Dalle poligamie aristocratiche alle monogamie seriali, dalle concubine cinesi ai divorzi occidentali. Una storia viva, di grande attualità. «Nelle culture umane è la monogamia che è rara, mentre è comune la poligamia». Partendo da questa tesi dell'antropologo inglese Jack Goody, Marzio Barbagli ricostruisce la storia - in Europa, nelle Americhe, in Asia e in Africa - delle norme sociali che prescrivono con quanti individui gli esseri umani possono sposarsi, o convivere more uxorio per un certo periodo di tempo, simultaneamente o in sequenza, rendendo legittimi determinati legami e definendo chi ha accesso alla successione ereditaria e alla distribuzione della proprietà. Il passaggio dalle diverse forme di poligamia alla monogamia indissolubile e a quella seriale, alle convivenze, al matrimonio fra persone dello stesso sesso e al poliamore, permette di capire come e perché siano mutati i modi di formazione, trasformazione e dissoluzione delle famiglie, insieme alle relazioni interne e ai rapporti di parentela.
Incontri tra popoli, culture e civiltà del Mediterraneo: questo è "Fantastico Medioevo", narrazione avvincente ma rigorosa di un passato che parla al presente e orienta il futuro. I castelli degli Svevi segnano tutto il paesaggio dell’Italia meridionale. Qui soggiornò a lungo il grande imperatore Federico II con la sua corte e qui trovò il punto di innesco una vera e propria rivoluzione istituzionale, politica e culturale.
Incontri tra popoli, culture e civiltà del Mediterraneo: questo è "Fantastico Medioevo", narrazione avvincente ma rigorosa di un passato che parla al presente e orienta il futuro. Al crinale tra Medioevo e modernità, la Costituzione di Federico II fu dettata per il Regno di Sicilia, ma divenne immediatamente un vigoroso manifesto del potere imperiale.
Raccontare una guerra significa in primo luogo ricercarne le origini. Se le propagande hanno sempre le idee chiare e distribuiscono, con ilare incoscienza corruttrice, torti e ragioni, gli storici hanno il compito di scavare nel profondo e di risalire - se l’obiettivo è capire - «quanto possibile indietro nel tempo». È quanto fa Luciano Canfora in questo libro. Luciano Canfora ricostruisce quella che Tucidide definì la «grandissima guerra», un conflitto che durò ben più di trent’anni e logorò prima Atene e poi Sparta.
Il presente volume si propone di indagare alcuni aspetti connessi all'attuale riacutizzazione del conflitto israelo-palestinese: la relazione tra la firma nel 2020 degli storici Accordi di Abramo e la ripresa della violenza di Hamas; la potenziale islamizzazione dell'Occidente in corrispondenza e in ragione del sostegno delle piazze democratiche, europee e non, alla causa palestinese; la necessità di chiarire il modo in cui debba essere inteso Hamas, se come formazione politica legittimamente resistente o come gruppo armato terroristico. Fulcro del testo è l'interpretazione dell'antisionismo, disallineata rispetto alla modalità corrente. Partendo dall'estensione semantica che il concetto di 'sionista' avrebbe assunto, secondo lo studioso Abraham B. Yehoshua, dopo il 1948, per cui lo Stato di Israele non appartiene solo ai suoi cittadini, ma all'intero popolo ebraico, l'Autore riflette sulla possibilità di impiego della nozione di 'antisionismo anti-semitico' per designare quel tipo di contemporanea particolare avversione nei confronti di Israele e degli ebrei nella loro totalità, che, passando strumentalmente per la 'semplice' e 'legittima' critica nei confronti del governo dello Stato ebraico, troppo spesso, ormai, si volge nella delegittimazione e nella richiesta di annientamento di Israele, oggi imprescindibile principio informatore dell'identità 'normalizzata' degli ebrei. Chiude il testo l'esposizione (critica) dei termini in cui si stanno presentando tanto la questione dell'accusa rivolta dal Sudafrica a Israele per genocidio nei confronti del popolo palestinese, sottoposta nel dicembre 2023 alla Corte internazionale di giustizia, quanto la relativa discussione pubblica, che vede contrapposti docenti universitari, avvocati, esperti giuristi, esponenti politici e intellettuali, in un'atmosfera che aggiunge tensione continua a una guerra che sembra non avere fine.
