Questo libro comincia con il primo re d'Italia, che tanto per confondere le idee si chiama Vittorio Emanuele II. Parla soprattutto piemontese e francese, e fa errori quando scrive in italiano. Tarchiato e con i baffoni spalancati, sposa la cugina Maria Adelaide, magra e pallida, ma capace di mettere al mondo tanti figli e di non protestare se il marito sembra interessato solo alla caccia e alle donne. Gli succede Umberto I, baffi ad ala di gabbiano, anche lui incline a far fuoco, ma sugli scioperanti più che sulla fauna: non a caso finirà vittima di un attentato. Prima però sposa, per ragioni dinastiche, un'altra cugina, "quella pizza della Margherita" come amava ripetere, "la regina più imperlata d'Italia". Sarà seguito da Vittorio Emanuele III, detto Dondolo, baffetti all'insù e grande amante di monete da collezione e perfino della moglie. Un po' meno del Paese, che infatti affiderà a Mussolini e alle sue follie di grandezza. E quando l'amata Elena non avrà più tempo per lui, perché troppo occupata a curare i feriti di guerra, Dondolo deciderà di liquidare il Duce, per poi consegnare l'Italia nelle mani inadatte del figlio Umberto II, re solo per un mese... Una storia dinastica che demolisce i Savoia sotto i colpi di una sferzante ironia. Prefazione di Massimo Gramellini.
Quando Dante, circa sette secoli fa, scriveva "Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello!", certo non immaginava che un giorno, precisamente nel 1992, post Tangentopoli, la stessa serva Italia sarebbe entrata in una fase ben più cupa: la Seconda Repubblica. Vedendo arrivare da quella nuova era tanti peccatori, nefasti ma soprattutto incoerenti con il codice morale che eternamente regola l'Aldilà, Minosse si è sentito costretto a chiedere aiuto "a colui che tutto move" implorandolo di creare un Inferno ad hoc. Ed ecco che si è aperta, proprio sotto Montecitorio, una voragine in nove cerchi per i moderni dannati, ciascuno con il proprio contrappasso: dal nemico della Patria Bossi, "dottor di secession, e non d'alloro", obbligato a risalire il Po ultraterreno, a Formigoni, infedele al proprio maestro (don Giussani), relegato su una torre solitaria "poiché cedei a umane voglie io che fui fratello dei fratelli". E, insieme con loro, quasi tutti i potenti dell'Italia recente, in modalità bipartisan, dall'oppositore di natura Vendola a Grillo "non più grillo ma gallo, con cresta alta e petto sempre infori a dir che li politici fan fallo", dal grande illuso Prodi al gran Caimano. In buona compagnia con dannati "pop", emblemi del loro tempo, quali Maradona e capitan Schettino.
La rilettura attraverso la sua matita, arguta e impietosa, di un drammatico anno della storia del nostro Paese, dalla fine del governo Berlusconi al primo compleanno del governo dei Professori (12 novembre), con occhio severo ai fatti e misfatti della Casta.
È difficile immaginare di leggere questo libro senza una matita e un taccuino a portata di mano. Perché il gioco linguistico, come la risata, è contagioso. E ciascuno potrà aggiungervi il proprio. Se Il fagiano Jonathan Livingstone (nel gioco sui titoli dei libri «meno ambiziosi») vi pare offensivo, che dire di Un'email di Jacopo Ortis, o del Bulgakov degradato a Il supplente e Margherita? Se invece amate il cinema si può cominciare col Fellini dimezzato di Quattro piú. Su Twitter è anche nata una variante mescolando il titolo di diversi film, come nel capolavoro mai girato Tre metri sopra il cielo sopra Berlino o nell'ambiguo Un borghese piccolo piccolo grande uomo. Se si aggiunge una definizione si può rischiare con «Ti boccia già all'appello: Fotte prima degli esami». E per i piú esperti, si continua con i tautogrammi, i falsi prefissi, i palindromi, gli acrostici, i falsi derivati, le parodie. Il mondo si deforma, perde per un attimo la sua identità, e di fronte a noi se ne spalanca uno parallelo, un po' sghembo, assurdo, sorprendente, che prende forma nel nostro taccuino.
