Subito dopo la fine della Prima guerra mondiale, dal 1919 al 1926, sulle rovine dell'Impero ottomano, la Turchia e le potenze vincitrici si contendono il controllo su una piccola provincia del neonato Regno di Iraq. La zona di Mossul, ricchissima di petrolio, diventa l'epicentro di un conflitto politico e diplomatico che rischia più volte di farsi armato. È una crisi che per la prima volta rivela l'abbraccio incestuoso tra diplomazie occidentali e interessi petroliferi, in uno schema che non sarà mai più così chiaro e trasparente. Ma è anche la prima esibizione muscolare di Mussolini nel mondo, in una vicenda che mostra i tratti già vecchi di un regime in formazione. Una vicenda profetica e appassionante, che Mauro Canali ci racconta sulla base di documenti inediti raccolti negli archivi italiani e statunitensi.
Il 28 febbraio 1986 il premier Olof Palme venne ucciso a colpi di pistola nel centro di Stoccolma. La sua vita si spezzò a soli cinquantanove anni. La regia e il killer dell'omicidio sono tuttora avvolti dal mistero. Ma di Palme si continua a discutere perché le sue idee hanno segnato la storia contemporanea della sinistra europea. Sensibile alle cause del Terzo mondo, fortemente critico del comunismo di Mosca e dell'imperialismo di Washington, fautore del "neutralismo attivo" capace di farsi ascoltare a Est e a Ovest come a Nord e a Sud, in prima fila nella lotta per il disarmo, tra i primi a considerare la liberazione della donna e le compatibilità ambientali come priorità di una sinistra moderna, Olof Palme è stato tra gli innovatori della socialdemocrazia del secondo dopoguerra. Ha cercato anche il dialogo con i comunisti italiani, in particolare con Enrico Berlinguer, che vedeva allontanarsi positivamente dall'Unione Sovietica. Questa biografia - che ne ricostruisce la vita e la misteriosa morte - è la prima del leader svedese a essere pubblicata in Italia.
Gli autori hanno adottato una diversa periodizzazione, fra le molte possibili per segnare il problematico termine a quo della storia contemporanea, e di partire dall'ondata rivoluzionaria del 1848 - evento senza dubbio epocale a livello europeo, e avvertito come tale anche dai contemporanei - per raccogliere in un unico volume l'intera materia che comunemente viene ricompresa in questa disciplina. Rispetto ad altre altrettanto legittime (come quelle che fanno riferimento alle grandi rivoluzioni di fine Settecento, al congresso di Vienna o all'unificazione tedesca), presenta alcuni indubbi vantaggi: consente di includere in un'unica e organica trattazione, problemi ed eventi imprescindibili per la comprensione del mondo contemporaneo.
Che cosa si intende per storia culturale? Un campo d'indagine fra i tanti oppure un modo diverso di leggere il passato? Il volume rintraccia i sentieri sin qui percorsi da questo particolare approccio storiografico, passando in rassegna sia la varietà delle forme che di volta in volta ha assunto (storia di idee e concetti, di mentalità, di discorsi e rappresentazioni), sia il ventaglio dei fenomeni che ha permesso di mettere in luce (dal corpo e dalla sessualità alle emozioni, alla cultura materiale e ai consumi, alle forme e ai mezzi di comunicazione).
Il 24 marzo 1992 Vasilij Mitrokhin, archivista del KGB formalmente smantellato, si presenta all'ambasciata britannica di uno stato baltico. Le migliaia di documenti che porta con sé, ricopiati per anni e tenuti al sicuro, sono riscontrati come autentici dal controspionaggio inglese. Il governo di Sua Maestà affianca a Mitrokhin nel 1996 lo storico Christopher Andrew. Insieme, a partire da questo materiale, ricostruiscono così, dall'interno, la storia sconvolgente del KGB, dagli anni Trenta delle purghe staliniste alle "spie di Cambridge", dalle trame della Guerra fredda alla repressione del dissenso, dalle infiltrazioni tra i politici dei governi occidentali ai ricatti e alle ingerenze nella vita dei partiti comunisti e alle Brigate rosse.
