
Roma e il fascismo: l'evidenza del loro connubio nasconde molti interrogativi. Bisogna domandarsi innanzi tutto: quale Roma? È necessario distinguere fra la Roma reale, la Roma antica e la Roma fascista. Alla Roma reale che disprezzava, il fascismo opponeva il proprio mito di Roma, che coincideva, fin dalle sue prime formulazioni, con l'odio per la democrazia e con il mito dell'impero: "La Roma che noi onoriamo, non è la Roma dei monumenti e dei ruderi, la Roma delle gloriose rovine. La Roma che noi vagheggiamo e prepariamo è un'altra: non si tratta di pietre insigni, ma di anime vive; non è contemplazione nostalgica del passato, ma dura preparazione dell'avvenire. Roma è il nostro punto di partenza e di riferimento; è il nostro simbolo o, se si vuole, il nostro mito. Noi sogniamo l'Italia romana, cioè saggia, forte, disciplinata e imperiale.". Il mito della Roma fascista, anche se ammantato di richiami alla Roma antica, era un mito moderno. La romanità del fascismo fu essenzialmente una proiezione del suo totalitarismo, col quale il mito fascista di Roma si identificò per tutto il percorso della parabola del regime, dall'ascesa faticosa, ma decisa, verso la potenza e la gloria del trionfo, alla discesa inconsapevole, ma sempre più precipitosa, verso una fine ingloriosa. Intrecciando documenti e immagini, Emilio Gentile propone un'originale interpretazione del connubio fra Roma e fascismo, rivelando aspetti inediti del totalitarismo fascista.
Un dizionario critico, articolato in voci brevi ma dense, uno strumento efficace per fornire ai lettori un panorama complessivo e sintetico di quasi un secolo e mezzo di storia italiana, oltre che un valido strumento di consultazione e di lavoro. In circa ottantatré lemmi vengono affrontate, in ottica storica, le dimensioni politica, sociale, economica e culturale italiane a partire dall'unificazione del paese. Le voci, curate dai maggiori storici dell'Italia contemporanea, hanno un andamento espositivo e forniscono un quadro preliminare dei diversi temi trattati, senza però rinunciare mai a un approccio critico, che tiene conto dei risultati del dibattito storiografico. Ogni definizione rinvia così, di volta in volta, a istituzioni, grandi avvenimenti, cesure storiche, soggetti politici e sociali, fenomeni culturali e a pochi grandi protagonisti ritenuti emblematici del loro tempo (da Cavour a Pio XII, a Moro). L'opera è corredata da una cronologia e da un'appendice statistica.
Cosa si sa oggi di quel complesso fenomeno storico conosciuto con il nome di Illuminismo? Come è possibile divulgare in forma appropriata, semplice e coerente i risultati di una ricca storiografia internazionale sull'argomento senza tradirne spirito, linguaggi, metodi d'analisi e prospettive di ricerca? Perché la storia dell'Illuminismo continua a suscitare ancora oggi tante domante e interesse? Questo volume cerca di rispondere ricorrendo alla formula del dizionario. Si tratta di un dizionario particolare, fatto di sole quarantadue voci di dimensioni ridotte che coprono il vasto e frammentato terreno della ricerca storica internazionale. Le singole voci, affidate ad alcuni tra i più riconosciuti specialisti, delineano, anche attraverso una fitta rete di rimandi interni, i confini di un mosaico teorico chiaro e autorevole.
Il 19 luglio 1943 Roma viene bombardata, risucchiata anch'essa come stazione altamente simbolica della via crucis della guerra. È la perdita dell'illusione e dell'innocenza. L'allarme era risuonato attorno alle 10 e le sirene si erano sovrapposte nella lacerante cacofonia dell'appello a cercare un rifugio. I romani si rintanano negli scantinati quando già l'eco sordo degli scoppi taglia l'aria, le strutture degli edifici non centrati dai proiettili sembrano scricchiolare per effetto dello spostamento d'aria, nel buio c'è chi prega per sperare, chi chiude gli occhi per non vedere, chi aspetta che la morte passi senza ghermire anche quel luogo, chi piange e chi soffoca ogni sentimento, ogni emozione. Quando il rumore delle ondate d'assalto si perde verso l'orizzonte, i quartieri bombardati sono avvolti da un fumo giallastro, il tanfo dell'esplosivo e delle case che bruciano rende l'aria secca, irrespirabile...
"Nel 1648 la credenza che la terra fosse il centro del mondo era condivisa quasi universalmente; nel 1815 era ormai screditata anche negli ambienti più conservatori. Nel 1648 per scongiurare le tempeste elettriche si recitavano preghiere e si suonavano le campane; nel 1815 venivano installati i parafulmine. Nel 1648 in tutta Europa si bruciavano ancora gli eretici e le streghe; nel 1815 erano i loro accusatori a trovarsi nella condizione di imputati." Il prima, era la società degli ordini, della ricchezza fondiaria e del governo autoritario; il dopo, il mondo delle classi, del capitalismo, della democrazia e delle rivoluzioni. Tim Blanning racconta quegli anni dominati dalla ricerca del progresso e della gloria, personale o nazionale, da parte dell'élite europea. Una storia avvincente, a tutto campo, politica, economica e culturale.