Nessun semaforo, una manciata di case e negozi, e un campanile che svetta come un faro nel mare verde dell'Alto Milanese, già però punteggiato di fabbriche e fabrichette che ne stanno cambiando irrimediabilmente la fisionomia. E, soprattutto, volti e voci di un'umanità anch'essa in trasformazione, ma ancora sospesa prima della "rivoluzione". Sono gli anni Sessanta e Settanta, e il paese, con i suoi ritmi lenti, i suoi riti, i suoi "personaggi", riesce ancora per un momento, forse per l'ultima volta, a dare significato e calore alla vita dei suoi abitanti. Villa Cortese, in questo senso, incarna tutti i paesi di un Nord Italia che si avvia al boom economico senza sapere che poi niente sarà più come prima, del tutto ignaro dei costi della travolgente corsa al benessere. Custode fedele di questi ricordi, Giacomo Poretti ce li porge con la delicatezza di chi sa di maneggiare qualcosa di fragile e unico, con il candore di uno sguardo infantile acuto ma privo di malizia. Il suo umorismo non è mai crudele, e non c'è ombra di sarcasmo - semmai affetto e compassione - per un piccolo mondo al tramonto. All'interno di questa storia corale, che si dipana tra colonie estive, scuole, oratori, bar, officine, campi e garage, si susseguono le stagioni della vicenda di un uomo che, lungo il proprio percorso, avvertirà tutta l'angustia e i limiti del paese, l'insidia nascosta nel suo abbraccio protettivo.
"Non ci resta che ridere, care Madame Sbatterflay. Anche se lo spread sale e il Walter scende, e a noi rimane solo il bandolero stanco, il nostro bell'addormentato nei boxer." Ci deve essere un motivo per cui Luciana Littizzetto è la comica più letta d'Italia. Forse perché nessuno, come lei, riesce a mettere a fuoco i nostri grandi difetti e le nostre piccole debolezze. Perché nei suoi monologhi sono ugualmente nudi il re e tutti i suoi sudditi. Perché, anche in questo nuovo libro, parlando della Jolanda e degli altri paesi bassi, crea una visione del mondo (una walterschauung) tutta sua, capace di compiere un miracolo: farci divertire anche quando non c'è proprio niente da ridere.
"Sono tempi difficili, signori miei. Tempi di merda, si potrebbe sentenziare con l'efficace sintesi della satira. Tempi in cui non solo i corvi volteggiano oltre Tevere, ma pure gli sciacalli si moltiplicano in ogni dove. Del resto, l'aveva profetizzato financo Maurizio Gasparri, fu ministro delle Comunicazioni (perché non ci siamo proprio fatti mancare niente): 'Vauro e Santoro non sono che due volgari sciacalli'. Certo, confronto a quel che si vede in giro oggigiorno - in economia, in politica e perfino nei sacri palazzi - quelle due povere bestiole fan quasi tenerezza, non c'è che dire". Più velenosi e corrosivi che mai, ma anche inaspettatamente poetici, gli scritti e i disegni satirici di Vauro riverberano il suo sguardo impenitente sulla maleodorante apocalisse che avanza. Per chi ha tirato tardi pur di non rinunciare all'esorcismo del suo pennarello a Servizio Pubblico, un nuovo concentrato di pensieri, parole e disegni che invita risolutamente a disturbare il manovratore. Perché altrimenti ci porta dove diavolo gli pare! Prefazione di Marco Travaglio.
Se riesci a riderci sopra, andrà sicuramente bene! Questa sì che è una succosa spremuta di saggezza! Certo, perché chi sa sorridere, porta la vittoria a casa. - Dunque, al diavolo le lacrime! Far uscire acqua dagli occhi non serve a niente. Vi è più successo in un sorriso che in mille singhiozzi! - Dunque, a furia di risate si vive meglio, anche in tempi di crisi come i nostri. Chi sa ridere tende a cavarsela meglio, ad educare meglio, ad insegnare meglio, a vendere meglio. - Dunque, scrivere barzellette non è un optional: è dovere! Le barzellette sono le bollicine dell’esistenza. Senza di esse, la vita sarebbe monotona e piatta come la pastasciutta in bianco che ha lo stesso sapore dappertutto. Le barzellette sono terapeutiche: non roba da ridere per il cervello, ma valvola di sfogo necessaria per la salute mentale. Cosa vogliamo di più? Non ci resta che aprire il libretto e sorseggiarlo, e goderlo e ruminarlo! È vero: non fa volume, ma fa saggezza! L’intelligente non si domanda: “Dov’è che si guadagna di più ?”; l’intelligente si domanda: “Dov’è che si ride di più?”. Il nostro libretto può fare miracoli. Queste pagine sono la prova che la felicità è disponibile anche in questa valle di lacrime.