Il comunismo è stato a lungo il principale avversario-interlocutore dell'Occidente capitalista fin dall'evento fondante della Rivoluzione d'Ottobre. Grazie agli oltre duecento lemmi critici che compongono questo dizionario, le personalità, gli eventi storici, le organizzazioni, le istituzioni e le parole-chiave di quell'ideologia vengono presentati al pubblico con un taglio insieme informativo e saggistico che lo rendono uno strumento utile sia per gli specialisti sia per i curiosi del passato e del presente.
Lo straordinario sviluppo delle arti che si manifesta in Toscana intorno al 1300 va di pari passo con la creazione - ai margini del fatto artistico propriamente detto - di testi, immagini, monumenti e istituzioni che contribuiscono alla presa di coscienza e al riconoscimento della specificità dell'arte. E proprio dell'invenzione dell'arte come Arte che Édouard Pommier scrive la storia in questo saggio. Annunciato dalle intuizioni letterarie di Dante, questo fenomeno si articola in più forme: nella promozione degli artisti a uno statuto elevato, al pari degli uomini illustri, consentendone l'ingresso nella storia; attraverso i primi discorsi che essi tengono sulla propria attività, generando cosi la teoria delle arti; per mezzo della creazione di ritratti, allegorie e dimore in cui gli artisti inventano la propria immagine e celebrano la propria attività; designando opere esemplari, consacrate come capolavori, da contemplare in una sorta di pellegrinaggio; con la fondazione, infine, di istituzioni e accademie che conferiscono alla creazione artistica la dimensione di un patrimonio trasmesso fin dall'Antichità. Con chiarezza e somma perizia, Édouard Pommier riesce a delineare una sintesi di profondo valore, e originale nel suo approccio, che costituisce una lettura accessibile per chiunque si interessi di arte e, allo stesso tempo, un importante contributo alla storia dell'estetica.
Dopo la sconfitta di Hitler, numerosi gerarchi nazisti trovarono rifugio in Argentina: criminali di guerra come Eichmann, Barbie e Mengele, passati per Genova tra il 1949 e il 1951. Lungo la "rotta dei topi" fuggirono anche ustascia croati, collaborazionisti belgi e filo-nazisti francesi. A organizzare la fuga era la misteriosa ed efficiente "Organisation der ehemaligen SS-Angehorigen", nome in codice Odessa. In molti hanno cercato i segreti di Odessa, ma mancavano ancora diversi tasselli importanti. Per la prima volta, dopo una serie di indagini in Sud America e utilizzando materiali inediti dei servizi segreti americani ed europei, ma anche attraverso una serie di interviste, Uki Goni ricostruisce l'intera filiera, con una serie di rivelazioni che riguardano gli accordi tra il governo del presidente argentino Juan Domingo Perón e la chiesa cattolica argentina, le complicità delle autorità elvetiche, le basi italiane, le azioni degli agenti segreti di Himmler a Buenos Aires e in Europa, il trasferimento del tesoro di stato della Croazia (frutto della spoliazione di 600.000 ebrei e serbi) in Argentina. Con il piglio del grande giornalista e l'attenzione dello storico, Uki Goni porta alla luce molti segreti inconfessati e inconfessabili: il suo libro ha rotto il muro del silenzio costruito intorno a una delle pagine più oscure e controverse della storia recente.
