco è stato paragonato a quello di uno scolaro. è lo stile di chi si esprime in una maniera disinvolta e popolare, non priva di un colorito immaginoso e di una simpatica attrattiva. [...] In nessuno degli altri Vangeli appare come in questo la immediatezza della narrazione. [...] Marco riproduce fedelmente l'annuncio cristiano primitivo nella sua forma più semplice ed elementare. Non commenta, non medita, non polemizza, ma racconta». dall'Introduzione di Pietro Rossano. Prefazione di Giulio Osto.