I caratteri che la scienza ha individuato per distinguere l'uomo dagli altri animali sono i più svariati, dal linguaggio articolato al "desiderio di assumere farmaci" (come ebbe a scrivere con autoironia un grande medico, William Osler). La religiosità antropologica sarebbe uno di questi, un vero e proprio tratto distintivo, frutto del legame tra libertà personale e tolleranza interpersonale nato da un senso profondo della dignità dell'uomo. Giorgio Cosmacini sostiene in queste pagine la ferma convinzione che la professione medica, più di ogni altra sfera dell'agire umano, si richiami per propria natura a un radicato senso di religiosità laica: il 'saper essere medico' non può prescindere da una valorizzazione assoluta del rapporto tra soggetto sofferente e soggetto curante, e nasce sempre da un'etica della dignità e della tolleranza. Il 'buon medico' è tale indipendentemente o a dispetto della confessione religiosa che abbraccia: cattolico, ebraico, islamico, agnostico, ateo, egli è comunque votato prima di tutto alla propria missione di guarigione. Come ha agito, nei secoli, questa concezione del mandato di medico sullo sviluppo della scienza e della pratica clinica?
"Avremo in queste pagine un oggetto e uno scopo ben precisi: seguire, tra medievale, moderno, postmoderno, una dimensione della storia generalmente trascurata, quella giuridica; una dimensione che, pur immersa nella globalità del divenire storico, ha una sua autonomia, che ha talvolta grossi legami con il potere politico e gli è sottomessa, ma che, soprattutto nelle manifestazioni della pratica quotidiana e della riflessione scientifica, ha la forza e la capacità di percorrere strade proprie. Seguiremo legislatori, giudici, scienziati, semplici uomini di affari in una vicenda segnata da una perenne dialettica fra localismo-particolarismo e universalismo, dove il diritto rivela il suo carattere di realtà affiorante alla superficie della quotidianità dalle radici profonde di una civiltà e pertanto capace di esprimerla nella sua cifra più genuina; rivelando altresì la sua possibile autonomia dalle scelte contingenti del potere politico. Il nostro cammino è lungo: più di millecinquecento anni. Hanno - Medioevo, modernità e postmodernità - una visione uniforme del diritto, della sua genesi e del suo esprimersi, tanto da consigliare di vedere quei millecinquecento anni come un continuum che corre ininterrotto? O constatiamo visioni diverse, se non addirittura opposte?". (Paolo Grossi)
"L'Europa oggi è ancora da fare e addirittura da pensare. Il passato propone, ma non dispone, il presente è determinato tanto dal caso e dal libero arbitrio quanto dall'eredità del passato. Questo libro mostra le anticipazioni medievali dell'Europa e le forze che le hanno combattute con maggiore o minore vigore per poi sconfiggere questi primi tentativi, in un processo discontinuo dalle alterne vicende. Ma si tenta anche di provare che i secoli tra il IV e il XV sono stati determinanti e che, di tutti i lasciti vitali per l'Europa di oggi e di domani, quello medievale è il più importante". Così Le Goff presenta la sua riflessione sulle unità e le diversità, le idee e le strutture materiali che hanno definito la nascita e l'evoluzione dell'Europa.
In breve
«A volte è giusto combattere, e a volte i soldati combattono in modo giusto. Nessuno che sia cresciuto durante la seconda guerra mondiale può dubitare dell’esistenza di guerre giuste, oltre che ingiuste. Ma è altrettanto vero che a volte è sbagliato combattere, e a volte i soldati combattono in modi sbagliati. E dunque è necessario che ogni decisione di scendere in guerra e ogni scelta strategica e tattica vengano discusse. La teoria della guerra giusta è ancora il miglior linguaggio di cui disponiamo per affrontare questi argomenti.»
