
Anche se potrebbe non essere subito chiaro, l'Ordine del Tempio, nei duecento anni della sua potente espansione in Europa e vicino Oriente contribuì a dare una forte "spallata" all'istituzione e movimento che è passato alla storia con il nome di Feudalesimo. Potrebbe sembrare un'antitesi storico-politica che proprio un Ordine Cavalleresco, anche se così "speciale", abbia contribuito in maniera così determinante alla fine di un fenomeno quale quello feudale, che nacque proprio sugli ideali, sui valori, sulle necessità e nello spirito cavalleresco. Nel passaggio fra l'Alto Medioevo feudale e il Basso Medioevo di epoca Templare, i Cavalieri Templari portarono gli elementi più moderni e progressisti.
Una domenica di giugno, a Sarajevo, avvenne il fatto che divide in due la storia del XX secolo: l’attentato in cui fu ucciso l’arciduca Francesco Ferdinando. Prima di quel giorno, esisteva un mondo che presto sembrò remoto. Dopo quel giorno, è già il nostro presente. Se le guardiamo da vicino, quelle ore traversate da un invisibile confine appaiono gremite, come tutte le altre, di piccoli fatti, incidenti, fuggevoli sensazioni, incontri fortuiti. Gilberto Forti ha avvicinato ad esse la lente della poesia e ne ha estratto undici «storie in versi» che si presentano con quella felice sobrietà narrativa di cui l’autore aveva già dato prova nel Piccolo almanacco di Radetzky. A parlare sono, ogni volta, personaggi immaginari che raccontano la realtà. E subito ci vengono incontro voci e figure, dall’Imperatore Francesco Giuseppe, che «si dà pensiero per i funerali / come se tutto il resto non contasse», all’ufficiale Max von Lenbach, che si sottrae ai creditori fuggendo a Montecarlo con una nobildonna, dai dignitari di Corte all’attentatore, da una vecchia duchessa a un ingegnere ungherese. E gesti, episodi, parole si dispongono tutti intorno a un centro: l’uniforme troppo stretta di Francesco Ferdinando che ancora oggi possiamo vedere, con le macchie di sangue, al Museo di storia militare a Vienna. Imponente è la catena dei casi, delle inconsce volontà, dei consapevoli disegni che portarono a quei colpi di pistola, come se gli eventi fossero calamitati. E quasi come se la vittima li avesse cercati. Francesco Ferdinando qui non parla, ma altri parlano di lui. E, dal sovrapporsi delle voci, Forti è riuscito a evocare con magistrale nettezza la sua fisionomia: sterminatore di animali (più di trecentomila furono da lui uccisi cacciando), appassionato di fiori (stupendi i suoi roseti a Konopischt), erede senza poteri, costretto dall’etichetta a un matrimonio morganatico, finirà dissanguato sotto i colpi di Gavrilo Princip anche perché nessuno saprà aprirgli subito l’uniforme, che gli era stata cucita addosso a filo doppio per celare l’incipiente obesità.
Presentando questa sua opera, Croce scrisse, con estrema sobrietà, che si trattava dello «schizzo di una storia dell’Italia dopo la conseguita unità di stato», concepito come «tentativo di esporre gli avvenimenti nel loro nesso oggettivo e riportandoli alle loro fonti interiori». Ma, di fatto, scoprire il «nesso oggettivo» in quei «quarantacinque anni, di quelli che si chiamano “di pace”», fra il 1871 e il 1915 implicava di coglierne anche la relazione con gli anni del Risorgimento e di proiettare la storia italiana sulla scena dell’Europa moderna. Cosicché, proprio perché coinvolge l’identità stessa della nazione italiana, questa Storia d’Italia è diventata forse la più discussa fra le grandi opere storiche di Croce, quella che ha avuto la più lunga e la più vasta influenza sulla visione che generazioni di italiani si sono formati della propria storia. Ma occorre anche dire che Croce, in questo libro, mostra con il massimo vigore le sue qualità di storico-narratore, intrecciando ai conflitti delle idee quelli tra le forze politiche e sociali nonché quelli tra le varie personalità politiche dell’epoca. Sono pagine che ci offrono un quadro imprescindibile di come si sviluppò il nostro paese sino alla cesura drammatica della prima guerra mondiale. E la raffigurazione narrativa di questa Italia fine Ottocento e primo Novecento apparirà tuttora molto più efficace di quelle che la letteratura italiana del tempo invano tentò di dare.
Storia d’Italia dal 1871 al 1915 fu pubblicato per la prima volta nel 1928.
Tra il 1916 e il 1933 l'Europa fu scossa da eventi terribili e grandiosi, dalla prima guerra mondiale alla Rivoluzione russa, all'inflazione weimariana. Ma al tempo stesso, dietro le quinte e attraverso il linguaggio cifrato delle Banche Centrali e della Borsa, un altro grande fenomeno stava prendendo vita: il definitivo passaggio di poteri dall'Europa agli Stati Uniti. Fu quello il periodo in cui l'America divenne il centro del mondo. Questo predominio americano è il risultato di una serie di operazioni che di ovvio non avevano nulla e che ci obbligano a entrare nella storia segreta del nostro secolo.
"Tradizione" è la conoscenza primordiale a cui dobbiamo in qualche modo ricongiungerci se vogliamo avere nozione di ciò che è. Questo è il punto di partenza del volume, che Zolla pubblicò nel 1971 quasi come gesto provocatorio verso un mondo che andava in opposta direzione. Oggi i temi del libro sono più vivi che mai, e la radicale polemica legata al momento storico ha assunto valore retrospettivo.
Progettato come una biografia, se non agiografia, del grande Gaetano Filangieri, la patria napoletana, si è trasformato via via tra le mani di Elena Croce in uno dei libri più complessi e compositi sulla quintessenza ambientale, sociale e filosofica di una Napoli tra Sette e Ottocento che sembra sfuggire ad ogni stereotipo. In un solo libro così disponiamo di molti libri.
Concepito insieme a "Medioevo fantastico", "Risvegli e prodigi" completa in prospettiva temporale la straordinaria ricerca di Baltrusaitis sui temi del mostruoso, del grottesco, del demoniaco, del fantastico e la loro raffigurazione nell'età di mezzo. Lo stupore che coglie il lettore di "Medioevo fantastico" nello scoprire i più inaspettati apporti d'Oriente ai repertori iconografici occidentali si rinnova davanti alle sorprendenti dimostrazioni della ininterrotta sopravvivenza del fantastico e al suo speciale rifiorire in seno al gotico, in piena epoca di "realismo" medioevale. Ne risulta una sorta di carta fisica dell'arte medioevale europea.
Chateaubriand è stato il fondatore del moderno opinionismo politico, e questo violento pamphlet, scritto tra l'inverno e la primavera del 1814 per spianare la strada al ritorno dei Borbone sul trono di Francia, lo conferma. Fu, il suo, uno di quei gesti risoluti e instintivi che nascono dall'indignazione e tagliano tutti i ponti dietro di sé. Scopo di Chateaubriand era di convincere i francesi che per evitare una nuova repubblica o l'instaurazione di un governo straniero bisognava restituire la fiducia ai Borbone e insieme togliere loro il potere assoluto, dando alla Francia un governo monarchico-costituzionale.

