
L’Italia che costruì la Repubblica era un Paese povero di titoli di studio (e di tutto il resto) ma affamato di conoscenza. Quella di oggi è una nazione ricca che ha fatto della diffidenza verso il sapere, la scienza e la cultura quasi una bandiera. Si studia meno, si legge meno, si ragiona meno. In compenso aumentano gli slogan, i capri espiatori e i venditori di presunte soluzioni semplici. Siamo entrati nell’epoca degli ottusi e continuiamo a comportarci come se nulla stesse accadendo. Ma il conto sta arrivando: nella stagnazione economica, nella fuga dei giovani, nell’impoverimento del dibattito pubblico, nell’incapacità di distinguere i problemi dalle loro caricature. Tornano a farci paura spettri che credevamo di aver consegnato al Novecento come le guerre e le dittature. Perché una società che rinuncia al pensiero critico proprio mentre le autocrazie, la propaganda digitale e gli algoritmi ridisegnano il mondo è destinata a generare mostri - o a esserne preda. Questo libro è un atto d’accusa e insieme un appello. Attraverso storie, dati, esempi racconta come l’ignoranza sia diventata una questione politica, economica e democratica. Perché un Paese che disinveste nella scuola, disprezza gli esperti, premia l’appartenenza più della competenza e considera la cultura un lusso invece che un diritto finisce inevitabilmente per smarrire se stesso. Ma possiamo ancora ritrovarci, invertire la decrescita infelice dei cervelli, restituire alle nuove generazioni un destino di prosperità: a patto di tornare a investire, massicciamente, su ciò che ci rende davvero liberi. Spoiler: non sono le armi.

