Siamo tutti pazzi per la vita dei divi. Giorno per giorno, attraverso la lente dei media, ne seguiamo avidamente ogni dettaglio, ogni svolta, ogni minimo aggiornamento. Eppure, se il divismo non è un fenomeno nuovo (l'ha inventato Hollywood negli anni Dieci del Novecento), ciò che di totalmente inedito si registra nell'odierno culto dei divi è il livello di identificazione dei fan con lo stile di vita dei loro beniamini. I vip del Duemila sono diventati veri e propri modelli di riferimento per la gente comune, esempi vincenti di strategie di adattamento alla giungla contemporanea. Se un certo comportamento (ad esempio mettere continuamente "in vetrina" se stessi) funziona per chi è ricco e famoso, perché non dovrebbe funzionare anche per l'uomo della strada? Vanni Codeluppi analizza la natura del divismo contemporaneo, misura la distanza ormai abissale che lo separa dal divismo hollywoodiano classico e ne rintraccia gli esempi più vistosi nell'ambito della musica pop, vero terreno di coltura per aspiranti icone contemporanee.
"Ho visto le più belle città del mondo", scrisse il filosofo inglese Berkeley ai primi del Settecento, dopo essersi spinto in calesse nei più nascosti angoli della Puglia. Prima e dopo di lui altri illustri viaggiatori, dal Quinto Grazio Flacco delle "Odi" al Cesare Brandi di "Pellegrino di Puglia", hanno scritto di questa terra severa e scarna. Questo libro, tuttavia, è un taccuino di viaggio un po' speciale. Dopo averla attraversata per anni in lungo e in largo, per piacere e per lavoro, Raffaele Nigro racconta la storia della Puglia, la sua cultura, le sue immagini, e ne scava l'anima, ne descrive pietre e monumenti, mette a nudo gli uomini, nel contrappunto tra antico e moderno.
Nel 1946 Rita Hayworth, nel ruolo della protagonista "Gilda", si sfila lentamente il guanto mentre canta "Amado mio", con una sequenza memorabile di movenze e gesti, sorrisi ed espressioni, incenerendo con lo sguardo Johnny (Glenn Ford). È lo spogliarello più pudico e più seducente che la storia del cinema possa ricordare. Che cos'è la seduzione e cosa ci dice in proposito questa icona ormai classica del cinema? Diverse cose. Innanzi tutto che la seduzione riguarda non cosa si fa, ma il modo in cui lo si fa. Di conseguenza, la seduzione è a tutti gli effetti un'arte, perché è creativa, soggettiva, irripetibile. Ogni volta è una situazione nuova e diversa. Ogni volta è una tela bianca da dipingere e riempire con linee e colori particolari, in modo da attrarre un certo partner (e non un altro), oggi ma non ieri o domani, qui ma non altrove. La seduzione è insomma il contrario dell'ovvio e della banalità, è un momento straordinario che richiede la capacità di inventare nuove forme nel modo di manifestare noi stessi, di stabilire un legame intenso con chi ci interessa. Come per Gilda, l'essenziale è non togliersi semplicemente un guanto, ma sfilarlo in maniera che resti un'esperienza indimenticabile. Una parte per il tutto. Attingendo ai risultati della scienza ma anche a suggestioni dalla letteratura, dalla storia, dalla filosofia e dal cinema, Luigi Anolli racconta la lunga avventura della seduzione dalla preistoria a oggi.
Il Vicino Oriente si estende su circa duemila chilometri quadrati, poco meno dell'Europa Occidentale. Per darne un'immagine semplificata si usa per consuetudine la metafora della "fertile mezzaluna": un semicerchio di terre rigogliose, irrigate, adatte all'insediamento agricolo e urbano, che va dalla Palestina alla Siria, alla Mesopotamia, confinando con il deserto siro-arabico e le terre anatoliche, armene, iraniche. In questo territorio, nei tre millenni che vanno dal 3500 al 500 a.C., si sviluppano grandi civiltà dell'antichità come quelle di Sumeri, Ittiti, Assiri, Babilonesi, Fenici, Caldei e Medi. La ricostruzione storica di Mario Liverani ripercorre in modo unitario le vicende politiche, economiche, sociali, demografiche e tecnologiche di queste popolazioni alla luce delle più recenti scoperte archeologiche.