Indice
Prefazione alla presente edizione - Premessa - Ringraziamenti - Parte prima: La realtà morale della guerra I. Contro il «realismo» - II. La guerra come crimine - III. Le regole della guerra - Parte seconda: La teoria dell’aggressione IV. Legge e ordine nella società internazionale - V. Azioni preventive - VI. Interventi - VII. Gli scopi della guerra e l’importanza della vittoria - Parte terza: La convenzione di guerra - VIII. Gli strumenti di guerra e l’importanza di combattere bene - IX. L’immunità dei non combattenti e la necessità militare - X. La guerra contro i civili: assedi e blocchi - XI. La guerriglia - XII. Terrorismo - XIII. La rappresaglia - Parte quarta: I dilemmi della guerra XIV. Vincere e combattere bene - XV. Aggressione e neutralità - XVI. L’emergenza suprema - XVII. La deterrenza nucleare - Parte quinta: La questione della responsabilità - XVIII. Il crimine dell’aggressione: dirigenti politici e cittadini - XIX. I crimini di guerra: i soldati e i loro ufficiali - Appendice. La nonviolenza e la teoria della guerra - Indice analitico
È la fine del settembre 1545 quando Tiziano arriva a Roma. La lascerà un anno più tardi, e per allora la città non sarà più la stessa e anche il Rinascimento avrà perso il suo splendore. Ma per il momento, la Roma di cui racconta Antonio Forcellino è davvero la Città Eterna: misteriosa, avvolgente e sospesa nel tempo, luogo nevralgico di potere, di gelosie private e di pubblici intrighi. La percorrono personaggi formidabili: ambigui uomini di Chiesa come monsignor Della Casa, splendidi mecenati come Paolo III, donne dalla bellezza leggendaria come Giulia Farnese. E infine loro, gli artisti. Tiziano, Michelangelo e gli altri, semidei risplendenti nell'esercizio della propria arte, e al tempo stesso niente più che esseri umani, capaci come chiunque altro di meschinità e grandezze. In queste pagine li osserviamo lavorare, affannarsi, creare, blandire, o semplicemente annullarsi nell'ebbrezza del Bello. Nello spazio ristretto del recinto cittadino, la loro opera si intreccia al respiro della corte papale e si trasforma in realtà: quella di una civiltà all'apice della propria dissipatezza e munificenza, ritratta l'attimo prima di cadere sotto la falce della Controriforma e della storia.
II Rinascimento è l'età d'oro dei ritratti: non più soltanto i potenti, ma anche personaggi dei ceti medio-alti come mercanti, banchieri e letterati chiedono ai pittori di rappresentare loro stessi, la donna amata o un amico. La popolarità dei ritrattisti è tale che, nella Venezia del Cinquecento, un intellettuale potente e alla moda come l'Aretino si lamenta della concorrenza sleale dei pittori e li accusa di oscurare la fama e il prestigio degli scrittori. Le sue lagnanze hanno il pregio di evocare una storia lunga, fatta di collaborazione e di conflitto, in cui poesia e pittura si confrontano ad armi pari sul terreno comune del ritratto. A cominciare da Petrarca, che dedicò due famosi sonetti al dipinto di Laura firmato dall'amico Simone Martini, per arrivare a Lorenzo de' Medici, Bembo, Della Casa, Castiglione, Tasso, Marino e moltissimi altri, l'epoca rinascimentale offre un illustre parterre di testimonianze dell'attenzione tutta speciale riservata dai poeti all'arte del ritratto, forma pittorica divina perché capace di dar vita all'immagine, di addolcire il dolore dell'assenza, di consolare i bisogni del desiderio. Questo libro offre una significativa scelta di testi poetici dedicati al ritratto, affiancati alle immagini a cui sono legati, fino ai ritratti che compaiono nei frontespizi dei libri. Testi e dipinti vengono inquadrati criticamente nella tradizione poetica e nella stagione pittorica di riferimento e i legami tra loro sono analizzati nella loro complessità.
È una terra vasta e ancora in larga parte da sfruttare, l'America Latina, ricchissima di materie prime, abitata da una popolazione giovane, in costante aumento, che parla la stessa lingua (ad eccezione del Brasile) e condivide le medesime credenze e radici culturali. Qui, più che in qualunque altra regione extraeuropea, le razze si sono mescolate e fuse, fra bianchi, indios e neri. Per tutti questi motivi, si è portati a pensarla come un universo sostanzialmente omogeneo. In realtà è un labirinto di compagini nazionali, entità regionali e comunità etniche, di istituzioni pubbliche e strutture sociali, molto differenti fra loro. Ma due elementi comuni ne hanno segnato l'itinerario politico: la vocazione egemone delle forze armate e il populismo demagogico, tanto di sinistra quanto di destra. Sin quasi a oggi, l'America Latina ha vissuto in condizioni di perenne fibrillazione e instabilità politica, fra dispute territoriali e contrasti etnici, lotte di potere, rigurgiti di banditismo e moti di guerriglia, sedizioni militari e rivolte sociali, regimi oligarchici e dittatureviolente, pesanti ingerenze esterne e e devastanti crisi finanziarie, vampate antimperialiste e improvvise esplosioni di odio e di paura. Valerio Castronovo conduce un'analisi di ampio respiro su questa zona turbolenta ma vitale del pianeta e segue gli intrecci economici, sociali e politici che hanno legato e legano tuttora il destino del subcontinente americano alle sorti globali.

