Viaggiando nelle province dell'Impero bizantino poteva capitare di imbattersi in un monaco arrampicato sulla sommità di una colonna: un asceta che passava la sua vita sospeso tra terra e cielo, dedicandosi alla preghiera e agli esercizi spirituali. Era uno spettacolo strano, che attraeva fiumi di pellegrini. Nonostante la bizzarria di un'ascesi tanto estrema e sorprendente, l'incontro con uno stilita era un evento meno eccezionale di quanto si potrebbe pensare. Gli abitatori delle colonne non erano poi così pochi, soprattutto nei deserti della Siria. Sempre esposti alle intemperie, sottoponevano il corpo a prove durissime. Ma sapevano anche compiere miracoli, guarire i malati, formulare profezie, esorcizzare gli indemoniati. Grazie a queste doti straordinarie si guadagnavano la devozione di fedeli di ogni strato sociale che accorrevano in massa ai piedi delle loro colonne: contadini, soldati, funzionari di corte, e persino imperatori. Per il loro prestigio, gli stiliti erano spesso chiamati a dirimere controversie, sostituendosi alle autorità civili e assumendo così anche un ruolo politico. Di molti di loro conosciamo non solo i nomi ma anche le vicende esistenziali che li hanno portati a una scelta così radicale. Questo volume, indagando testi biografici bizantini quasi mai tradotti in italiano, ricostruisce la storia, la vita e le opere dei santi stiliti. Ma ne narra anche la leggenda: un mito spirituale che ha attraversato i secoli e, tramite la poesia di Kavafis e di Rilke, è arrivato fino al cinema di Buñuel e Monicelli.
Prima edizione a livello mondiale con testo critico latino e traduzione a fronte. "Il cielo e il mondo" è un'opera cosmologica di Aristotele. Tommaso redige il suo Commento nel 1272-1273. Chissà come cadeva il mondo negli occhi di Aristotele? La domanda potrebbe risultare una curiosità oziosa. Ma, in realtà, chiedersi come appare il mondo agli occhi di una intelligenza raffinatissima, che tuttavia non ha strumenti raffinatissimi come il telescopio, il microscopio, il sonar ecc., non è del tutto inutile. L'uomo comune, come ciascuno di noi, non possiede altro che i propri sensi e la propria intelligenza per conoscere ciò che accade in natura: come si fa a districarsi tra i fenomeni, per così dire, "a mani nude"? Certo, il più delle volete, le "ipotesi" che Aristotele formula sono per noi delle fantasie. Ma anche il "Big Bang" è una fantasia... chi l'ha mai visto? Lo si ipotizza e lo si richiama con un nome di fantasia. Quello che cambia è la possibilità di controllo delle ipotesi. Per questo occorre mettersi alla scuola di un grande commentatore di Aristotele, come Tommaso d'Aquino. Anche Tommaso non aveva certo gli strumenti più adatti, ma sapeva come affrontare con il rigore dovuto il caso considerato. «Non è necessario che siano vere quelle ipotesi che hanno elaborato [gli antichi astronomi]: infatti benché fatte queste supposizioni si salvino i fenomeni che appaiono, tuttavia non bisogna dire che tali supposizioni siano vere, perché forse con un altro sistema non ancora intuito dagli uomini, si salva ciò che appare riguardo alle stelle». Insomma, la lettura del Commento di Tommaso al "De Caelo et mundo" non è per imparare come va il mondo, ma per imparare a considerare il nostro modo di considerare. Il testo critico latino è della Commissione Leonina. quello consolidato dalla tradizione manoscritta. Introduzione di Alberto Strumia.
"L'unità dell'intelletto" e "L'eternità del mondo" sono due opuscoli composti probabilmente intorno al 1270, e risalgono al secondo periodo di insegnamento di san Tommaso alla facoltà di Teologia di Parigi. Ci offrono una viva testimonianza delle discussioni che appassionavano il mondo universitario parigino, attraversato dal confronto fra l'emergente paradigma filosofico di Aristotele e di Averroé (raffigurato in copertina) e le istanze della fede cattolica. Il "De aeternitate mundi", in particolare, è incentrato su una questione che ancora oggi ricorre nei dibattiti, caso mai facendo uso di altre parole, e cioè: "Il mondo è stato creato all'inizio del tempo o esiste da sempre?". Il "De unitate intellectus", invece, muove da un altro problema, proveniente dalla corrente filosofica araba averroista: "Esiste un unico intelletto possibile per tutti gli uomini?". Nei due opuscoli, però, Tommaso inserisce e affronta, con la consueta maestria, anche altre questioni strettamente connesse a queste due principali. Questioni ontologiche come: "qual è lo statuto ontologico del mondo rispetto a Dio?". Questioni antropologiche, come: "che cos'è l'uomo in quanto tale?". Questioni etiche: "Se esiste un unico intelletto possibile, possiamo ancora parlare di responsabilità personale?". Questioni di filosofia della natura: "Una forma sostanziale può continuare a sussistere dopo la corruzione del composto di cui è forma?". Introduzione di Daniele Didero.
