Benché tutti celebrino l’era dell’individuo sovrano e dell’io autosufficiente, scendendo dal piano alto delle idee per praticare la vita quotidiana, ci imbattiamo in una moltitudine di fenomeni che segnalano tutt’altro. Il rifiuto patito in una relazione amorosa, la stigmatizzazione perché fisicamente «diversi», l’ostracismo negli ambienti di lavoro, l’essere ignorati dalla propria famiglia costituiscono esperienze dolorose che quasi tutti gli esseri umani, chi più chi meno, vivono nel corso dell’esistenza. A dispetto di questa pervasività del fenomeno, la psicologia gli ha prestato poca attenzione sistematica, sopratutto nei confronti dell’ostracismo sul piano interpersonale. Proprio l’essere esclusi, respinti e ignorati è il focus di questo libro che – per la prima volta nel panorama editoriale italiano – affronta una condizione esistenziale diventata un ingrediente quasi inevitabile della nostra società contemporanea.
Scritto nel 1942, questo volume presenta una revisione delle teorie psicoanalitiche. Le intuizioni fondamentali in esso contenute resero necassaria, per i fondatori della psicoterapia della Gestalt, l'elaborazione di un nuovo modello psicoterapeutico. Lo psicoanalista tedesco Frederick Perls intuì i limiti più significativi della psicoanalisi che si andarono evidenziando durante la seconda guerra mondiale sotto la spinta dei nuovi paradigmi culturali. Pubblicò allora questo libro, che venne ripubblicato negli Stati Uniti nel 1949. Nel periodo in cui nascevano le teorie della relazione oggettuale e le teorie sistemiche, il Perls creò un ponte tra la psicologia clinica, la psicologia generale e il contesto culturale, dando vita alla "psicoterapia della Gestalt".
È compito dei ragazzi rompere con la tradizione per contrapporre nuove forme identitarie, ma è compito degli adulti leggere nella trasgressione quella trama che permette un'integrazione tra il vecchio e il nuovo e che consente di fare cultura con il fare degli adolescenti anche alla periferia del mondo. Se possiamo cogliere nei comportamenti dei ragazzi anche la spinta individuativa che li porta ad essere ciò che sono al di là di ogni influenza ambientale, forse possiamo ridare il giusto valore a molte manifestazioni relegando invece, con atteggiamento rigoroso, all'ambito patologico solo ciò che rischia di risolversi in un pericoloso acting-out. Cosa trovano i ragazzi nel gruppo di appartenenza? Perché preferiscono il rap o il metal? Essere emo in che cosa lo rende diverso dagli altri? Arrampicarsi sui muri di notte per lasciare la propria tag provoca la stessa emozione dei percorsi che permettono di saltare da un muro all'altro? Che significato ha segnare o ferire il proprio corpo? Il libro tenta di rispondere a queste domande entrando all'interno delle culture giovanili per rintracciarne le origini e segnarne il percorso e ritrovare le trame che consentono anche agli adulti di oggi di comprendere il significato del processo adolescenziale. I ragazzi spesso si muovono in aree che non sono nemmeno pensabili dagli adulti e rischiano di infrangersi nella concretezza delle loro azioni, virtuali o reali che siano, senza poter nemmeno comprendere il senso della propria trasgressione.
Essere genitori è una grandissima gioia ma comporta anche difficoltà, ansie, incertezze perché tanti sono i momenti in cui le tappe evolutive dei figli e i loro cambiamenti possono presentare dei problemi. Alba Marcoli, psicoterapeuta che da anni si occupa di infanzia, ha raccolto le sue esperienze e quelle di alcuni colleghi e in questo libro, attraverso l'analisi di storie vere, ci mostra come vengono affrontati dai terapeuti i momenti di crisi più comuni - la depressione post partum, i primi distacchi, la scolarizzazione, le paure per l'età adolescenziale e i conflitti con il corpo - e le difficoltà legate invece a condizioni specifiche, come l'adozione, la disabilità, la migrazione, la separazione dei genitori.
Possiamo credere a ciò che vediamo con i nostri occhi? Solo in parte, le illusioni ci traggono in inganno con linee di uguale lunghezza quando tutti gli indizi suggeriscono il contrario.
Con numerosi e sorprendenti esempi – le figure ambigue, le figure impossibili... –, Gregory mostra che non sono i nostri occhi a sbagliare ma il nostro cervello. Ci affidiamo a presupposti innati sul modo in cui funziona il mondo, ci aspettiamo che un palazzo sembri piccolo perché è lontano. Se si crea un’immagine che mette in dubbio questi presupposti siamo indotti in errore. Vediamo ciò che ci aspettiamo di vedere. Se non fosse così, non vi sarebbero illusioni, e non esisterebbe alcuna magia.
L'autore
Richard Gregory, percettologo di fama internazionale, è stato professore di Neuropsicologia all’Università di Bristol. Nella collana Scienza e idee è stato pubblicato Occhio e cervello. La psicologia del vedere (1998).