Le guerre, la tregua e il papa della pace. È stato l’anno delle due guerre, in cui in Ucraina, cioè al centro dell’Europa, e in Medio Oriente, con particolare accanimento nella Striscia di Gaza ormai devastata, i combattimenti sono andati avanti giorno dopo giorno. Ma se nel primo caso sono continuati malgrado l’attivismo del presidente ucraino Zelensky e il tentativo - fallito - di Trump di convincere Putin ad accettare almeno un cessate il fuoco, in un vertice a due in Alaska pieno di riconoscimenti per l’autocrate russo, nel secondo, il presidente USA, dopo aver tessuto sapientemente una tela di accordi nel mondo arabo, è riuscito a ottenere la tregua di ottobre. È stato anche l’anno della scomparsa, dopo lunga malattia, di Francesco, papa per certi versi rivoluzionario, e dell’arrivo di Leone XIV, il primo pontefice statunitense, uscito a sorpresa da un conclave inaspettatamente breve.
Uno dei maggiori storici italiani del Novecento esplora il fenomeno della guerra: dal dominio della fanteria e degli scontri diretti nel mondo antico alla cavalleria medievale; dalla rivoluzione dell'artiglieria negli assedi e nei campi di battaglia alla costituzione di eserciti permanenti e centralizzati. Fino al Novecento, il secolo di Auschwitz e Hiroshima, con due conflitti mondiali seguiti dalla guerra fredda. L'analisi di Arsenio Frugoni, corredata da un ricco apparato iconografico, mostra come il fenomeno bellico rifletta le trasformazioni politiche, economiche e sociali delle diverse epoche. Un libro quanto mai contemporaneo: «Le guerre che recentemente si sono combattute, o che sono in corso, il continuo pericolo che la "coesistenza" di potenze dai diversi interessi e dalle contrastanti ideologie possa rompersi d'improvviso, sono realtà del tempo di "pace" che stiamo vivendo. Ma la realtà della guerra, così come la realtà della miseria, dell'ignoranza, dell'ingiustizia, non sono condizioni necessarie della società umana».
Mentre la deumanizzazione dei palestinesi raggiungeva il suo apice, Adam Raz è tornato a indagare le radici del conflitto, facendo luce su un lato della Guerra arabo-israeliana del 1948 strategicamente rimosso dalla memoria collettiva: il saccheggio di case, negozi e fattorie palestinesi da parte di combattenti e coloni israeliani. Grazie a un’ampia ricerca su fonti primarie - rapporti militari, giornali, lettere e diari -, Raz ricostruisce la storia cronologica di queste "sparizioni" e fornisce una lucida analisi della vicenda da una prospettiva socio-politica. Il suo lavoro svela il legame tra le razzie compiute e le politiche dell’allora primo ministro David Ben Gurion, che miravano a estendere le rivendicazioni israeliane sulle terre dei palestinesi e a mettere in ginocchio la loro economia, facendo sì che non avessero più nulla a cui tornare. In questo scenario emerge la complicità criminale di molti civili israeliani, che fecero bottino dei beni appartenuti a quelli che - prima di diventare nemici - erano i loro vicini di casa.
Un intrigante viaggio tra i "numeri sbagliati" della storia. La storia ci plasma, e per ricordarla tendiamo a semplificarla, schematizzarla: così molti numeri sono diventati luoghi comuni, radicati nella narrazione storica e nei modi di dire di tutti i giorni. Ma non sempre corrispondono alla realtà. Per ciascuno di questi numeri la confutazione non si basa su astruse teorie o pignolerie saccenti: è sotto gli occhi di tutti che si trova la nuda verità, eppure siamo disabituati a guardarla. Da Tito Tazio alle Guerre Puniche, dalla spedizione dei Mille ai testi sacri, fino al calendario gregoriano, ogni caso rivela quanto sia facile che un errore diventi "verità condivisa". Sono curiosità piacevoli, ma anche spunti per riflettere: in un'epoca dominata dalle fake news, imparare a distinguere i fatti dalle convenzioni è un esercizio prezioso che ci insegna a rimanere concentrati, a vedere la verità oltre la cortina fumogena del "lo dicono tutti". Perché, certo, può non cambiarci la vita sapere quante sono state davvero le Olimpiadi moderne, ma essere capaci di farsi una propria idea su dati reali e non in base a superficialità e propaganda quello sì che può cambiarci la vita. E poi, comunque, la storia è sempre bella di per sé, e conoscerla ci rende persone migliori.
