La fine del mondo è già avvenuta. Più volte. Ma qualcuno è sempre sopravvissuto. Quando la Storia decreta la fine di una civiltà e tutto ciò che era familiare si disintegra, resta una sola domanda: dove fuggire, se il futuro è ormai alle nostre spalle? Per millenni, i popoli del Mediterraneo hanno custodito una sapienza segreta su come attraversare le apocalissi. Hanno coltivato l’arte di emigrare nello spazio, nell’immaginazione, nel simbolo. Hanno imparato a disertare i mondi in rovina e a cercare luoghi in cui ricominciare. Federico Campagna ricostruisce l’epica di queste rotte invisibili, raccontando un’altra geografia del possibile. Per millenni i popoli del Mediterraneo hanno affrontato guerre, persecuzioni e catastrofi naturali: tante piccole apocalissi. Ma ogni volta che il loro mondo veniva distrutto, sapevano migrare verso un «altrove» dove vivere fosse di nuovo possibile. Si spostavano da costa a costa, come i migranti di oggi alla ricerca di un futuro migliore, ma soprattutto viaggiavano con l’immaginazione al di là dei confini tracciati dalla Storia. Osavano spingersi verso quel luogo invisibile dove non smettono mai di nascere nuove concezioni del mondo e della vita. Questo libro segue i loro viaggi, partendo dalle battaglie cosmiche con cui gli dèi e gli eroi mesopotamici ed egizi diedero avvio alla creazione dell’universo. Supera i confini orientali della Persia, lungo lo strano percorso tracciato dal personaggio di Alessandro Magno nelle storie dei cantori popolari. Attraversa i secoli tumultuosi della Tarda Antichità in compagnia di mistici e visionari, avventurandosi nel tempo dell’ascesa dell’Islam e delle crociate. Solca le onde che furono testimoni delle avventure di migliaia di corsari, pirati e schiavi nella prima Modernità, per poi approdare tra i sogni e le tragedie del XX secolo. E si conclude sulle coste del Mediterraneo dei giorni nostri, dove il resto di questa storia si sta ancora scrivendo.
Un magistrale reportage narrativo, in forma di pamphlet, che lancia un grido d’allarme sulla dipendenza da cellulare e sulle conseguenze del capitalismo digitale. Una dodicenne partecipa a una sfida lanciata sui social, va a scuola con una borraccia piena di vodka e finisce in coma etilico. Un bambino, scrollando TikTok, si imbatte in un gioco che consiste nel prendere più pastiglie di paracetamolo possibile e finisce in ospedale. La maestra di una scuola elementare muore in un incidente stradale causato dall’autista del pullman su cui viaggiava: l’uomo, invece di guardare la strada, digitava sul cellulare. Attraverso storie come queste a tratti scioccanti, Carlo Verdelli racconta una rivoluzione, quella dei telefonini e delle loro applicazioni, che sta modificando nel profondo tanto gli adolescenti quanto gli adulti. E della cui pericolosa enormità - anche per le ingerenze della tecnologia nella politica - nessuno sembra volersi occupare. «La realtà è che il cellulare inteso come smartphone è un carcere senza sbarre e noi ci siamo dentro. Prendere consapevolezza che il problema esiste è già un buon punto di partenza».