Metz Yeghérn, il "Grande Male": così gli armeni ricordano il loro olocausto, con una parola che vuol dire, insieme, male fisico e anche morale, ciò che addolora, tortura, uccide. "Il genocidio degli armeni, il primo del secolo, è avvenuto ottant'anni fa in Turchia con lo scopo di 'liberarla' della presenza armena. Se si esclude la piccola comunità di Costantinopoli, l'obiettivo fu raggiunto. Il genocidio del 1915 è perciò anche la prima 'pulizia etnica' di un secolo che chiude il millennio con altre 'pulizie' orrende. Nessuna di queste - incluso l'olocausto del popolo ebraico voluto da Hitler - è dovuta a motivazioni religiose. Viceversa, la cultura che sostiene i massacratori è essenzialmente secolare: si elimina e si uccide in nome di poteri, dominii e superiorità tutte terrestri, avide di terra e di beni, bisognose di cancellare la vita e la storia delle vittime. Commemorare l'ottantesimo del genocidio degli armeni non è quindi solo far memoria del passato a ridosso di drammi attuali e vicini, ma anche chiedersi perché e come il nostro secolo sia segnato da questi tragici eventi. Così facendo sappiamo di operare non solo perché venga resa giustizia a un popolo, ma anche perché altri lo facciano, abbandonando il lato oscuro della modernità".
Nella Firenze liberata, tra l'agosto del '44 e l'aprile del '45, si fa strada in Piero Calamandrei e in un giro di intellettuali amici l'idea di dare espressione ai molti fermenti dell'Italia del tempo attraverso la creazione di una rivista, in grado di accogliere temi ed esigenze culturali avvertiti con urgenza da chi stava uscendo a fatica da un lungo trentennio di compromessi e di scelte e non-scelte dolorose. Nasce così il "Ponte", luogo di incontro inter-generazionale che dà voce al bisogno di guardare fuori dai confini, di fare i conti con la memoria, con il fascismo, con la scelta repubblicana, con la rinascita del confronto - interno e internazionale - dei partiti, delle ideologie e degli Stati. Introdotto da un vasto affresco inrerpretativo di Mario Isnenghi, il libro raccoglie una corposa scelta di articoli di Piero Calamandrei e di numerosi altri personaggi-autori risalenti al primo triennio del "Ponte" (1945-47). Essi sono il frutto di quel periodo di trapasso e rifondazione nel corso del quale Calamandrei affronta la marginalità, l'attendismo, i compromessi di ieri e di oggi - in una parola, la desistenza - che hanno marchiato la sua generazione e hanno consentito abominii della ragione.
Ebreo tedesco costretto a lasciare la Germania dopo l'avvento al potere di Hitler, George Mosse è stato una vittima del nazismo che ha voluto capire da storico i motivi del consenso che il suo persecutore aveva riscosso tra milioni di persone, cercando nella cultura europa dell'Ottocento e del Novecento le matrici dell'Olocausto. Gentile ricostruisce lo sviluppo della interpretazione mossiana del fenomeno fascista attraverso i suoi numerosi articoli e libri (compresa una notevole mole di scritti inediti).
Questa breve opera sembra porre una tematica anacronistica. Lo scritto di Jaffe infatti si interroga su Engels, Marx e i marxisti di fronte al colonialismo. Di fatto il libro, che andrebbe colto all'interno dell'enorme lavoro di Jaffe sul colonialismo, ha una grande attualità a due livelli di analisi. Il primo livello concerne il fatto che il colonialismo non è né una fase né tanto meno una deriva del nostro modo di sviluppo e perciò di quelle che possiamo chiamare le società a capitalismo avanzato. Il colonialismo ne è una modalità costante, la cui pratica oggi è continuamente verificabile. Il secondo livello di analisi interviene a leggere la difficoltà che a comprendere la logica del colonialismo hanno avuto da sempre le élite progressiste europee e occidentali. In questo Jaffe va alle radici di un fraintendimento. Individua nel meccanismo di Engels quella cecità rispetto alla menzogna coloniale che rende distratto oggi molto progressismo occidentale. Questa cecità non è ravvisabile nei grandi scritti di Marx, sia pur presente in certi suoi giudizi storici, specie riguardo a Lincoln. Anzi, in Marx il colonialismo è colto come l'origine del capitalismo. In questo Marx vede la globalizzazione, oggi tanto conclamata, come la peculiarità originaria del capitalismo, nato con e dal colonialismo. Il protocapitalismo della protoborghesia europea cittadina del tardo Medioevo non sarebbe mai fiorito senza il colonialismo.