Il primo capitolo del volume si occupa del teatro austriaco sino al crollo dell'impero e all'affermazione - tra Monaco prima e Berlino poi - del dramma espressionista. Il secondo capitolo ricostruisce la grande stagione della Repubblica di Weimar, quando l'irruzione della tecnica e dei nuovi media producono cambiamenti radicali nel linguaggio e nell'organizzazione teatrale, non da ultima l'introduzione di forme di finanziamento pubblico. Il terzo capitolo si occupa del teatro sotto il regime nazista, che ne fa uno strumento privilegiato di propaganda anche attraverso il recupero di antiche forme di rappresentazione corale, come il mistero medioevale, il dramma dei gesuiti della Controriforma, ma anche l'opera totale di Wagner e il teatro politico di Piscator, per approdare alla teatralità delle adunanze di piazza, delle fiaccolate, dei raduni, della celebrazione del congresso del partito. Il quarto capitolo ricostruisce l'attività teatrale della Repubblica Democratica Tedesca evidenziando la miseria della sua politica culturale ma anche il coraggio e l'intelligenza di autori come Heiner Müller, che mette a nudo le mistificazioni del potere e le sue crudeltà. Il quinto e ultimo capitolo si occupa infine della produzione teatrale della Repubblica Federale Tedesca, dell'Austria e della Svizzera tedesca, soffermandosi tra gli altri sul teatro documentario degli anni Sessanta, quello postmoderno degli anni Ottanta, le sperimentazioni degli austriaci Thomas Bernhard e Elfriede Jelinek.
Di origine ebraica, Leo Strauss (1899-1973) emigra dalla Germania nazista per trovare rifugio negli Stati Uniti, dove il suo insegnamento ottiene una vastissima fortuna non solo in ambito accademico ma anche politico, tanto da fare di lui un pilastro del pensiero neoconservatore. Sarebbe però sbagliato appiattire l'articolata traiettoria culturale di Strauss su questa posizione, senza considerare la complessità dei suoi riferimenti filosofici che spaziano da Platone a Maimonide, da Machiavelli a Hobbes, da Nietzsche a Heidegger. Nato in una Germania che si stava avviando alle tragedie delle guerre mondiali, il filosofo si confronta sin da giovane con la crisi della modernità e della democrazia liberale discussa da pensatori come Weber, Rosenzweig e Schmitt e cerca una risposta al relativismo e al nichilismo contemporanei nelle forme di illuminismo premoderno e nel pensiero classico dei greci. Accanto alle famose tesi sulla superiorità degli antichi sui moderni, egli si impegna nell'elaborazione di un metodo di lettura dei testi in grado di rivalutare il ruolo della persecuzione politica e religiosa nella stesura delle opere filosofiche. A causa della complessità degli intrecci storici, teorici e letterari su cui si fonda la sua riflessione, Strauss è rimasto un autore controverso, che ha suscitato più polemiche e consensi di carattere ideologico che non tentativi di effettiva comprensione.
Il volume ricostruisce tutti gli aspetti della magia nel mondo greco e nel mondo romano. Sono infatti proprio i testi di queste antiche età i primi a dare una definizione della figura del mago e della sua arte e a chiarire il ruolo delle pratiche magiche in rapporto alla religione. Un intero capitolo è dedicato alle "defixiones", che noi oggi chiameremmo fatture o incantesimi, volte a legare la volontà altrui o a causare danni all'avversario.
Il terzo mondo si è ristretto. Per quarant'anni, la sfida dello sviluppo ha messo un mondo ricco, abitato da un miliardo di persone, di fronte a un mondo povero, con cinque miliardi di persone. Dobbiamo imparare a invertire le cifre a cui siamo abituati: ci sono in tutto cinque miliardi di persone che vivono già adesso in condizioni agiate, o che perlomeno hanno imboccato la strada giusta, e un miliardo di persone che invece rimangono inchiodate in fondo alla fila. Questo libro parla di quella minoranza di paesi in via di sviluppo agli ultimi gradini del sistema economico globale. Molti di loro non restano semplicemente indietro, stanno anche crollando.
"Dagli anni Cinquanta, gli europei hanno goduto di un periodo di pace e di prosperità senza precedenti nella loro storia. Non era mai avvenuto che un numero così grande di loro vivesse così bene e che le vittime della violenza politica fossero così poche. I sogni di una pace perpetua, nati con l'Illuminismo e sopravvissuti ad alcuni dei più distruttivi decenni della storia umana, sembrano finalmente essersi avverati. Naturalmente non esistono luoghi in cui stare in riposo, posti nei quali nascondersi dalle insistenti pressioni del cambiamento. Per conservare quello che di notevole hanno realizzato, gli europei devono affrontare sfide economiche, politiche, culturali e ambientali. Molte di queste giungono, o sono influenzate, da quell'estesa e mal definita frontiera che collega l'Europa ai suoi vicini. Sarà lungo questa frontiera, dove coesistono ricchezza e povertà, diritto e violenza, pace e guerra, che si determinerà il futuro degli Stati civili europei". Dai movimenti pacifisti e militaristi del primo Novecento alla catastrofe delle guerre mondiali, dai blocchi contrapposti al crollo del muro di Berlino e all'Iraq, James J. Sheehan stila una straordinaria ricognizione del Ventesimo secolo.