Il volume affronta il tema dell’abuso di potere nelle società del passato e del presente da una prospettiva transdisciplinare. Da un lato, vengono sviluppati approcci metodologici e schemi di analisi dal punto di vista della filosofia e della teoria della storia, della didattica della storia, degli studi letterari, dell’antropologia, della storia della Chiesa e della religione. Dall’altro lato, i contributi trattano casi di studio che prestano particolare attenzione all’Olocausto, alla violenza di massa e alla guerra, alla storia della schiavitù, alla storia missionaria e agli abusi sessuali. L’attenzione si concentra sulle narrazioni della memoria, sulla politica della storia, sul rapporto tra storiografia, memoria pubblica, restituzione e riparazione, ma anche sull’empowerment e la partecipazione della società civile e delle vittime di violenza nella creazione della memoria pubblica, di spazi di commemorazione e di memoriali relativi a casi di abuso di potere.
Ecco, dunque, il punto di partenza: una mappa. Come quelle dei viaggiatori antichi: una carta un po’ ingiallita, stesa con attenzione su un tavolo di legno. Per scoprire che non c’è nessun confine naturale, nessun luogo geografico dove sia possibile affermare che abbia inizio l’Oriente. C’è invece un solo unico immenso macrocontinente, dove le divisioni tra Europa e Asia non sono geologiche ma umane, culturali e politiche. In questo libro Alessandro Vanoli racconta la storia di come l’Oriente ha contribuito a costruire l’Occidente. Una storia fatta di viaggi, mercanti e guerre e che parla di spezie, di gioielli e di pietre preziose, ma anche di un’infinità di scoperte, dalla bussola allo zero, al divano. Ma in parallelo racconta anche come, proprio assieme a questa progressiva mescolanza, si sia costruita sempre di più una contrapposizione culturale, ideologica e politica. Perché erano in Oriente il giardino dell’Eden e le immense ricchezze sognate da Alessandro Magno, ma erano a Oriente anche i barbari e i più terribili mostri. E di secolo in secolo tutto questo sarebbe stato ripreso e rivisto in forme diverse, fino ai sogni orientalistici più moderni fatti di harem e odalische, di asceti in meditazione ma anche di violenza e di tirannide. Sino al presente, tra spiritualità indiana, ristoranti di sushi e serie televisive coreane, in un mondo sempre più frammentato e segnato dai drammi del Medio Oriente e dal potere della nuova Cina, dove nessuna facile definizione basta ormai a dirci cosa di noi sia Occidente e cosa Oriente.
Padroni del mondo, garanzia e tutela della sicurezza di tutti, gli imperatori romani erano soverchiati dagli obblighi e dai doveri. Eppure una parte importante della loro vita era dedicata all’otium. Cos’era questo tempo libero che si concedevano? Com’era la vita quotidiana degli imperatori lontano da Roma, nelle loro sontuose ville? A prima vista, l’otium, il riposo, non si confà a un imperatore: la sua è una carica che non prevede interruzioni; su di lui grava il peso del mondo; la sua veglia protegge il sonno di tutti e la sua operosità assicura l’otium degli altri. Eppure, per molti imperatori la routine quotidiana era ordinatamente scandita da riposi, letture e pratiche ludiche. Anzi, l’otium era così importante che finiva per diventare un metro di giudizio: Plinio elogiava Traiano come cacciatore e timoniere perché nel suo ritemprarsi rivelava il suo vero carattere. Al contrario, le giornate dei cattivi imperatori, come Nerone, erano invase dai bagordi, al punto da fagocitare tutto il loro operato. Seguiremo la vita quotidiana degli imperatori nelle loro proprietà nella cintura verde che circondava Roma (gli horti) o mentre si muovevano tra le ville del Lazio e della Campania, anche se neanche lì incombenze e preoccupazioni cessavano di perseguitarli.