Finlandia, 1939. L'apparente silenzio della foresta è in realtà un coro di suoni e di voci. Il giovane Simo ha imparato dal padre a non trascurare alcun dettaglio. È un cacciatore esperto e conosce il respiro della volpe, sa adattare il proprio a quello dell'animale, prima di colpire. Sa valutare le distanze e quanta differenza può fare un errore di calcolo. Ciò che ancora non sa è che presto la sua precisione infallibile si misurerà in vite umane, tolte e salvate. Nell'autunno di quell'anno l'Unione Sovietica si appresta ad aggredire la Carelia, un'area apparentemente innocua, ma strategica per la sua posizione di ponte tra il fronte tedesco e quello russo. L'attacco non è immediato, passano mesi di incertezza, e in questo tempo di attesa, mentre l'inverno inizia a stringere la sua morsa, un milione di finlandesi viene reclutato. Sono giovani inesperti della guerra, un popolo pacifico che viene condotto lungo le linee di confine, senza attrezzature adatte, spesso senza preparazione. E così, nel freddo più spietato, nel cuore del conflitto più violento della sua storia, il popolo intero di un piccolo Stato si solleverà contro il nemico e, tra i suoi soldati, nascerà una leggenda: Simo Häyhä, che grazie alle insuperate doti di tiratore diventa la Morte Bianca, il fantasma inespugnabile per la schiacciante Armata rossa, il simbolo di un'incredibile resistenza, fonte d'ispirazione per i compagni in trincea. Con sguardo lucido Norek ci avvicina a Simo, ma anche a Toivo, Viktor, Leena e tanti altri, protagonisti di un destino che non hanno scelto ma di cui sono inevitabilmente gli eroi. "I guerrieri d'inverno" è un romanzo sulla durezza e sull'umanità che si confrontano durante le guerre, uno studio attentissimo a quanto è successo ed è stato dimenticato. Un romanzo che ci parla, ancora oggi, di quei luoghi in cui la Storia irrompe come una tempesta, e dove la lotta per la propria libertà si accende, senza filtri.
Nel 1992 le uccisioni di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono state il momento culminante di una stagione di contrapposizione frontale tra la mafia e le istituzioni statali. Da circa un quindicennio, per la prima volta nella sua storia, il fenomeno mafioso aveva assunto esplicitamente un carattere eversivo. Ciò determinò non soltanto un’inedita risposta da parte dello Stato ma anche la nascita del movimento antimafia. Il rilievo che assunsero quei drammatici avvenimenti non fu limitato alla sola Sicilia: divennero parte di uno dei più complessi passaggi della storia dell’Italia contemporanea. Il volume rappresenta uno dei primi tentativi di approfondire quelle vicende e il contesto nel quale si inseriscono, provando ad andare oltre al piano - pure importante, ma che non può restare l’unico - della celebrazione e della memoria.
Smartphone, social network e streaming entrano nella vita dei bambini fin dalla nascita e ne ridisegnano profondamente i percorsi di crescita. Come possono genitori ed educatori orientarsi in questa rivoluzione digitale senza precedenti? Dalle prime interazioni con gli schermi all'alfabetizzazione digitale, dalla gestione dei rischi del web alla costruzione di un'identità consapevole sui social network, ogni capitolo offre spunti concreti e soluzioni realistiche fondate sulle più recenti evidenze neuroscientifiche e psicologiche. Una guida affidabile e autorevole, che non demonizza la tecnologia ma la riconosce come opportunità da governare, offrendo agli adulti gli strumenti per diventare mediatori digitali preparati e competenti.
Il libro ripercorre l'eredità filosofica e giuridica che, da Kant a Kelsen, ha incarnato l'ideale di una pace giusta da costruirsi attraverso i diritti dell'uomo e le istituzioni, sia sul piano interno che sotto il profilo internazionale. Dopo la Seconda guerra mondiale la Carta delle Nazioni Unite (1945) e la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (1948) diedero corpo a questa prospettiva. Ma Stato di diritto, democrazia, diritti umani sono elementi costitutivi di una speranza progettuale che appare oggi largamente sconfessata, in un mondo in cui tentazioni nazionalistiche e imperiali di varia natura, politica di potenza, distruzione dell'ambiente, guerre e massacri di popolazioni civili dilagano. Una presentazione commentata delle dichiarazioni e convenzioni internazionali più significative, che hanno segnato in profondità la nostra storia nella generale prospettiva della pace attraverso il diritto e di una Politica che aspiri a pensarsi con la "P" maiuscola, a difesa delle più preziose eredità della democrazia costituzionale e dei suoi valori.