"Quando si scrive un racconto, la difficoltà principale consiste nell'illustrare in maniera chiara ma concisa la natura e le disposizioni dei personaggi principali." Così dichiara il narratore dell'improbabile carriera calcistica dell'onorevole Clarence Tresillian. Nonostante poi aggiunga che "onestamente, è una vita da cani quella degli scrittori di racconti", la brevità pare lo strumento perfetto per illustrare la ricca carrellata di prototipi umani che popolano le pagine dei libri di P.G. Wodehouse: artisti spiantati e in cerca di fortuna, uomini facoltosi e intraprendenti pronti a tutto pur di conquistare la ragazza che amano, ambiziosi giocatori di golf, pappagalli parlanti e rissosi fox terrier. E poi gli immancabili maggiordomi, solenni e infinitamente sagaci, coppie di giovani innamorati alle prese con il tipico vademecum di equivoci destinati a sciogliersi nel lieto fine, l'eterno confronto fra inglesi flemmatici e americani chiassosi e pragmatici... Con la consueta leggerezza e arguzia, la penna di Wodehouse arricchisce di infinite sfumature il ritratto dei suoi personaggi e del divertente, paradossale mondo in cui vivono.
"Tempi duri. Causa la crisi internazionale, in un baleno siamo passati dal Monte dei Paschi al monte dei pegni e dalla pensione con vista mare alla minima. Il tutto mentre alla buvette romana di Monti-Citorio si serve ancora il caffè corrotto." Gli italiani oggi non hanno nemmeno gli occhi per piangere, ma conservano la bocca per ridere. Davide Rota gliene offre ampio materiale in questo libro in cui attacca la Casta e il Governo dei tecnici con la spietata arma dell'umorismo. Fra giochi di parole e battute, Rota ne ha per tutti: per la cancelliera purtroppo indelebile Angela Merkel, per il premier De-Cameron, per il popolo greco che ha trasformato la culla della civiltà europea da Magna Grecia in Magna 'sta Grecia, ma anche per Marchionne, che sta per lanciare un nuovo modello automobilistico P'andà-in-giro-poco.
È ormai impossibile parlare di satira in Italia senza fare i conti con Spinoza. Eletto per tre anni consecutivi miglior blog italiano e vincitore del Premio Satira di Forte dei Marmi, Spinoza.it è ormai la fonte principale a cui milioni di lettori attingono ogni giorno in cerca di un contrappunto sarcastico e irriverente a cronaca, politica e attualità. Incurante del passare degli anni (e dei governi), il collettivo guidato da Stefano Andreoli e Alessandro Bonino - frequentato dalle menti migliori e peggiori della nostra generazione - svela ogni giorno l'assurdità dei fatti e dei loro protagonisti, offrendo una visione obliqua e tutta da ridere delle notizie di ogni tipo, dalle più importanti alle più bizzarre, attraverso l'arma suprema dell'ironia. Questa nuovissima e titanica raccolta, frutto della fantasia di centinaia di navigatori, è composta da più di duemila battute, in gran parte inedite. Duemila sassolini che spogliano la realtà da convenzioni e censure per mostrarcela come non l'abbiamo mai vista: nuda, cruda, e esilarante. Questo libro è qualcosa di completamente diverso.
"Negli ultimi tempi mi capita di indugiare un po' di più davanti allo specchio. Non un fatto professionale, come il trucco prima di uno spettacolo o una prova costume, o addirittura lo studio di una particolare espressione del viso; no, non è per questo. Mi capita per lo più a casa, in macchina, per strada, davanti a una vetrina, ed è un fatto improvviso, involontario. Non mi cerco, mi scopro, diverso. Per carità, sono sempre io, Brignano, il fantasista. Nel traffico mi squilla il cellulare e, mentre che rispondo, m'intercetto senza volerlo dentro lo specchietto. Quello sguardo... quello strizzare gli occhi, come quando qualcosa fai fatica ad ascoltarla. Io li ho già visti! Sono arrivato. "Tenga il resto..."- "Grazie Brigna', sei forte..." Buon lavoro. Entro dritto in teatro, ma mi fermo. Sul manifesto c'è un particolare, m'era sfuggito o forse... mica tanto! La mano destra, quella lì sul cuore... No. Nun po esse'. Quel modo di raccogliere le dita, come se dentro ci stesse un segreto, qualcosa che ti sfugge e vo' scappa', era lo stesso gesto de papà. De quando non trovava le parole pe' ditte: "Abbi fiducia... Ce sto io...". "Tutto suo padre" compita un bimbo dietro le mie spalle. Perplesso, domanda: "Che vuol dire?". "E come te lo spiego..." risponde il suo, di padre. E lo capisco. Io stesso pensavo fosse soltanto un titolo, facile da restare impresso nella memoria, ma adesso... so che c'è dietro tutta un'altra storia".