Per secoli bottino degli eserciti invasori, tra il 1940 e il 1945 le donne si ribellano alla cultura di guerra che usa lo stupro per umiliare il nemico sconfitto. Attraverso le lettere private del fondo Rai - "La mia guerra" e dell'Archivio della memoria delle donne di Bologna, il libro di Michela Ponzani ricostruisce la resistenza delle donne che vollero combattere la "guerra totale". Dietro la retorica del martire antifascista, la lotta armata al nazismo e al fascismo di Salò è per le partigiane un momento attraversato da tormenti interiori, da incertezze e paure. Ma è anche una guerra privata per l'emancipazione femminile, una sfida ai pregiudizi della società italiana e degli stessi compagni di banda. Oltre questo piccolo esercito che sceglie con coscienza la lotta antifascista, il libro ricostruisce le tattiche di sopravvivenza delle vittime della "guerra ai civili": sole con i mariti inviati al fronte, dispersi o deportati, le donne rompono il muro del silenzio sugli stupri di massa, commessi dalle truppe occupanti tedesche e dai marocchini nel Basso Lazio. Ma la guerra è fatta anche di "contatti tra nemici": molte donne s'innamorano del "tedesco invasore", da cui avranno anche dei figli. Considerate nel dopoguerra le "amanti del nemico", la loro storia sarà cancellata dalla memoria nazionale in nome del mito dell'eroina e madre, simbolo della nuova Italia democratica.
"Opera di grande giornalismo e di intensa testimonianza morale, 'ROma 1943' pubblicato per la prima volta nel 1945 - resta un modello inarrivabile di cronaca autentica, di verità essenziale che poco o nulla ha a che vedere con la tradizione spesso dissimulatrice del giornalismo italiano. Ne era consapevole lo stesso Monelli: 'Mi pare che da questa cronaca pur scarsa e lacunosa esca già una lezione terribile per tutti noi: spesso, scrivendo, mi pareva di fare un doloroso esame di coscienza'". Così, nella introduzione, Lucio Villari ci ricorda che questa consapevole onestà intellettuale è stata fondamentale per fare di "Roma 1943", a cinquant'anni dalla prima pubblicazione, un vero libro di storia. E, per il piacere del lettore, l'autore non dimentica, nel far cronaca, il gusto per l'ironia, senza lasciarsi sfuggire le situazioni paradossali che sempre si accompagnano ai drammi.
I testi raccolti per la prima volta in questo volume raccontano un aspetto essenziale, ma fondamentalmente sconosciuto, del grande storico dei Due corpi del re e dei Misteri dello stato.
L'avvento del Terzo Reich costrinse Kantorowicz - ebreo e soldato decorato della prima guerra mondiale - a rigiocare contro il regime nazista la propria posizione politica di conservatore e di appartenente al Circolo del poeta Stefan George, portandolo ad accettare l'esilio negli Stati Uniti all'indomani della Notte dei cristalli. Questo esilio, da cui non farà più ritorno, non implicò solo una cambiamento in senso esistenziale. Esso avrebbe segnato una svolta decisiva anche nel modo di concepire, leggere e raccontare la storia. Non a caso proprio in quegli anni tormentati e drammatici prese forma una riflessione sul senso della cultura europea, di cui Kantorowicz seppe essere un grande rappresentante e a cui offrì il suo sguardo lucido e intransigente.
Volume in 8° (cm. 15,5 x 21,5) di pagine 190 con oltre 50 illustrazioni tratte da antiche stampe e dipinti.
Nella fitta trama di genealogie stilistiche, di analisi iconografiche e iconologiche, di rinvii alla ricezione del pubblico e alle esigenze della committenza che danno corpo allo studio della produzione artistica, la dimensione territoriale risulta spesso decisiva: viaggi di artisti e di opere, mutuazioni di modelli, scambi culturali e materiali agevolati dalle grandi vie di pellegrinaggio o dalle rotte marittime, frontiere permeabili che, al di là della percezione corrente, agevolano le reciproche relazioni. E questo lo scenario, suggestivo e in gran parte inatteso, che prospettano i saggi qui riuniti di Liana Castelfranchi - tra i maggiori studiosi di arte medievale in Italia. Facendo perno sul concetto di "gotico internazionale" e sulla de-gerarchizzazione tra arti "maggiori" e cosiddette "minori", Liana Castelfranchi propone una rivisitazione dei nodi fondamentali della cultura figurativa tra Medioevo e Rinascimento nella quale l'Italia dialoga proficuamente con l'Europa e in particolare le Fiandre nel delicato momento di passaggio fra Tre e Quattrocento. A testi che hanno segnato in profondità gli studi recenti di storia dell'arte ne sono stati affiancati di inediti e poco noti che delineano figure fondamentali come Giovannino de' Grassi, Masaccio, Beato Angelico, Jan van Eyck, Hans Memling e Antonello da Messina, con importanti puntualizzazioni filologiche e critiche.