"Nel mezzo di una conversazione che l'interessa molto, all'improvviso, senza che nessuno se l'aspetti, X interrompe ciò che sta dicendo o ascoltando con grida bizzarre, pronunciando parole che contrastano deplorevolmente con la sua intelligenza e le sue maniere distinte. Queste parole sono per la maggior parte volgari imprecazioni, epiteti osceni e, cosa non meno imbarazzante per lei e per gli ascoltatori, un'espressione estremamente cruda per formulare un'opinione sfavorevole su qualcuno nel gruppo". È il 1825 e "X" è la giovane marchesa di Dampierre, nota nell'alta società parigina per il suo a dir poco stravagante comportamento. Sessant'anni più tardi l'aneddoto piccante della nobildonna che urlava oscenità diventa il caso di punta di un sensazionale articolo pubblicato dalla rivista "Archives de neurologie", a firma di un giovane e brillante neurologo francese: Gilles de la Tourette. L'autore descrive nove casi di pazienti affetti da una bizzarra malattia ancora ignota, che lui chiama maladre des tics. Tutti i soggetti presentano tic multipli e movimenti involontari, soprattutto al volto e agli arti superiori, accompagnati da brevi e incontrollabili scoppi verbali. La descrizione del quadro clinico elaborata da Tourette è talmente accurata che risulta valida ancora oggi, e la malattia stessa è passata alla storia con il nome del suo primo scopritore.
Questo è un viaggio intorno alla parte della nostra anatomia con la quale ci identifichiamo di più: la testa. Perché proprio lei? Ebbene, ognuno di noi intrattiene con la sua testa un rapporto niente affatto semplice: noi siamo la nostra testa (in un modo che risulta estremamente difficile descrivere). Ma allo stesso tempo la possediamo, e la subiamo, sopportando mal di testa e dolori che sembrano avere tutto e nulla a che vedere con noi. Ne facciamo uso, manipolandola, talvolta in maniera piuttosto rozza, come se fosse una sorta di strumento. La mostriamo. La giudichiamo. La conosciamo. La rinneghiamo. E così via. La testa è un luogo di continuo traffico. Immette ed emette 24 ore al giorno, sette giorni su sette. Immette esperienza sensoriale, aria e cibo: raccoglie sguardi e suoni, odori e gusti; sequestra aria interna ed esterna, privata e pubblica; ingerisce alimenti, bevande, farmaci e anche di peggio. Le sue emissioni poi sono sorprendentemente varie: spaziano da saliva e lacrime fino alla crescita di capelli e denti, lenta come quella dei ghiacciai. Cosa più importante, la testa emette una infinita varietà di segnali, volontari e involontari, linguistici, paralinguistici (fare un cenno col capo) e non linguistici (sorridere). Raymond Tallis conduce il lettore per mano attraverso una spedizione intorno alla parte più stupefacente del nostro corpo.
Nel dialogo tra Goffredo Fofi e Oreste Pivetta sfilano gli ultimi cinquant'anni deL nostro Paese, dalla caduta del fascismo al boom economico, da Berlinguer e Moro al craxismo, all'era della televisione commerciale e al berlusconismo, fino alla sconfitta della sinistra. Fofi rievoca le sue esperienze tra i bambini affamati di Cortile Cascino a Palermo negli anni Cinquanta e quelli dei bassi della Mensa popolare a Napoli negli anni Settanta, nei movimenti del Sessantotto e nella successiva resistenza di fronte alla caduta del sistema politico e alla dispersione dei valori morali e civili. Campeggiano le figure di grandi personaggi dell'economia, della politica e della cultura, da Olivetti a Pasolini, dalla Morante alla Ortese, da Danilo Dolci a Nuto Revelli. Uomini e donne che cercarono criticamente di indicare vie alternative - nel lavoro, nella scuola e nell'educazione, nel modello del vivere cittadino. Il fallimento del loro progressismo e la nostra incuria hanno poi consegnato il paese al degrado politico, culturale, ambientale. Ma la storia racconta anche finali differenti: basti pensare alla traccia di potente educazione morale lasciata da Aldo Capitini o dall'esempio non dimenticato di don Milani, il prete di Barbiana.