Che cosa e come vedono gli occhi di coloro che credono? Si crede perché si è visto oppure si vede perché si crede? Con originalità e precisione Rousselot scioglie i nodi e le fatiche nel comporre ed esplorare l'atto di fede nelle sue dimensioni di razionalità e intuizione, libertà e certezza, percezione e decisione. Il saggio "Gli occhi della fede", tradotto in molte lingue, ha ispirato innumerevoli pensatori - da Henri de Lubac, fino a Ratzinger e papa Francesco (enciclica Lumen fidei) - che hanno ripreso la felice metafora della luce della grazia e degli occhi della fede. Un classico della teologia del Novecento che ha influenzato ampiamente la riflessione sulla fede: l'atto di fede emerge nella sua essenza come azione integrale della persona, esperienza di disposizione affettiva e scelta libera trasformate da una relazione d'amore gratuita ed eccedente.
"La vita anteriore" è l’autobiografia della generazione nata a cavallo degli anni Quaranta, che ha un tratto che la rende particolare. È l’unica nella storia che si sia trovata a ‘saltare un evo intero’ - o forse più di uno - e a superare in una vita sola tanti radicali capovolgimenti di modi di vivere e di pensare. Nell’intervallo tra allora e ora è infatti cambiata ogni cosa, più volte, fuori e dentro di noi: le case e le famiglie, l’ambiente, i codici di comportamento, i modi di divertirsi, di lavorare, di stare insieme, di amarsi, le relazioni tra le persone e i rituali sociali, l’educazione e la scuola, gli oggetti e i gadget della vita quotidiana, l’abbigliamento e la concezione del corpo, dell’identità personale e del sesso, le pratiche religiose, il modo di guardare e di fotografare, di parlarsi e di telefonare, i mezzi di trasporto e il modo di viaggiare, la cura della salute, il modo di mangiare, l’eros e le passioni, la compassione e la pietà, le forme politiche e la socialità. Questo incessante turbine di cambiamenti, di cui le generazioni successive non sanno nulla, ha bisogno di essere raccontato perché, per una strana deformazione imposta dalla modernità, quanto più sappiamo di quel che accade, tanto meno ci rendiamo conto di quel che scompare e va via. Con una scrittura appassionata, forti zoomate tra passato e presente e continue dissolvenze tra la memoria personale e lo sguardo storico, "La vita anteriore" racconta questo turbine, vividamente restituito dalle molte fotografie di persone, oggetti, ambienti, situazioni sociali e personali.
Adolfo Wasem e Sonia Mosquera furono rapiti nel 1972, in Uruguay, durante la dittatura militare. Per dodici anni furono sottoposti a torture indicibili. Wasem e tutto il comitato direttivo dei Tupamaros - tra cui il "presidente povero" Pepe Mujica - vissero in isolamento in cunicoli sotterranei chiamati calabozos, nel silenzio più assoluto. In una casa alla periferia di Roma, quarant’anni dopo la morte di Wasem, una donna, alle prese col suo ennesimo trasloco, trova un libro. La storia di Wasem le insegna che ciascuno può fare la rivoluzione a modo suo, e che aver perso i soldi, la famiglia, la casa, gli amici, non significa dover rinunciare alla libertà. Tutte le famiglie felici si assomigliano e ognuna è infelice a modo suo, dice uno dei capolavori della letteratura, ed è di certo vero. Ma lo è altrettanto che tutte le storie del mondo, anche quando sembrano slegate l’una dall’altra, distanti nel tempo e nella geografia, nella condizione politica e sociale, viaggiano unite da un filo che si chiama libertà: cercare di stare in piedi per poter cadere e rialzarsi, andare a capo. Gaja Cenciarelli, con la sfrontatezza che abbiamo amato in tutti i suoi romanzi, ci porta nella sua vita e in quella di Adolfo Wasem, per testimoniare come la rivoluzione è sempre possibile, anche quando si chiama "cambiare casa". Queste sono le storie di un rivoluzionario e di una maestra, che poi sono una storia sola. Che è pure la nostra.