Siamo seduti a tavola e il cibo viene servito in una successione uguale per tutti. Oggi accade normalmente e ci pare ovvio: ma è stato sempre così? Non nel Medioevo. La tavola medievale segue un altro modello, simile a quello che troviamo ancora praticato in Cina e in Giappone: i cibi sono serviti simultaneamente e spetta a ciascun convitato sceglierli e ordinarli secondo il proprio gusto. Ancora: la cucina contemporanea tende a rispettare i sapori naturali e a riservare a ciascuno di essi uno spazio distinto, nei singoli piatti come nell'ordine del menù. Ma queste regole non sono un archetipo universale. La cucina medievale preferiva mescolare i sapori ed esaltava l'idea dell'artificio, che modifica la natura. Sia la preparazione delle singole vivande, sia la loro dislocazione all'interno del pasto rispondevano a una logica sintetica: tenere insieme più che separare. Ma se le differenze di gusto fra noi e il Medioevo sono importanti, altrettanto forti sono le continuità. Alcune preparazioni costituiscono tuttora un segno forte dell'identità alimentare: la pasta, la polenta, il pane, le torte, una molteplicità di piatti a base di carne, pesce, formaggio, verdure che hanno garantito nei secoli la sopravvivenza e il piacere degli individui. Il viaggio a cui ci introduce Montanari nelle pagine di questo libro ci fa conoscere un territorio doppiamente affascinante, perché vicino e, al tempo stesso, lontano.
La prima grande insurrezione contro il sistema sovietico dopo la fine della seconda guerra mondiale si consumò in Ungheria tra il 23 ottobre e il 4 novembre 1956. Di quel lontano episodio sono noti pressoché tutti gli sviluppi: dalla scintilla accesa con le manifestazioni studentesche a Budapest alla prima repressione all'alba del giorno successivo, dai vacillanti governi guidati da Imre Nagy al "fraterno" intervento dell'Armata Rossa. Nei confronti di quella tragica vicenda il PCI (e l'industria editoriale a esso collegata) adottò un atteggiamento fermo e intransigente, salutando benevolmente la sanguinosa repressione messa in atto dai sovietici. Ma non si limitò a questo. In realtà avviò un'opera di capillare disinformazione - tacendo alcuni fatti, falsificandone o distorcendone altri - organizzata con la complicità di tutte le sue più autorevoli testate. Attingendo alle pagine de "l'Unità" e di periodici come "Rinascita", "Vie Nuove", "Nuovi argomenti", "Ragionamenti", "Realtà sovietica" e "Mondo Operaio" (rivista vicina al PSI), Alessandro Frigerio ricostruisce in questo libro la "macchina del fango" allestita a Botteghe Oscure, evidenziando non solo i dispositivi concettuali che la resero così efficiente ma anche il costante alimento fornito dal conformismo dottrinale di direttori, giornalisti e intellettuali di partito, pronti a mettere l'ideologia al servizio della delegittimazione della rivoluzione.
Qual è il significato delle Fosse Ardeatine? Quale memoria ha lasciato la strage nazista compiuta a Roma il 24 marzo 1944, come rappresaglia dell'attentato partigiano di via Rasella, in cui il giorno prima erano morti 33 tedeschi? E quale rapporto si può istituire tra il ricordo di quella strage e l'identità collettiva di un'intera città? L'eterogeneità sociale e politica delle 355 persone uccise fa delle Fosse Ardeatine un avvenimento emblematico, che lega insieme "tutte le storie" di Roma: a cadere sotto il piombo tedesco furono infatti generali e straccivendoli, operai e intellettuali, commercianti e artigiani, un prete e 75 ebrei; monarchici e azionisti, liberali e comunisti, ma anche persone prive di appartenenza politica. Protagonista assoluta del libro è la voce diretta dei portatori della memoria: duecento intervistati, di cinque generazioni, e di diversissima estrazione sociale e politica (compresi fascisti ed ex fascisti). Le vicende personali dei superstiti e dei protagonisti mostrano come tutti abbiano convissuto, e convivano ancora, con una drammatica eredità. Ancora oggi, in modo singolare, le Fosse Ardeatine rappresentano un banco di prova della coscienza delle nuove generazioni. Raccolte da Alessandro Portelli, le voci di questo libro danno adito a una ricostruzione di grande respiro corale, che si struttura attorno all'elaborazione e alla fissazione di un linguaggio. Ed è il linguaggio, alla fine, a farsi storia: una storia parlata; parlata a Roma.
Allo scoppio della Seconda guerra mondiale, la Regia Marina italiana era considerata la quarta potenza navale del mondo; ciononostante, il suo ruolo non ha ricevuto la necessaria attenzione, a causa della sua presunta incapacità. È vero che le sue navi erano antiquate, che non conosceva l'uso del radar e che i suoi marinai avevano la fama di essere indisciplinati e male addestrati; ma il maggiore ostacolo che impediva alla Marina italiana di essere una forza all'avanguardia era costituito dal suo complesso sistema di comando, per di più afflitto da un'esasperante burocrazia. In questo libro, Mark E. Stille spiega in che modo le navi da battaglia italiane seppero comunque mantenere alta la propria reputazione, esaminandone la straordinaria potenzialità, nonché il coraggio e la determinazione che le sue flotte dimostrarono nei momenti più drammatici del conflitto nel Mediterraneo: in Calabria, nel Golfo della Sirte, a Capo Spartivento e a Matapan. A corredo del volume, una raccolta di immagini fotografiche provenienti dagli archivi della Marina italiana.
La serie di modelli RPG è considerata da molti esperti la famiglia di armi controcarro più diffusa al mondo. Sviluppati subito dopo la Seconda guerra mondiale, questi sistemi si sono dimostrati semplici, flessibili e potenti, capaci di ottenere risultati molto superiori alle aspettative, soprattutto quando impiegati da forze irregolari. Leggeri, di facile impiego e manutenzione, gli RPG sono diventati l'arma prediletta di miliziani, gruppi di ribelli e guerriglieri, dai quali sono stati utilizzati in funzione contraerea, di artiglieria improvvisata e per distruggere svariate tipologie di obiettivi, fra cui opere fortificate e navi.