Questa è la prima versione italiana dell'opera 'De harmonia mundi totius cantica tria' del francescano veneto Francesco Zorzi. Con un commento essenziale volto soprattutto a rintracciare le fonti alle quali l'autore ha attinto con straordinaria abbondanza. Con testo latino a fronte.
Un profilo a 360 gradi di santa Faustina Kowalska: la sua biografia, la sua mistica, la sua spiritualita, la sua teologia, il suo strettissimo rapporto con Gesu misericordioso.
L’appassionante e aggiornato studio di Robert A. Markus è la prima monografia, dopo quella di F.H. Dudden del 1905, a occuparsi in modo sistematico della vita e delle opere di Gregorio Magno, così come del suo pensiero e della sua spiritualità. Con straordinaria conoscenza non solo degli scritti gregoriani, ma anche di tutta la tradizione latina da cui essi traggono origine, Markus dipinge un vivido ritratto delle vicende con cui, giorno dopo giorno, dovette misurarsi una delle personalità più avvincenti del- l’epoca. La cultura di Gregorio viene analizzata nel contesto della tradizione educativa romana della tarda antichità e alla luce della tradizione patristica. In Gregorio Markus interpreta l’aristocratico del tardo impero convertitosi all’ideale ascetico, dibattuto tra la propria inclinazione alla vita monastica e i doveri del ministero episcopale, in un’epoca di cambiamenti radicali nel mondo romano. Il volume affronta i diversi aspetti del pontificato di Gregorio Magno: vescovo di Roma, responsabile dei possedimenti ecclesiastici, impegnato nella gestione dei rapporti con l’impero, con i regni barbarici della Spagna e delle Gallie e nella missione agli Angli. Così esso si propone come un contributo tra i più significativi allo studio dell’età tardo-antica.
Robert A. Markus è Professore Emerito dell’Università di Nottingham e studioso del cristianesimo antico. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo: The End of Ancient Christianity, Cambridge 1990 (trad. it. La fine della cristianità antica, Roma 1996) e Signs and Meanings: World and Text in Ancient Christianity, Liverpool 1996.
Per Eucherio, vissuto tra il IV e il V secolo, il deserto e il luogo della philosophia e della libertas, dell'incontro con Dio e dell'inizio della beatitudine.
Il paganesimo d'età tardoantica appare alla ricerca di una auctoritas cui affidarsi per attingere la verità sul divino e con essa la salvezza. Da un lato, il mondo delle rivelazioni oracolari sottoposte al vaglio della indagine razionale da parte neoplatonica e, dall'altro lato, forme di autorità personali e carismatiche, si offrono come vie privilegiate per tale ricerca. L'indagine intende anche offrire un contributo al dibattito culturale contemporaneo, mostrando come l'approfondimento delle interrelazioni fra cultura classica e cristianesimo dei primi secoli.
«Il mondo delle scuole monastiche»: ossia il mistero cristiano come si presenta nella riflessione e nella contemplazione di quanti vivevano nei chiostri o di quanti miravano, in un’ampia varietà di modalità e di espressioni, ad averne soprattutto l’esperienza e "il gusto".
Anche questa era teologia, specialmente attenta alla "storia della salvezza", certo con finalità e con tratti diversi rispetto a quelli che verranno assunti con la "scolastica", quando in un altro clima culturale si ricercherà lo statuto scientifico della «sacra dottrina» e se ne metterà in luce il carattere di "sapere" critico. Il volume contiene sia profili di figure sintomatiche, come Desiderio di Montecassino, Ruperto di Deutz, Bernardo di Clairvaux, Ildegarda di Bingen, Gioacchino da Fiore, sia il quadro delle grandi forme di vita monastica, quella dei Benedettini, dei Cisterciensi e dei Certosini.
La concezione della teologia e il tracciato delle sue vicissitudini resterebbero assai lacunosi, se l’attenzione della ricerca e la sua valutazione dovessero limitarsi a considerare e ad apprezzare la teologia delle "scuole". Da qui il valore "dottrinale" e storico di questo III volume nella prospettiva delle Figure del pensiero medievale, o, più generalmente, in un progetto relativo alla teologia del mistero cristiano.
I concetti teologici, o in senso lato religiosi, sono spesso diventati nel corso del tempo categorie politiche, costituendo l'ossatura di quella "teologia politica" che Carl Schmitt aveva delineato, dentro la quale categorie politiche non sono altro che categorie religiose secolarizzate. In età antica poteva peraltro succedere che i fatti religiosi fossero interpretati e declinati secondo categorie politiche, come Erik Peterson ha esemplarmente mostrato nel suo Monoteismo come problema politico. I due procedimenti non sono però in contrapposizione: la società antica era nelle sue basi religiosa e quindi ogni idea o istituzione fondamentali nascevano dalla religione o venivano filtrate attraverso essa, anche la categoria o le istituzioni politiche che a noi sembrano ad essa estranee. Di queste interferenze è un esempio particolarmente significativo il termine latino praerogativa, di cui il volume ripercorre la storia tra le prime manifestazioni scritte e i secoli del tardoantico.