Cosa genera davvero le disuguaglianze? Sono il frutto di leggi naturali, di tradizioni culturali, o piuttosto il risultato di scelte politiche e rapporti di forza sociali? In questo saggio agile e penetrante, Thomas Piketty - tra i più influenti economisti contemporanei - smonta i miti dell’inevitabilità e propone una lettura storica e comparativa dei "regimi inegualitari" che hanno segnato le società moderne. Partendo da una conferenza tenuta al Musée du Quai Branly di Parigi, Piketty esplora le radici delle disuguaglianze economiche, di genere, ambientali e culturali, mostrando come la loro evoluzione sia sempre legata a dinamiche istituzionali e mobilitazioni collettive. Dalla tassazione progressiva all’accesso universale all’istruzione, dalla governance partecipativa alla giustizia climatica, il libro traccia un percorso concreto verso una società più equa. Un saggio illuminante che ci invita a ripensare il concetto stesso di giustizia sociale, e a riconoscere che l’uguaglianza non è un’utopia, ma una possibilità storica.
I sistemi semplici si somigliano tutti, ogni sistema complesso è complesso a modo suo. Così, parafrasando l'incipit di "Anna Karenina", Giorgio Parisi - premio Nobel per la Fisica nel 2021 proprio «per contributi rivoluzionari alla teoria dei sistemi complessi» - introduce la sua visione della complessità, che non è una nuova scienza, ma «un modo nuovo e diverso di guardare la natura». In questo libro, Parisi mostra il cammino che, a partire dalla nascita della fisica statistica nell'Ottocento, e dunque dall'introduzione della probabilità nelle leggi fisiche, ha condotto allo studio e alla descrizione matematica dei «comportamenti collettivi emergenti», quelli cioè che compaiono solo se il numero di agenti coinvolti (elettroni, molecole, neuroni, individui...) è elevato, e quindi non è possibile capirli guardando al comportamento dei singoli elementi. È l'ambito di fenomeni come la magnetizzazione dei vetri di spin, leghe metalliche composte per esempio da una piccola percentuale di ferro diluita in oro. Le scoperte di Parisi in un campo così lontano dall'esperienza comune non solo gli hanno fatto vincere il Nobel, ma hanno condotto allo sviluppo di tecniche fondamentali nel mondo di oggi, per l'ottimizzazione delle risorse, per la gestione delle reti, e soprattutto nell'intelligenza artificiale, dalle prime reti neurali ai Large Language Models e oltre, a cui sono dedicati gli ultimi capitoli del libro. Il racconto di Parisi è una dichiarazione di fiducia nella scienza pura, guidata dalla pura curiosità: è giusto, è bello affrontare problemi scientifici per il gusto di farlo, non per le presunte ricadute pratiche (che magari ci saranno lo stesso, per le vie più impreviste). Ma la sua fiducia non è cieca: le pagine finali esaminano i tanti rischi dell'intelligenza artificiale, a partire da quello, molto concreto, del monopolio, e indicano alcune possibili vie per una scienza e una tecnologia al servizio dell'umanità.
A distanza di 800 anni dalla sua nascita (1225/26), ritornare a Tommaso d’Aquino è motivo innanzitutto per cogliere come egli abbia inteso l’intera sua vita nell’orizzonte della ricerca della verità. Tommaso partecipò al rinnovamento culturale che vide l’ingresso nel pensiero occidentale europeo delle opere di Aristotele attraverso le traduzioni latine dei maestri arabi. Tommaso si situa anche sul crinale storico del sorgere delle università quali nuove istituzioni con tratti specifici e diversi rispetto alle istituzioni monastiche e alle scuole cattedrali nel quadro di un più ampio rivolgimento sociale e culturale. I contributi del presente volume offrono una introduzione al suo pensiero, in particolare alla Somma di teologia, con attenzione al percorso intellettuale dell’Aquinate, e - cogliendo le principali linee direttrici di studio - presentano la sua attitudine di teologo aperto alla ricerca e al dialogo con gli altri in un orizzonte che oggi diremmo interculturale e interreligioso.